ANDATE A VEDERE LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT, CAZZO

Premetto che: le cose a mio parere più intelligenti su sto film le ha scritte il bravo Gabriele Niola su Badtaste e vi invito ad andarvele a leggere. Cercherò di rubargliene il meno possibile.

Detto ciò, com’è questo Jeeg Robot di cui tutti parlano? Che vi devo dire, è na bomba. Una vera e propria bomba. Se ci andate al cinema non fate una lira di danno.

Per chi non ha idea di cosa parliamo (pochissimi spero), un accenno di trama: Enzo Ceccotti è un ladro da quattro soldi che per sfuggire alla pula finisce dentro il Tevere, per la precisione dentro un barile pieno di roba radioattiva. Sul momento soffre e vomita come un cane ubriaco, ma il mattino dopo si accorge di poter piegare i termosifoni e che le pallottole gli fanno il solletico. Stacco. C’è un mafioncello di borgata (il film è pieno di signori nessuno) detto lo Zingaro, che cerca di svoltare e farsi un nome stringendo affari con certi truci camorristi (ma quello è Genny di Gomorra!) che si divertono a piazzare bombe in giro per la Capitale. Stacco. Alessia è la figlia di un membro della batteria dello Zingaro, che coltiva un’insana passione per l’anime di Jeeg Robot d’acciaio: non ha proprio tutte le rotelle a posto perché nel suo passato c’è più orrore e sofferenza che altro.

Ci sono svariati validi motivi per cui andare a vedere questo film: il primo e più importante di tutti è che è un BEL film, scritto, diretto, interpretato, montato e fotografato da gente piena di passione e competenza.

La storia è davvero molto semplice, e non si vergogna di pescare a piene mani dalla lunga tradizione di origin stories di supereroi americani. Questo però non significa che il film voglia scimmiottare la moda dei cinecomics. No, i bravi Nicola Guaglianone e Menotti prendono un impianto classico e prevedibile e lo calano in una realtà che è solo nostra, una realtà fatta di quartieracci come Tor Bella Monaca, gangster di quarta categoria che sembrano usciti da un moderno Romanzo Criminale, lo Stadio Olimpico, gli scheletri di palazzoni ai confini della città, una periferia fatta di strade deserte e scorci di campagna desolata. Anche volendo escludere il contesto – e non è che abbia molto senso farlo: la cinepresa di Gabriele Mainetti ama Roma, guardate quanto è bella la prima inquadratura della città, godete dei dialoghi fra i personaggi in quel romano strettissimo che diventa così espressivo e caratterizzante. Ma volendo escludere il contesto, il film funziona benissimo anche come classica storia di origini alla Spider Man. C’è tutto, uno sviluppo coerente e organico del protagonista, che da ladruncolo finirà per diventare eroe suo malgrado, un lavoro meticoloso di costruzione del villain, roba che Jeeg Robot a Iron Man e al primo Captain America li fa piagne, addirittura una storia d’amore che aveva tutte le ragioni per apparire poco credibile e che invece mi è rimasta dentro per la delicatezza e il calore umano che Santamaria e la Pastorelli sono riusciti a metterci.

C’è tutto insomma, e anche di più, perché se da un lato il film è magistrale proprio in quel terzo atto che tanti, troppi cinecomics puntualmente cannano (di nuovo, ciao Iron Man, ciao Captain America, e la lista potrebbe continuare), è anche vero che Jeeg Robot, parlando fondamentalmente di gente ai margini, riesce a essere coraggioso in quei pertugi – che tanto pertugi non sono – dove i suoi cugini americani sono decisamente più pudici. Voi guardate la scena di sesso fra i protagonisti e ditemi se non è un cazzotto dolorosissimo allo stomaco, roba che vorresti nasconderti gli occhi nelle mani, e che è al contempo perfetta per descrivere il rapporto fra i due e tutta la loro disperata fragilità.

E allora ancora un applauso a Claudio Santamaria, perfetto per physique du role e carisma nei panni del protagonista Enzo. E un applauso pure a Ilenia Pastorelli su cui nessuno scommetteva una lira e che invece è la vera scoperta del film: diretta alla grande da Mainetti, sexy e disturbata, fragile ma anche divertente (si accolla il praticone della linea comica del film). La sua scena madre a metà film è una roba che ti straccia il cuore e te lo lascia a brandelli.

E parlando di attori, Luca Marinelli che fa lo Zingaro è una di quelle performance che rimangono scolpite nell’immaginario: il suo personaggio è una specie di Joker di periferia, che come Heath Ledger nel Cavaliere Oscuro registra le sue malefatte con sadico piacere per poi pubblicarle, ossessionato com’è dalla cultura dell’apparire. Marinelli è bravo soprattutto perché ha il completo controllo sul personaggio, che in altre mani – anche registiche – sarebbe potuto diventare una macchietta. Invece lui sa sempre quando contenersi e quando scatenarsi, ed è proprio il continuo alternarsi fra diversi stati d’animo a renderlo realmente imprevedibile e di conseguenza affascinante.

Adesso, sul serio, che volete di più? Che Mainetti ve viè a spiccià casa? Gli attori sono bravi (ma tutti, e tanto), la sceneggiatura è matura ed equilibrata (molto più di tanti cinecomics made in USA, ripetiamolo per gli scettici), la regia è fantastica e non si appoggia mai troppo sugli attori – come spesso siamo abituati nel nostro cinema – ma lavora con le immagini, con i luoghi, donandogli vita e spessore narrativo, senza mai sembrare televisiva.

Per concludere, volevo dire che il secondo motivo per cui andarlo a vedere è che Lo chiamavano Jeeg Robot dimostra in modo incontrovertibile che anche noi SAPPIAMO fare un tipo di cinema diverso, che al nostro pubblico possiamo dare altro che non siano federichimoccia, checchizaloni e margheritebuy. Lo avevamo mezzo capito con Suburra di Sollima, che riportava in auge il cinema di genere senza fronzoli e moralismi, e adesso con Jeeg Robot è più chiaro che mai. C’abbiamo gli autori, c’abbiamo le maestranze, c’abbiamo gli interpreti, mancano solo i produttori. Per questo spero che il film vada bene, perché possa essere un segnale di cambiamento a tutto tondo, l’apripista per cose che prima non si erano mai viste nel nostro cinema, e che adesso hanno una grande occasione per essere concretizzate. Jeeg Robot non deve diventare una mosca bianca, non lo voglio vedere su un altarino più del necessario, ma anzi voglio La Vendetta di Jeeg Robot, Il Ritorno di Jeeg Robot, voglio altri supereroi, altre storie che attingano a immaginari più vasti, senza fare il verso agli americani ma diversificando sempre di più la nostra offerta cinematografica. Abbiamo dimostrato di saper camminare sulle nostre gambe, con personaggi nostri e storie nostre. Cazzo cominciamo a farlo.