if WRONG then TURN BACK

Perché agli intellettuali italiani farebbe un gran bene imparare a scrivere codice informatico

L’altro giorno sono uscito, per la prima volta in vita mia, dalla stazione ferroviaria di Bovisa, a Milano. Andavo a trovare degli amici che parlavano ad una conferenza di programmatori e nerd assortiti, che si chiama Codemotion.

Avevo in testa tutte le informazioni necessarie per raggiungere il luogo dell’evento. Con passo sicuro — con la migliore imitazione di un passo sicuro che sono in grado di offrire al mondo — mi sono diretto verso sinistra. E ho subito trovato un cartello come questo.

Ho quindi invertito la direzione. Dopo poco, mi è venuto in soccorso questo cartello.

Solo a dei programmatori poteva venire in mente di chiedersi se per caso esistevano dei percorsi sbagliati, di individuarli, e di fare uno sforzo per avvisare il pubblico. A me questo sforzo è servito. Nella maggior parte dei casi, da utente di servizi, avrei bisogno di più sforzi di questo tipo, e mi irrito quando non sono disponibili. Dall’interno del vagone della Trenord che avevo lasciato poco prima, ad esempio, i cartelli con il nome della stazione non si vedono. Qualcuno li ha messi troppo in alto.

Non perdersi di fronte alle novità: è questa la lezione più utile e sorprendente per chi impara un linguaggio di programmazione.

Soprattutto se lo si fa potendo contare solo su un bagaglio culturale di tipo umanistico. Scrivere una lista di istruzioni per un programma che richiede un input di dati mette infatti di fronte a un problema: come gestire gli input non previsti.
Immaginate di aver scritto un programma che chiede all’utente di inserire il proprio nome. I caratteri resi disponibili dal programma sono tutti quelli a cui siete riusciti a pensare. Arriva un utente di nome 太郎. Il programma diventa inutilizzabile, perché non c’è nessuna istruzione su come immettere quei caratteri. Quindi riscrivi il programma, e impari come gestire in anticipo delle criticità che parevano ipotetiche ed esotiche — e che a quanto pare non lo sono più.

Questo tipo di situazione ha due caratteristiche salienti:
1) non si incontra mai nel modello didattico e cognitivo prevalente seguito da chi si occupa di cultura in Italia;
2) si incontra regolarmente nel lavoro quotidiano di chi si occupa di cultura in Italia.

Non perdersi di fronte alle novità: è quello che chiede, insistentemente, chi desidera imparare ai professionisti della cultura

Una richiesta spesso inevasa, per la paura che spiegare troppo faccia scivolare nel didascalismo e quindi tradisca la complessità delle cose. E per il desiderio, così tipico dei professionisti della cultura, di preservare l’ambiguità, tratto costitutivo delle opere d’arte nella modernità.

Si può essere chiari, e allo stesso tempo non tradire né la complessità del reale, né l’ambiguità delle opere d’arte?

Un modo per capire come si fa è imparare a scrivere del codice informatico.

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