ogni tanto la realtà

leggendo “L’invenzione della madre” di Marco Peano — Minimum Fax, 2015


Nella scansione temporale del declino, la vita prima della morte di una malata di cancro scorre elementare e ovattata. Il figlio alterna alla presa in carico quotidiana della madre malata il lavoro in una videoteca; un’esistenza appartata in una sorta di giardino segreto; un’ossessione — non sempre terapeutica — per la parola.

Perché è quella la parola che occupa i suoi pensieri costantemente. Se la ripete come una filastrocca, o come un incantesimo: metastasi, metastasi, metastasi.
parlando con migliaia di persone –, si dovrà piegare a una lingua muta, fatta di occhiate, silenzi, attese. Il marito imparerà un nuovo alfabeto […]
(«allettata» è un vocabolo dal duplice significato, pensa Mattia: ma se l’esattezza della lingua è l’unico alleato che ti è rimasto, non ci dovrebbe mai essere possibilità di equivoco)
e «scoperchiare» non era la parola esatta

Con un continuo riferirsi all’altrove, a cominciare dal luogo in cui la madre trascorrerà gli ultimi giorni — un di là che è comunque dentro, il giardino e nella vita di famiglia — e su un ordito di appigli culturali scoperti, cinematografici e letterari, l’autore sviluppa la storia di un lutto fratto, innanzitutto individuale, ambientato in una comunità di provincia italiana, settentrionale e scabra: nuclei familiari ridotti e senza nome, raggi d’azione limitati; ogni cosa, specialmente nella prima parte del romanzo, accade in abitacoli d’auto, tinelli, ascensori, camerette, di là.

Un orizzonte spaziale ristretto, in cui di emozioni e lacrime la voce narrante principale fa appena cenno, e in cui non potrà esserci altra trama, né altra direzione che quella inesorabile di fluttuazione verso la morte della madre.
Ci si chiede cosa sia, questa voce, a chi appartenga. È più quella, terza e giovane, di un narratore quasi infallibile nella precisione delle descrizioni e apodissi, o quella di un io nascosto che dal futuro segue il sé protagonista? E sarà la stessa voce che, dopo avere raccontato, rimugina — in sempre più frequenti digressioni tra parentesi — ancora altre citazioni, fantasie che partono da etimi e giustapposizioni, definizioni enciclopediche che fanno da palliativo alla comprensione? Lo fa sussurrando, o forse soltanto tra sé e sé, come in una bolla di pensiero?

Quali che siano le risposte, la scelta di rielaborare in terza persona singolare una vicenda autobiografica ha l’effetto di spostare la prospettiva dalla costruzione diaristica a favore della finzione; o, nei passaggi più lucidi, a favore di abbozzi di riflessione e scrittura saggistica. Inoltre, e diversamente dal rapporto io-tu/io-voi instaurato coi lettori da altri autori che scrivono di temi affini, il livello emotivo e il coinvolgimento nell’Invenzione della madre vengono ridimensionati dall’uso della terza persona; dalle descrizioni intime della vita famigliare; da scorci di vita di provincia, usi funerari, riferimenti rarissimi al dialetto; e da una scelta lessicale media, disseminata di lemmi medici e specialistici, parallelismi.

Ed è forse così che la narrazione extra-parentesi, sia ante che post mortem, resta piana, pure se ingaggiata in un gioco di scoperte linguistiche e rituali: la ricerca su internet, il ricorso ingenuo al greco del liceo, la caccia alle ultime parole scritte dalla madre su un foglietto.

Una narrazione piana perché smorzata dalle cose. Ogni tanto la realtà si ripresenta, spegne i tentativi di piegare il senso verbale a favore di comprensione e annienta le fantasticherie: ha le sembianze di una recidiva della malattia, di una lettera anonima, del felino di casa che continua a fare il felino, delle vicende di ordinaria felicità degli amici. Sulla parola sono riposte speranze di superamento e salvezza; un’aspettativa altissima, perché la conquista di nuovi vocabolari è sempre faticosa, o inutile.

In Wit di Margaret Edson, la protagonista Vivian — paziente oncologica terminale, una vita accademica trascorsa ad analizzare le parole — dichiarava:

Ho bisogno di sapere cosa dicono i medici quando mi dissezionano. L’acquisizione del lessico è la mia unica difesa.

Ma, prossima alla fine, si ritraeva:

Questo non è il tempo dei giochi di parole in punta di fioretto. Nulla sarebbe peggio di precise, erudite filologie, esegesi, complicazioni. No, questa è l’ora della semplicità — lo voglio dire, sì — della gentilezza.
Pensavo che essere acuta e intelligente avrebbe risolto tutto, ma lo so, sono stata smascherata. Ho paura […], voglio dire come ci si sente. Spiegare. Usare le mie parole. Solo, è come se non potessi — non ce ne sono.

E non è solo una figura di pensiero. Anche nel romanzo di Peano, come sembra mangiare dall’interno il corpo per riempirlo di sé, la malattia riesce a vuotare di senso le parole, che suonano assurde e fuori contesto, e davanti alle quali [dietro?], l’unico gesto possibile è tapparsi la bocca con la mano.

una serie casuale di parole, che pur possedendo un tono interrogativo formulano una domanda alla quale nessuno potrebbe mai rispondere […]una frase il cui significato sta solo nella testa […], all’origine del pensiero

Tuttavia, ostinata e costante, di aneddoto in aneddoto, e nella speranza che da un significato trovato o perduto ne nasca un altro, vero, che resista al tempo, la scrittura in questo caso non si sottrae. Si piega soltanto, nella parte centrale del romanzo, in prossimità della morte della madre.

Le parole, a partire da adesso, vengono rimodellate per un nuovo uso.

Nella parte centrale (“Mentre”), infatti, in cui sono descritti la morte e il funerale, lo sguardo si ingentilisce e si sofferma sul rapporto, ridotto a pura fisicità e nudità, rantolo e cura, tra madre e figlio. Sposo surrogato, è al figlio che i medici parlano. È lui a tentare, invano, di infilare al dito della madre morta l’anello nuziale, lasciando poi che se ne occupi uno degli addetti delle pompe funebri. (Il becchino tornerà con un sorriso dalla missione compiuta. Sul come abbia fatto a superare la rigidità delle mani si tace).

Ma se “Mentre” è la parte della gentilezza, è il post mortem a dare una sterzata al flusso dei pensieri e delle azioni. Mattia ritorna al mondo dalla morte della madre in rigurgiti di energia oscura; un filo nero attraversa le parole e ridelinea l’identità del figlio/orfano che chiude bruscamente telefonate, conversazioni, relazioni, sfida l’autorità e le convenzioni della compassione.

Il finale farà piangere i lettori più emotivi, spalancare gli occhi o digrignare i denti agli altri; è come se, in una ricomposizione forzata e necessaria, si riprendesse la stessa disarticolazione innaturale che ha restituito l’anello alla madre. Nel finale la parola originaria è slogata e ripronunciata: se all’inizio del romanzo la riflessione sulla parola era anche un espediente dispersivo che arginava il dolore delle cose, nella seconda e soprattutto nella terza parte, Peano riporta il linguaggio e la narrazione in zona di significanza, concentrandole.

L’invenzione [inventio] non sarà dunque quella di chi o ciò che si costruisce da zero, creazionisticamente; sarà il trovare — rinvenire— qualcosa che già c’era, prima del figlio, e in cui il figlio più o meno per caso si imbatte, per trasformarlo: oggetti, minutaglie, segni, parole, memorie di corpi sulla cui presenza o assenza costruire, o ricostruire, un’esistenza. Una lingua delle cose nuova, rivista, una narrativa illuminata, che contenga le cose, le persone e l’esperienza.

Perché, come il protagonista spiega a un cliente della videoteca — perplesso di fronte alla stessa esistenza dei remake dei film—

“ogni tanto la realtà va rifatta.”

Concludere il romanzo come — leggenda narra — Proust la propria vita, pronunciando al rallentatore il nome della madre (quello lallato e quasi universale; non quello proprio, che resta velato da una sciarada: uno dei misteri minimi e delle tante delicatezze della scrittura di Peano) è un azzardo altrettanto coraggioso, scelta consapevole di grazia e di mestiere: ripresa in mano la materia del capitolo Emme, in cui notava come dal “ventre malleabile dell’alfabeto”, la lettera m iniziasse le parole madre e morte, lo scrittore-tanatoprattore disarticola e ricompone l’origine dei ricordi, della prima parola — della matrice di tutte le parole — e del me.