Editoria digitale: dieci anni dopo

«Lemmings è un videogioco rompicapo sviluppato nel 1991 dalla DMA Design e pubblicato dalla Psygnosis per Amiga.» Wikipedia

Originariamente su letiziasechi.com

Era il novembre del 2007 quando Amazon annunciava la prima versione del Kindle, aprendo di fatto — e finalmente in modo decisivo — il mercato del libro digitale. «Abbiamo lavorato al Kindle per più di tre anni. Il nostro obiettivo principale di design era che il dispositivo scomparisse tra le vostre mani, che si levasse di mezzo, così che poteste godervi la lettura», diceva Bezos. «Volevamo anche andare oltre il libro fisico. Il Kindle è wireless, quindi che siate stesi a letto o in viaggio su un treno, se vi viene in mente un libro potete averlo in meno di 60 secondi. Non serve il computer: potete acquistarlo direttamente dal dispositivo. Siamo entusiasti di rendere disponibile il Kindle, oggi.»

Sul Guardian i primi scetticismi suonavano più o meno così: «Sul serio? Un Kindle, per 400$? Ma sapete quanti libri potete comprare con quella cifra? Senza contare che un Sony Reader è molto più carino e con quella cifra vi danno pure il resto.» Mentre Sony ha smesso di produrre eReader nel 2014, Kindle è alla sua ottava generazione: nella sua versione di base costa 70€ (69,99€, per amor di precisione) ed è un acquisto ghiotto anche per lettori non troppo entusiasti del digitale. La differenza tra un dispositivo indipendente da una specifica libreria e uno parte di un ecosistema (chiuso, ma completo) sta nell’esperienza di acquisto dei contenuti. Nel giardino chiuso di Amazon è possibile non curarsi di nulla, né di compatibilità di formati né di complicati form per le procedure d’acquisto: la micidiale efficacia del “compra con un clic” si paga con una minore libertà, da un certo punto di vista. Indipendentemente da questa considerazione e da tutte le obiezioni e valutazioni a corollario, i fatti dimostrano che la maggioranza dei lettori digitali — ancora pochi, se paragonati ai già scarsi lettori che preferiscono la carta — apprezza questa comodità: l’attenzione sta nella scelta del prossimo libro da leggere o nella lettura stessa, anzi che in distrazioni poco pratiche come cercare un cavo di connessione o nella conversione da un formato a un altro.

Era il 2010 quando sul mercato arrivava un altro tassello del cambiamento, anche se meno diretto nelle intenzioni: Apple lanciava la prima generazione di iPad. In un comunicato stampa molto simile a quello per il lancio del Kindle, Steve Jobs dichiara: «L’iPad è la nostra tecnologia più avanzata messa a disposizione di un dispositivo magico e rivoluzionario, a un prezzo incredibile. L’iPad crea e definisce una categoria di dispositivi completamente nuova, che metterà gli utenti in relazione con applicazioni e contenuti in modo molto più intimo, intuitivo e divertente, mai visto prima.»

Apple non ha grande interesse per il mercato del libro, digitale o cartaceo che sia: rientra nella sua più generale proposta di entertainment, ma non è certo il cuore dei suoi affari. Lo dimostra la pessima organizzazione dei contenuti nella sua libreria digitale, iBooks, in cui in nessun modo serendipity e discoverability — per rispolverare due stucchevoli buzzword in auge qualche anno fa — sono facilitate o incoraggiate. Su iBooks, insomma, è impossibile perdersi tra gli scaffali; in più non c’è alcun pensiero da libraio, se non per l’esposizione delle classifiche dei bestseller. Questo fa somigliare lo spazio di vendita di eBook di Apple molto più alla grande distribuzione, che nemmeno per i libri cartacei gode più di buona salute: o ti interessa il libro che si fa notare perché alto in classifica oppure non sai che pesci prendere (a meno che tu non sappia esattamente che pesci prendere, e allora puoi rivolgerti alla casella di ricerca).

Sono passati dieci anni, e sono felice di fare ancora corsi sull’editoria digitale. Quello che dopo tanto tempo mi va invece molto stretto è il bisogno di doverla ancora distinguere da un qualche tipo di editoria analogica. È dagli anni ’80 che l’editoria di analogico ha ben poco: il libro e i suoi processi di produzione sono digitali dalla prima stesura del manoscritto (che continua a chiamarsi così anche se non implica carta, penna e calamaio) fino all’ultimo passo prima dell’andata in stampa. E a volte si tratta persino di stampa digitale.

Eppure, nelle case editrici, il digitale continua a entrare troppo spesso malgrado chi le dirige e ci lavora, e in genere dalle porte sbagliate: dal rumore e non dalla strategia. L’editore va a caccia di farfalle: di autori “famosi su Twitter”, di magiche “viralizzazioni” che sembrano epidemie di influenza, di metriche che significano solo vanità e non sostanza, e l’elenco potrebbe proseguire.

Le farfalle, si sa, hanno vita breve. Si parte sempre dall’ultimo punto dell’elenco, dall’ultimo grano di gerarchia nell’ordine delle priorità. Invece di serrare i ranghi e ripensare il proprio ruolo, che ha valore per autorevolezza di selezione e proposta di contenuti, e per capacità di individuare quale sia il modo migliore per presentarli e distribuirli, raggiungendo con ciascuno il giusto pubblico e cercando di ampliarlo il più possibile, invece di concentrarsi su tutto questo, con le strategie, il lavoro, il pensiero che il 2017 richiederebbe, gli editori lavorano in modo ossessivo su atomi, su singoli titoli, che a tavolino dovrebbero diventare dei bestseller, come succedeva — per caso o più raramente per bravura — anni fa, e come non succede più da troppo tempo per credere (o peggio, sperare) che possa funzionare ancora. Non funziona più, e non c’è modo di ribaltare i dati per far sì che mostrino un’evidenza diversa da questa. Se il bisogno di rinnovamento qualche anno fa era urgente, ora si è fatto drammatico: non basteranno altri 2€ sul prezzo di copertina per mantenere uno status quo sempre più sgretolato e continuare a pagare tutti gli stipendi.

Nelle slide del corso fatto anche quest’anno per il Master in Comunicazione della Scienza “Franco Prattico” alla SISSA di Trieste non troverete la soluzione ai drammi dell’editoria, purtroppo: se le avessi mi troverei a godere dei frutti della mia trovata geniale su quest’amaca della Polinesia francese. Ma dato che solo chi non fa non sbaglia, ho provato a ipotizzare un’alternativa al normale percorso del lavoro editoriale: un’alternativa che riesca a includere come parte integrante del ragionamento anche il digitale, senza gestirlo come compartimento stagno a volte scomodo, altre irrilevante, che si trasforma troppo spesso in un triste “facciamo uno sconto sugli eBook” o “twittiamo la presentazione dell’autore se no si scontenta”. Non è una proposta che riguarda specificamente il lavoro in redazione, ma il progetto del libro (o della collana, o dell’editore stesso, meglio ancora): a chi si rivolge, come dev’essere fatto, quanto deve costare. Una proposta acerba e molto, molto perfezionabile, per provare a prendere decisioni migliori in questo senso. Apertissima a qualunque domanda e osservazione, di conseguenza: scrivetemi i vostri pareri e li leggerò con entusiasmo.

Nelle slide si parla anche di linotype, di applicazioni e self publishing, di design (che poi vuol dire progettazione, appunto, anche se dirlo in italiano ci fa sentire meno alla moda e ci dà la sensazione che comporti lavoro e fatica, che disdetta); ci sono dei lemmings, quelli del videogioco, inquietante metafora di un certo stantio pensiero editoriale, e ci sono almeno un paio di gorilla del dubbio.