Il film dei Pills è abbastanza bello

The Pills è una sketch comedy realizzata da un collettivo di ragazzi romani che da quasi quattro anni (primo video, L’amore ai tempi dell’Erasmus, caricato nel maggio 2012) viene pubblicata su YouTube. Per la maggior parte di breve durata – ma ce ne sono anche di più articolati – i video raccontano a modo loro cosa significhi essere un «post-adolescente», ossia qualcuno anagraficamente più vicino ai 30 anni che ai 20, nella Roma di oggi. Gli iscritti al loro canale sono quasi 130.000, le visualizzazioni a video viaggiano tranquillamente fra le 200.000 e le 600.000, la loro pagina Facebook ha circa 200.000 like.

Le menti dietro tutto ciò rispondono al nome di Luca Vecchi, quello alto con gli occhiali, Matteo Corradini, quello secco vestito da rapper e Luigi Di Capua, quello sempre con gli occhiali da sole e il capello ordinato. I tre sono gli autori e interpreti di tutti gli sketch, il cui cast comprende svariati altri collaboratori, fra cui anche la nonna di Luca. Il successo su YouTube ha portato il trio a lavorare alla Rai, collaborando al programma StraCult con alcuni nuovi sketch realizzati appositamente, e scrivendo la sit-com Zio Gianni, interpretata da Paolo Calabresi, di cui è da poco partita la seconda stagione. Inoltre sono autori, insieme a Luca Ravenna, e conduttori del late show in quattro puntate in onda su Italia1 Non ce la faremo mai.

Tutto questo per dire che all’appuntamento col cinema Luca, Matteo e Luigi non si presentavano esattamente come degli sprovveduti. Naturalmente, un conto è realizzare degli episodi da sette minuti l’uno come quelli di Zio Gianni (seppure molto divertenti), o degli sketch anche più brevi per YouTube, un altro è imbarcarsi in un tipo di narrazione per forza di cose più complessa come quella cinematografica. La posta in gioco era alta, il rischio di fallire ancora di più. Ce l’hanno fatta? Sì. E no.

La struttura a sketch che li ha resi famosi non avrebbe funzionato altrettanto bene in un film, e questo il trio sembra capirlo fin dal principio, con un incipit brillante che li mostra come bambini impegnati in versioni parodistiche delle loro abitudini «adulte»: rollarsi la canna, rimorchiare, prendersi per il culo. Azzeccati e genuini i piccoli attori scelti a rappresentarli. I tre si faranno una promessa solenne: giurano di non lavorare mai. Eccolo qui il cuore del film: un ribaltamento di prospettiva in cui il posto di lavoro non è più il sogno ambito da tutti, ma un incubo da cui fuggire a gambe levate per la paura di fallire e di vedere i propri desideri andare in frantumi.

L’incipit otre a introdurre in maniera anticonvenzionale i protagonisti serve anche a giustificare i numerosi inserti in bianco e nero che punteggiano la sceneggiatura, quei momenti direttamente derivati dal loro linguaggio visivo abituale. A un certo punto i tre prenderanno ognuno la propria strada, una maniera personale di reagire al tempo che avanza inesorabile, alle responsabilità a cui sono loro malgrado chiamati: Luca decide di affrontarle di petto grazie all’insistenza e al fascino di Giulia, la brava e bella Margherita Vicario, che gli fa provare per la prima volta l’ebbrezza di lavorare.

Luigi rifiuta categoricamente di crescere rifugiandosi in un passato adolescenziale fatto di occupazioni scolastiche e atteggiamenti ribelli, imitando – efficacemente, fa morire dal ridere – il Silvio Muccino di Come Te Nessuno Mai. Matteo invece deve fare i conti con una improbabile seconda giovinezza del padre cinquantenne, impegnato con blog, Instagram, web series (anche lui!) e fughe a Berlino.

Tanti, davvero tanti i momenti da ridere: la parodia di Terry Richardson, i bangla, le reazioni di Luigi quando qualcuno gli dà del Lei. Tuttavia la trama risente di questa struttura tripartita e comincia a sfilacciarsi, a perdere di equilibrio, e a farne le spese è soprattutto la sottotrama di Matteo, in assoluto quella meno approfondita e più inutile ai fini della storia. La sensazione è che sia stata la principale vittima della sala montaggio: non si assume una professionista come Francesca Reggiani, nel film la mamma di Matteo, per due inquadrature e due battute, due di numero, facendola poi uscire di scena in maniera così brusca. Matteo diventa quindi una figura più defilata, e si ritrova a mediare fra Luigi e Luca, il cui antagonismo diventa centrale, con il primo cocciutamente deciso a non lavorare e ostile alle scelte responsabili del secondo che gli provocano i classici sensi di colpa difficili da sopprimere (tanto che ad un certo punto cederà anche lui). La sottotrama di Luca è sicuramente quella più elaborata e che riserva anche i pochi momenti davvero seri del film; Vecchi, che ne è anche il regista, tiene per il suo personaggio molte delle sequenze più valide a livello di regia, fotografia e montaggio, come quelle in discoteca o durante la prima esperienza lavorativa (come lavapiatti).

Da sottolineare inoltre come il film sia letteralmente infarcito delle più disparate citazioni, da Fellini allo scontato Tarantino fino a Ghost di Zemeckis (la suddetta scena del lavapiatti). I riferimenti e gli omaggi cinematografici insistiti – oltre ad essere ormai una moda affermata – sono un vero e proprio marchio di fabbrica della produzione The Pills, che li ha usati spesso come base per costruire i propri sketch, come nel caso de La Banda di Roma Sud, parodia della serie Romanzo Criminale. E parlando di riferimenti e serie TV, non si può non accennare alla presenza nel cast del gigantesco – in termini artistici – Giancarlo Esposito, meglio conosciuto come Gus Fring, uno dei protagonisti di Breaking Bad. Nel film Esposito è praticamente una citazione in carne ed ossa, dato che interpreta un ruolo per certi aspetti simile a quello che aveva in Breaking Bad. Ammirevole la sua disponibilità a recitare la sua (piccola ma gustosa) parte completamente in italiano.

Verso il terzo atto il film recupera un po’ di compattezza, ma il finale è decisamente troppo moscio e tirato per i capelli, con un omaggio al genere action che però sa di fine a sè stesso. Il controfinale, con i tre protagonisti di nuovo riuniti attorno all’ormai famoso tavolo, a tirare le fila delle esperienze vissute, vuole dare spazio a un po’ di speranza e di ottimismo, ma suona forse un po’ fuori luogo e ha il sapore della moralotta banale e scontata.

Perché il film dei Pills va comunque sostenuto?

Perché ha tantissimi momenti in cui si ride di gusto, ma davvero tanti, perché è qualcosa che nel panorama cinematografico italiano rappresenta comunque una ventata di freschezza e novità, e perché al netto delle tante imprecisioni e sbavature, che sono riconducibili quasi sempre alla relativa inesperienza e che dunque col tempo si presume si appianeranno, Luca Vecchi, Matteo Corradini e Luigi Di Capua restano autori assolutamente in gamba, pieni di talento e di grinta. La speranza è che adesso che il primo passo è stato fatto, si rimettano subito all’opera. Siamo curiosi di vedere cosa verrà dopo.