Le ultime parole della Storia romana di Cassio Dione

«Ettore, Giove lo trasse in salvo dai dardi e dalla polvere,
dalla strage, dal sangue e dal tumulto.»
(Iliade, XI, 163–164)

Questi due versi dall'undicesimo libro dell’Iliade sono le ultime parole della Storia romana di Cassio Dione.

assio chi?

La Storia romana o Ῥωμαϊκη ἱστορία è la gigantesca opera storica di Cassio Dione, autore greco originario della Bitinia, vissuto tra la fine del secondo secolo e l’inizio del terzo. Attraverso otto decadi e seguendo lo schema annalistico è narrata la storia di Roma dall'arrivo di Enea in Italia fino al principato di Alessandro Severo (229 d.C.), ultimo membro della dinastia dei Severi. Similmente ad altre opere del mondo classico anche la Storia romana non ci è arrivata integra: solo i libri dal trentasettesimo al sessantesimo con esclusione del cinquantacinquesimo sono arrivati a noi, mentre i successivi libri sono stati in parte “ricostruiti” attraverso le diverse epitomi di età bizantina; dei primi trentasei libri sono rimasti solo diversi frammenti per la maggior parte ricavati dall'Epitome o Ἐπιτομή Ἱστορίων di Giovanni Zonara, un monaco bizantino del dodicesimo secolo.

L’unica edizione in italiano della Storia Romana di Cassio Dione è stata pubblicata dalla Bur-Rizzoli in nove volumi. Ci sono voluti quasi una trentina d’anni con l’ultimo volume (in foto) pubblicato a inizio anno per avere il 95% dell’opera di Dione, assenti solo i frammenti dei primi trentasei libri.

Il lavoro di Dione non è solo un’importante e mastodontica opera storica, ma è soprattutto la profonda riflessione di un senatore della prima metà del terzo secolo sulle istituzioni romane contemporanee e sul cambiamento che sta avvenendo. Nel cinquantaduesimo libro il discorso fittizio tra Agrippa, Mecenate e Ottaviano sul futuro delle istituzioni romane tra il desiderio utopico di ristabilire la Repubblica (definita da Dione come regime democratico) e la necessità politica di instaurare il Principato (definito come regime monarchico) è una lunghissima riflessione dello stesso Dione sulla salute attuale dell’Impero e sulla necessità di una riforma delle diverse istituzioni.

Okay, Cassio Dione è bello e bravo, ma perché i versi dell’Iliade?

Cassio Dione o forse Lucio Cassio Dione Cocceiano, forse il pronipote di quell'oratore sofista conosciuto come Dione Cocceiano, o Crisostomo (Bocca d’oro), da buon senatore partecipò alla vita politica del suo tempo: fu testimone delle cafonate stravaganti di Commodo nell'anfiteatro, del fallimento delle riforme dell’imperatore Pertinace, dello stesso Impero messo all'asta dai pretoriani e acquistato da Didio Giuliano alla modica cifra di cinquantamila sesterzi per pretoriano, dei tre anni di guerra civile e del seguente avvento dei Severi con l’avvio della trasformazione dell’Impero in un’autocrazia militare nella quale il Senato perse qualsiasi potere e pure qualche privilegio oramai scavalcato non solo dalla potente guardia pretoriana, ma dalle legioni affamate e armate. L’inizio della carriera politica di Dione fu la pretura sotto Pertinace, assunta legalmente solo quando divenne imperatore Settimio Severo con il quale sembrò avere un buon rapporto nonostante lee parole non sempre gentili nella Storia. Dione divenne proconsole di Africa e forse console per la prima volta proprio sotto Settimio, a testimonianza di questo rapporto di amicizia e di fruttifera collaborazione c’è la dedica all'imperatore di un piccolo trattatello sull'interpretazione di quei sogni e di quei prodigi che profetizzarono la porpora a Settimio. (opera perduta). Molto probabilmente Dione abbandonò la vita politica attiva e Roma sotto Caracalla; divenne governatore di Pergamo e Smirne durante il breve principato di Macrino. Alessandro Severo lo richiamò a Roma per poi nominarlo governatore della Dalmazia e della Pannonia.

Moneta raffigurante Alessandro Severo celebrante la sua indulgenza.

Se vogliamo credere alle parole dello stesso Dione, quando fu governatore della Pannonia si inimicò l’esercito per i suoi tentativi di ristabilire l’antica disciplina militare, cosa non gradita alla volgare e avida soldataglia. I soldati addirittura riuscirono a convincere i pretoriani, timorosi di un ritorno alle vecchie consuetudini, ai magri stipendi e alla disciplina ferrea, a denunciarlo non solo al prefetto del pretorio Ulpiano, quel severo e puntiglioso giurista del Digesto, e addirittura allo stesso imperatore. Alessandro Severo lasciò cadere la denuncia, ma dovette richiamare Dione a Roma concedendogli però come risarcimento un secondo consolato con tutte le spese pagate. L’imperatore consigliò a Dione di esercitare il consolato lontano da Roma, in Campania, forse nella stessa amata Capua, in quel luogo dove molto probabilmente Dione iniziò a scrivere la sua opera storica e dove assistette all'eruzione del lontano Vesuvio (202 d.C.). L’imperatore temette che i pretoriani potessero aggredire o addirittura uccidere Dione non tollerando la vista di lui con i fasci littori, con quel simbolo di autorità.

Protetto dalla guardia imperiale Dione trascorre alcuni giorni in Campania con l’imperatore per poi ricevere il permesso di poter ritornare in Bitinia. Il motivo ufficiale era le necessità di curare una malattia ai piedi, forse piedi gonfi, esagerando un sintomo di idropisia cardiaca. Molto probabilmente muore nel 233 d.C., per sua fortuna non vedrà la brutta fine del suo imperatore, trucidato dai suoi stessi soldati; non vedrà un gigantesco ufficiale trace di oscuri natali diventare imperatore; non narrerà quei successivi anni turbolenti, gli anni dell’anarchia militare.

I versi dell’Iliade

Nelle ultime pagine della sua Storia Dione ricorda di come il ritorno in Bitinia fosse stato predetto tempo prima dal suo daimon/δαἱμων, un essere soprannaturale intermedio tra il dio e l’uomo che già in precedenza gli aveva ordinato di non fermarsi al trattatello sui sogni di Severo, ma di iniziare a scrivere un’opera storica e che lo aveva protetto, guidato e incitato nella sua opera. Il daimon gli recitò quei due versi dell’Iliade e solo successivamente Dione capì che come Zeus salvò Ettore dall'assalto furioso di Agamennone, così il suo Alessandro Severo lo aveva salvato dalla rabbia dei pretoriani.

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