Le neuroscienze e l’architettura del lavoro

© 贝莉儿

Le architetture che avvolgono i nostri corpi ci parlano ogni secondo, soprattutto quando non le ascoltiamo.

Anche noi a questi stessi involucri rivolgiamo una preghiera, tutti i giorni, appena varchiamo la soglia del nostro luogo di lavoro, qualsiasi esso sia. Quasi sempre la lingua muta dei luoghi sembra straniera alla nostra preghiera.

L’esperienza del lavoro, in ufficio come in fabbrica, in modo diversi, produce nel nostro profondo delle attese, che raramente si presentano come nitide immagini alla nostra coscienza. Sono radicate nel livello più profondo del nostro cervello, incise direttamente nel genoma. 
Nel corso della vita, ogni storia in ogni contesto s’incarica di declinare questo patrimonio comune: ma il background rimane esattamente lo stesso per ognuno di noi. Le attese pre-cognitive, dell’esperienza del lavoro, generano una richiesta che può trovare ascolto proprio a partire dai muri che tale esperienza inaugura. Le scoperte realizzate dalle neuroscienze sul rapporto tra cervello-corpo-ambiente, negli ultimi trent’anni, hanno regalato all’uomo una conoscenza come mai prima nella storia. 
Grazie a questo bagaglio conoscitivo, in modo consapevole, ora è possibile costruire luoghi per il lavoro in grado di dare una risposta a questa richiesta di ascolto.

Ma cosa chiediamo allo spazio architettonico che avvolge i nostri corpi durante le attività lavorative? Chiediamo una cosa più importante d’essere adeguato sul piano tecnico e funzionale: non basta una buona luce naturale, non bastano nemmeno dei luoghi per il relax e l’interazione informale, non basta un orto aziendale, né il controllo della qualità dell’aria e della temperatura. Tutte cose importanti, ma non sufficienti per rispondere quella domanda.

Una delle acquisizioni scientifiche prima evocate svela l’intreccio profondo ed inscindibile tra corpo e cervello: da poco sappiamo, infatti, che questi sono un unico organismo. L’eterna credenza, del tutto infondata, della separazione della mente dal corpo, che Cartesio ribadì nella prima metà del ‘600, ha antiche radici. E’ evidente che tale dualità, imposta da una parte del pensiero filosofico, è stata la premessa della testarda e lunga divisione tra attività manuale e lavoro intellettuale. Il superamento di questa dualità, in Occidente, è parallelo allo sviluppo della prima Rivoluzione Industriale e della borghesia. Oggi, infine, la nascita dell’antropologia del lavoro, come disciplina di frontiera, testimonia la nuova centralità della persona nell’analisi del processo produttivo. Il lavoro, in questo quadro, assume concretezza: è applicazione del pensiero attraverso il corpo.

Quale richiesta avanza il nostro organismo, dunque? Semplice, quella di affiancare, nello sviluppo delle attività lavorative, al principio di prestazione (recente sostituto del principio di realtà, indicato da Freud come agente di controllo sull’innata ricerca del piacere) un sentimento di auto-realizzazione. Quale ruolo svolge l’architettura in questa ricerca? Certamente non la determina, non può produrre la qualità stessa dell’attività. Questo è certo. Ma è altrettanto certo, ormai, che l’intreccio tra corpo e ambiente, tra sistema sensoriale ed architettura, può produrre l’emergere di emozioni (che altro non sono che risposte fisiologiche a delle sollecitazioni esterne o interne) e quindi sentimenti veri e propri (cioè le immagini delle nostre reazioni emotive presentate alla coscienza). Ebbene, la percezione dello spazio ripetuta nel tempo stabilizza un sentimento: questo può essere in sintonia o dissonante con le nostre attese. A questo punto, può sembrare incredibile, ma è proprio il corpo ad entrare in scena per orientare la forma del luogo di lavoro. Come? Il binomio emozione-sentimento è profondamente legato alla storia del corpo e ai suoi movimenti. Questi, infatti, sono stati la base dello sviluppo del pensiero e sono il fondamento delle metafore che tutti utilizziamo per comunicare: a questi movimenti sono legati inoltre anche i sentimenti che stratifichiamo nel corso dell’esperienza, sin da bambini. Quando corriamo, quando saltiamo, ci tuffiamo in acqua, oppure danziamo. Ogni gesto ha un suo connotato emotivo-sentimentale mappato nella corteccia, insieme alla memoria dei comandi motori.

Il progetto dei luoghi di lavoro per far rivivere sentimenti coerenti con le attese degli utenti, con la ricerca della dimensione creativa, deve cercare di tradurre in ritmo, materiali, relazioni topologiche, controllo della luce, texture e geometria quelle metafore sensori-motorie in grado di far emergere le emozioni basilari scritte nel genoma, alle quali abbiamo fatto cenno all’inizio: nel nostro caso le emozioni della gioia e della ricerca. Queste con altre cinque sono state descritte da Pankseep, da Damasio e da Edelman come i topos della regolazione dei sistemi vitali: sono infatti mappate direttamente nel genoma.

Dalla percezione multisensoriale, dunque, che sviluppiamo durante l’esperienza del lavoro, l’architettura può far emergere un sentimento di auto-realizzazione. Attraverso quali metafore motorie? Si ‘ruota’ sempre intorno alla dimensione del gioco. La creatività è un’esperienza che sin da bambini si vive tramite l’evoluzione del corpo nello spazio e nella manipolazione della materia: dall’esecuzione di movimenti fluidi, secondo ritmi e figure più o meno armoniche, fino al castello di sabbia.

© Markus Spiske

E’ stato sviluppato un metodo, chiamato TUNED, per tradurre queste metafore sensori-motorie in indicazioni per costruire luoghi: si tratta di osservare le reazioni dei sistemi percettivi del corpo umano, nel corso del movimento, per derivarne la conoscenza utile ad orientare l’architettura in sintonia con le attese.

Perché tutta questa fatica? La presenza di spazi dissonanti, mentre si vive l’esperienza del lavoro, rende più faticosa la concentrazione. E’ come se ascoltando una canzone avessi nelle orecchie sempre un martello pneumatico. Uno spazio adeguato all’uso, riduce lo stress facilitando l’equilibrio omeostatico dell’organismo e l’utilizzo dell’energia nella giusta direzione. Proprio grazie all’unità di mente e corpo, la cura della creatività tradotta in spazi architettonici, può risvegliare le motivazioni e favorire le relazioni. Basta solo ascoltare.

di Davide Ruzzon
Architetto e Direttore Scientifico di TUNED, progetto di Lombardini 22