Siamo umani, siamo fragili, abbiamo tutti gli stessi diritti

La frammentazione e la debolezza dei legami, che contraddistingue la società contemporanea, ci pone ogni giorno di fronte a storie di isolamento, solitudine, precarietà, abbandono, rifiuto, egoismo.

Questo accade soprattutto nei grandi centri, nelle città, fagocitate da ritmi sempre più fuori controllo, sfuggenti alle possibilità di resistenza e fisiologiche di una persona.

Nella città, che ci accoglie, in cui si svolge la nostra vita quotidiana, di lavoro, affetti, relazioni, sono sempre più quelli che vivono ai margini.

Persone che hanno perso il diritto a chiamarsi tali. Perché è stata la società a relegarli in una situazione di oblio, di esistenza nascosta, di essenza senza possibilità di presenza, di decisione, di esercizio di diritti.

E non sono solo i “nuovi poveri”, gli emarginati, i senza tetto, ma si tratta di ampie fasce di popolazione. Siamo noi, nelle nostre sicure certezze borghesi a correre lo stesso rischio di isolamento, di rottura di legami, di infelicità e incertezza.

Siamo tutti umani e siamo tutti fragili. Tutti possiamo cadere nell’oblio. Tutti possiamo aver bisogno di cure, assistenze, supporti. Tutti abbiamo gli stessi diritti.

Il diritto all’assistenza, sia essa sanitaria, sia essa legata alla casa, al reddito, alla cura delle marginalità sociali che relegano porzioni ampie di popolazione al limite di una vita impossibile e disumana.

Questi diritti sono per molti una chimera. Spesso, laddove non interviene più il pubblico, si colmano lacune e mancanze con il volontariato, le attività del terzo settore, un welfare di comunità che cerca di ricucire strappi, ricollegare parti di città, rinsaldare legami deboli.

Ma se spesso sono le stesse comunità a indicare la strada, attraverso queste pratiche, è indispensabile che il cammino sia tracciato in accordo e in parallelo con le scelte di policy.

In primo luogo, sperimentando nuove progettualità sulle città e sul territorio, con interventi di riqualificazione che interessino soprattutto le aree periferiche.

Ogni percorso di questo tipo dovrebbe agire, soprattutto per rinsaldare il senso di appartenenza ai luoghi da parte delle comunità insediate, che sempre più rischia di sgretolarsi, e con esso i legami che ne stanno alla base.

Questo signfica ricostruire un nuovo senso di appartenenza, una nuova dimensione di cittadinanza, un riavvicinamento alle istituzioni.

Non meno basilare è il tema dell’emergenza abitativa. Bisogna ripensare l’edilizia pubblica, la qualità dell’abitare e del vivere nella città.

Occorre adottare e calibrare politiche dell’abitare e del vivere in società, pensando ai beneficiari, in primo luogo ascoltandoli e includendoli nei processi decisionali.

Di fronte al crollo del mercato del lavoro, alla disoccupazione dilagante, alla precarietà lavorativa ed esistenziale, alla povertà che riguarda sempre più ampie fasce della popolazione, a quartieri ghetto, dormitori in cui la gente non si parla più, le parole da riconquistare sono fiducia, solidarietà, legami.

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