La copertina di “Nautilus”

SE LA LEGGEREZZA È “DENSA”

BENIAMINO PLACIDO, CALVINO E IL TENNIS

Volete un consiglio? Frequentate i motori di ricerca degli archivi dei grandi quotidiani, cercate “ricerca avanzata” e digitate su “nome autore” un autore, appunto, che vi va di rileggere. Spesso, molto spesso, rimarrete decisamente sorpresi di quanto quei “vecchi” articoli possano parlarvi ancora oggi.

Ecco, ad esempio: avevo voglia di rileggere Beniamino Placido, per quelle associazioni di idee che ti fanno scattare in testa una molla e desiderare di tornare sulle pagine di un autore che ami ma che magari da un po’ non frequenti. La sua pluridecennale collaborazione con Repubblica è piena di perle, tutte esempio di quella tanto bramata “leggerezza” che ne faceva un maestro riconosciuto.

Così diventa occasione di parlarne se al primo posto nel risultato del motore di ricerca dell’archivio on line di Repubblica trovo un bel pezzo del Nostro: Quant’è bella leggerezza (scritto nel 1996 e raccolto anche nell’antologia Nautilus) che dalle Lezioni americane di Calvino — e da una delle “lezioni” più famose quella ovviamente sulla “leggerezza” — prende spunto per raccontare un termine che già allora cominciava a diventare di moda, esaltato in ogni salsa, stravolto e banalizzato per indicarne troppo spesso cose fatue, che hanno solo buccia e niente polpa.

«Non si fa differenza fra lo scrittore che è leggero, perché provvisto di ali — è il caso del primo Calvino, quello del Barone rampante, del Visconte dimezzato—, e uno scrittore che è, o sembra, leggero, solo perché non ha niente in corpo. Ma lo dice così bene, così bene! La moda si è rapidamente estesa. L’aggettivo «leggero» ha assunto un valore ontologicamente positivo, assoluto. È il trionfo della fatuità letteraria (nessuna cosa era più estranea ad Italo Calvino) nella Letteratura e in tutti gli altri campi della vita».

Quindi leggerezza non è niente se non è accompagnata da altre qualità. Fine a se stessa è spesso la (non) qualità di chi non chiede altro che il minimo disturbo dalla lettura di un articolo di giornale o di qualche pagina di un libro. «E pensare — scrive ancora Placido — che non sempre l’aggettivo “leggero” ha avuto questa valenza assolutamente, arbitrariamente positiva», ricordandoci che:

«Nell’ebraico del Vecchio Testamento per indicare il concetto di «gloria» — con tutto quel che le è connesso: la gloria delle buone opere, la gloria meritata, la gloria del benevolente Dio onnipotente — si adopera il termine «kabod», che ha la stessa radice del termine «pesante». La «gloria» è data dalla densità, dall’intensità di una persona: dal peso della sua presenza e delle sue azioni».

Pensiamoci. Quante “cose” definite leggere possono davvero dirsi anche “dense”? Calvino questa densità, intensa e pesante la spiega con un’immagine bellissima e sorprendente che prende dal Decameron: il poeta Cavalcanti passeggia pensoso tra i sepolcri davanti a una chiesa, i giovani rampolli delle famiglie nobili dei ricchi mercanti fiorentini cavalcano in città in allegre e spensierate brigate di festa in festa, incontrandolo nei pressi di San Giovanni lo accerchiano, lo sbeffeggiano. Il poeta, al quale è stata chiusa ogni via di fuga, risponde seccamente loro e poi si libera da quella situazione con un salto che Boccaccio descrive così: «e posta la mano sopra una di quelle arche, che grandi erano, sì come colui che leggerissimo era, prese un salto e fusi gittato dall’altra parte, e sviluppatosi da loro se n’andò». Proprio questo salto prodigioso di Cavalcanti diventa, per Calvino, l’immagine-simbolo che più rappresenta il concetto di leggerezza:

«Se volessi scegliere un simbolo augurale per l’affacciarsi al nuovo millennio, sceglierei questo: l’agile salto improvviso del poeta-filosofo che si solleva sulla pesantezza del mondo, dimostrando che la sua gravità contiene il segreto della leggerezza, mentre quella che molti credono essere la vitalità dei tempi, rumorosa, aggressiva, scalpitante e rombante, appartiene al regno della morte, come un cimitero d’automobili arrugginite».


Placido da grande divulgatore “densamente” leggero, ha invece un altro ricordo folgorante che ci porta «ai bordi di un campo da tennis. Foro Italico, anni Sessanta»: il commissario tecnico della nazionale italiana di allora guarda gli allenamenti degli azzurri e scuote sconsolato la testa. I tifosi gli chiedono la ragione di così poca fiducia nei confronti dei suoi atleti. La risposta è lapidaria: “Perché sono leggeri”. Lapidaria sì, quanto chiara e rivelatrice scrive Placido, perché era facile immaginare quello che avrebbe voluto dire:

«Perché non dispongono di quella “palla pesante” che è propria dei grandi tennisti. Che mette l’avversario in difficoltà e lo costringe dopo un po’ alla resa».

Ecco, alla fine qualcosa forse ho capito: la leggerezza, non certo la sua imitazione tarocca che vuole farci passare il fatuo e l’inconsistente per qualità, quella leggerezza lì dicevo, certo potrà anche essere lieve ma è piena di “cose”. E di sicuro non scivola via, rimane impressa, persistente nella nostra esperienza di lettori. Quella leggerezza sa compiere perfino un salto prodigioso, se necessario, per liberarsi dalla banalità delle mode. E alla fine riesce sempre a sfoderare una “palla pesante” da mettere a segno per stenderci— ogni volta che abbiamo la fortuna di incontrala— ricordandoci così l’intensità delle sue azioni, la gravità della sua reale sostanza.

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