Immaginario e paesaggio incarnato

Ci sono luoghi nei quali ci sentiamo immediatamente bene. Non sappiamo perché. Nell’esperienza si produce una strana alchimia che ci chiama: è una sirena dal canto delicato, che sussurra note ipnotiche. Il mistero di questo magnetismo rimarrà per sempre impenetrabile? Forse no, almeno non del tutto.

Da alcuni decenni, le scienze umane, l’antropologia e le neuroscienze, hanno iniziato ad investigare la chimica di questo legame tra l’esperienza dei luoghi, della forma urbana, del paesaggio e le reazioni emozionali implicite delle persone. Uno dei più noti ed abili Sherlock Holmes del paesaggio urbano e naturale è Colin Ellard. Neuroscienziato canadese attivo alla Waterloo University di Toronto, fondatore di Urban Realities Laboratory. E’ stato in Italia in questi giorni, ospite del Master NAAD che guido allo Iuav di Venezia. Da più di venti anni ha iniziato ad utilizzare i metodi delle neuroscienze e della psicologia ambientale per capire come la prospettiva evolutiva dell’uomo, quindi la sua dimensione biologica, possa influire nella percezione del paesaggio e del contesto urbano nel quale siamo immersi tutti i giorni.

E’ questa la strada per decifrare l’alchimia misteriosa citata all’inicipit?

C’è un caso, un semplice esempio citato nel suo libro ‘ Places of the heart, psycogeography of the everyday life’. Già dal 1993 sappiamo grazie ad Heerwagen e Gordon che curiosamente è molto diffusa la predilezione per un paesaggio naturale composto di particolari tipi di alberi, con cespugli disposti in un ordine abbastanza preciso. E’ il paesaggio della Savana est africana. Coppie di alberi separati non troppo, tronchi grossi, non troppo alti, chioma ampia e ombreggiante. Sarà più tardi, nel 2010, che Falk a Balling publicheranno uno studio dettagliato ed ampio che radicherà questa intuizione su basi analitiche. Attraverso un lungo studio in cinque continenti diversi, dimostrarono come questa preferenza fosse fondata.

Le ragioni di questa realtà andavano evidentemente cercate nel fatto che tutto il genere umano è frutto di una diaspora che ha il proprio centro in quell’area africana, com’è ormai ampiamente condiviso. Perché quel paesaggio e quel sistema articolato di elementi vegetali è così radicato nella dimensione precognitiva? Falk e Balling riassumo studi ed analisi indicando nel rifugio e nel controllo visivo offerto da quelle chiome, nella spinta alla sopravvivenza, la chiave per decifrare questo profondo legame con quel paesaggio. Quindi la biologia evolutiva ha trascritto nel profondo questa attitudine e mantenuta nel corso delle decine di migliaia di anni passati dall’inizio della dispersione dei gruppi umani. C’è anche un’altra ragione, legata alla prima, che spiega questa affezione a quel particolare gruppo arboreo: era un albero scalabile, la chioma poteva essere raggiunta. La sua forma quindi era l’espressione programmatica dei gesti necessari a porsi in salvo. La forma del tronco, le dimensioni, i rami intermedi erano elementi architettonici che dicevano ‘sali su in fretta e mettiti al riparo’, erano quelle che Gibson aveva chiamato nel 1977 le affordances. Quell’elemento inserito nel paesaggio è dotato di una carica affettiva molto elevata, che ha resistito nel tempo, perché nella sua forma è implicita una azione motoria, con una stratificazione emozionale primaria, la paura, la ricerca e la gioia, almeno tre dei sistemi primari di Jaak Pankseep. Un cocktail potentissimo.

RAAAF & Barbara Visser ‘The end of sitting’

Le cose che ci circondano ci parlano, come gli alberi di Falk e Balling, anzi prima di tutto parlano al nostro corpo e alla sua dimensione motoria. Per questa ragione il paesaggio di una città, di uno spazio aperto, riesce a creare l’alchimia se suggerisce implicitamente delle azioni, nelle quali sono stratificate emozioni in sintonia con ciò che andiam cercando. Noi oggi non cerchiamo sempre un rifugio protetto per vedere senza essere visti, abbiamo anche altre molle che ci spingono: un angolo dove appoggiare i gomiti per scaricare un po’ le gambe dal peso e riposare, magari facendo due chiacchere, un dissuasore della giusta altezza e consistenza che diventa un sedile temporaneo, una vetrina rientrante che in caso di pioggia diventa un riparo
Il disegno dovrebbe parlare di più al corpo, diventare progetto di un paesaggio incarnato, produttore di suggerimenti e di richiami alla pausa, al riposo e allo scambio. Questi mezzi umili e silenti per creare convolgimento motorio ed emozionale, sono alimentati da un sostrato emotivo comune, un prodotto evolutivo, come abbiamo visto. In un contesto urbano dominato da sentimenti di paura e rabbia latente, popolato da soggetti di moltepli provenienze, creare campi magnetici alimentati da emozioni comuni perché radicate nella dimensione biologica, come per il Savannah-like Landscape, può creare forse delle aree per sostenere attitudini più favorevoli all’interazione e allo scambio.

Parigi

Un paesaggio che si arricchisce dell immaginazione innescata dalla memoria di gesti e d’esperienze del corpo, impresse e tradotte nelle sue forme, colmo di spunti di attivazione, mi sembra un paesaggio vivo, un paesaggio disponibile alla passeggiata, alla Walser, al sogno ad occhi aperti del flaneur, che ridona senso ed emozione agli incontri di cose e persone, un paesaggio che confina tra l’immaginario e la realtà, che riesce a far vedere l’invisibile.

In un vortice di polvere
 gli altri vedevan siccità,
 a me ricordava
 la gonna di Jenny
 in un ballo di tanti anni fa

Il suonatore Jones di Fabrizio de André

Articolo di Davide Ruzzon, responsabile scientifico di TUNED, iniziativa di Lombardini22