Nessun uomo è un isola.

Tamim viene dal Bangladesh ed è in Italia da sei mesi. Nulla di particolare: si tratta del solito vucumprà, di quelli che ogni giorno si vedono ovunque. Inutile fingere che non sia così, lo facciamo tutti: non appena scorgiamo in lontananza un mazzo di rose o un cesto pieno di fazzoletti di carta, ci giriamo dall’altra parte sbuffando, infastiditi, nella speranza che si allontanino prima possibile. Non è cattiveria, ma «se dovessimo fare l’elemosina a tutti quelli che ce la chiedono diventeremmo poveri noi» (quasicit.). Così facendo involontariamente impostiamo un modo di reagire freddo e distaccato, per non soffermarci a prestare realmente attenzione alla persona che abbiamo davanti, in modo da poter proseguire con tranquillità la nostra chiacchierata con gli amici, magari davanti ad un aperitivo.

Sia chiaro: tutta questa pappardella introduttiva non vuole essere un sermone moralista e perbenista, perché confesso di essere il primo, a volte, a comportarmi in questo modo.

Ma stasera, mentre passeggiavo sul Naviglio tornando da teatro, ho incontrato Tamim. Non ha provato a vendermi rose né sigarette, perché anche volendo non ne aveva più con sé, e non era minimamente in grado di farlo.

È seduto in terra, circondato da un capannello di persone, e si tiene un impacco di ghiaccio sulla nuca con le mani grondanti di sangue. Mi fermo, tolgo le cuffie e intuisco, ascoltando le parole degli astanti, che un gruppo di ragazzi ha appena aggredito lui e altri suoi connazionali picchiandoli a colpi di skateboard, uno dei quali ha raggiunto la nuca di Tamim. Nei suoi occhi percepisco immediatamente la paura e la confusione. Mi accovaccio e provo a parlare con lui, mentre dico ad una ragazza di chiamare un’ambulanza e spiego che sono un soccorritore – poco utile in realtà, in un’occasione del genere, ma meglio di niente.

Tamim non spiccica una parola di italiano, perciò provo a tranquillizzarlo in inglese, e soprattutto a tenerlo sveglio e cosciente chiacchierando con lui. Così, con il suo inglese sgangherato, mi racconta che viene dal Bangladesh, è in Italia da sei mesi e ha diciannove anni. Diciannove.

Me lo devo far ripetere due volte, perché stento a crederci, e mi si gela il sangue nelle vene. Poco alla volta la folla si dirada, e mentre aspettiamo l’arrivo dell’ambulanza provo a tenere compagnia a Tamim, tentando in tutti i modi di far sparire il terrore e la confusione che continuo a vedere nei suoi occhi. Non posso fare a meno di immedesimarmi in lui: a diciannove anni, il 31 dicembre, la cosa più scontata e naturale sembrerebbe stare a casa, festeggiare con gli amici, passare le feste con la famiglia. E invece Tamim si trova dall’altra parte del mondo rispetto a casa sua, solo, in un paese straniero. Gli chiedo come si sente, mi risponde «tired». Ci credo che sei stanco, Tamim, ci credo.

Gli chiedo qualcosa in più su di lui, cerco di farmi raccontare qualcos’altro, nonostante la fatica nella comunicazione: «Loro li conosci?», gli domando, indicando gli altri due feriti, ma mi risponde che non ha amici qui in Italia. «C’è qualcuno che possiamo chiamare, chi ti aspetta a casa?» – «No home, sleep in park». Come se la morsa allo stomaco non fosse abbastanza stretta.

Nel frattempo arrivano i Carabinieri, e mentre una signora che abita lì sopra si sfoga con loro, raccontando animatamente di come «..ho visto tutto: quegli animali li hanno aggrediti, questi poveretti!», io lo vedo agitarsi e continuare a ripetermi che non ha documenti. Stai tranquillo, Tamim: a chi ti soccorre non importa se hai o meno i documenti, se sei o meno in regola. Sei un essere umano, e questo basta.

Niente da fare: ormai si è agitato, e con il suo inglese difficoltoso mi spiega che lui i documenti li vorrebbe davvero, per proseguire gli studi! Studiava arte alle superiori, e la sua intenzione è finirle e andare all’università, ma gli hanno detto che l’unico modo per fare i soldi e lavorare, qui, è vendere rose.

«Stai tranquillo, Tamim: l’ambulanza sta arrivando». Non so veramente cos’altro dirgli: cosa rispondi a una storia del genere?

Rimango con lui ancora per una mezz’ora, fin quando arriva l’ambulanza e i soccorritori si prendono cura di lui e degli altri due aggrediti.

Molto probabilmente non lo rivedrò mai più, ma sarà piuttosto difficile dimenticarmene. Perché ogni giorno storie come questa mi ricordano una verità fondamentale, che a volte tendo a dimenticarmi: sii gentile con il prossimo, sempre. Non potrai mai immaginare cosa ha affrontato o sta affrontando la persona che hai davanti. Nessun uomo è un’isola.

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