Odor di zolfo.

Ci sono luoghi, un tempo sede di operose attività produttive, che ora giacciono inerti nella condizione del più silenzioso abbandono.Troppo spesso tocca loro anche il vile oblio degli uomini. E’ questo il caso di molte aree minerarie del nostro Paese, dismesse per essere venuto meno il vantaggio economico di proseguire nel lavoro di estrazione. E’ con l’animo avventuroso dell’esploratore che ho percorso, più e più volte oramai, quel territorio collinare al confine tra le Province di Pesaro ed Ancona che fu teatro, oltre che di umane fatiche sottoterra, pure di vivace vita sociale in superficie, culminata nel clamoroso sciopero del 1951 — peraltro testimoniato dal documentario “Pane e zolfo” di Gillo Pontecorvo (https://youtu.be/AmQ1sKJ3WuI) — quando i minatori scelsero di restare ad oltranza seppelliti nelle viscere della terra per protestare contro la chiusura dello stabilimento minerario di Cabernardi(An). Fu inevitabile che analoga sorte toccasse a sito di Percozzone (Pu) ed alla Raffineria Montecatini di Bellisio (Pu), dove lo zolfo grezzo giungeva per subire la lavorazione finale prima di essere, sempre attraverso teleferica. trasferito alla locale Stazione Ferroviaria, da dove avrebbe poi proseguito per le destinazioni di consumo. Oggi Cabernardi (An) è sede attiva di un Parco Minerario e di un Museo (http://www.minieracabernardi.it/) che ne raccoglie le memorie storiche. Non hanno avuto lo stesso destino il sito minerario di Percozzone e la Raffineria di Bellisio, dove presso la Stazione nella tratta ferroviaria Pergola-Fabriano, anch’essa da poco dismessa, sono presenti a tutt’oggi i magazzini di stoccaggio dello zolfo. Percorrere in solitudine quei silenziosi sentieri pregni dell’acre odore di zolfo, irti di rovi e certamente densi di insidie nascoste — parrà paradossale — ma mi è stato più rasserenante di una passeggiata in riva al mare. E’ assai probabile debba ciò alla docile compagnia della mia fotocamera.

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