Quanto è Wonder questa Woman (anche se il film…)

Wonder Woman è il terzo cinecomic uscito quest’anno, dopo Logan e il secondo capitolo dei Guardiani della Galassia. È anche il nuovo tassello dello sgangherato DC Extended Universe, di cui fanno già parte Man of Steel, Batman V Superman e Suicide Squad. È infine il primo cinecomic di grande richiamo con un personaggio femminile come protagonista, ed è il primo ad essere diretto da una donna, Patty Jenkins (a cui, ricordiamolo, era stato originariamente affidato un altro cinecomic, Thor: The Dark World).

La trama è presto detta: la principessa Diana (non d’Inghilterra ma di Themyscira) si imbatte in un uomo per la prima volta e decide di scendere dal suo personale olimpo per mescolarsi fra i comuni mortali e già che c’è annientare un risentito Dio della Guerra, porre fine al primo conflitto mondiale e tornare a casa per l’ora del tè. Ad accompagnarla, la più inutile squadra di mercenari che si sia mai vista. Ma non divaghiamo.

I problemi dei film della DC sono sempre in qualche modo legati alla scrittura, e Wonder Woman (d’ora in poi WW) non fa eccezione. È abbastanza deprimente uscire dalla sala e mettersi ad elencare tutte le cose che non funzionano, finendo per dimenticare gli aspetti interessanti e riusciti del film (che pure ci sono); ma in tutti i suoi — esagerati rispetto a ciò che ha da dire — 141 minuti, WW infila una serie tale di idee sbagliate e vicoli ciechi da mettere a dura prova anche gli spettatori armati delle migliori intenzioni possibili.

Si diceva della scrittura. Se infatti Batman V Superman soffoca sotto le sue stesse titaniche ambizioni, e Suicide Squad è uno schizofrenico pasticcio di cattivi che non sono mai tali, WW si ritrova ad inseguire la rivale Marvel sul sentiero della commedia, rimediando solo magre figure, fra personaggi macchietta (vedasi la segretaria) e pessime battute sul pene di Chris Pine. Ma ad azzoppare il film non è la “linea comica” che non funziona quanto il fatto che l’idea di trama migliore che i soggettisti Zack Snyder e Jason Fuchs e lo sceneggiatore Allan Heinberg riescono a trovare è un misterioso gas letale la cui natura non è mai del tutto chiara. È un po’ questo che manca, in WW: le idee. Per fare un esempio: era davvero il caso di avere come villain principale per tre quarti di pellicola l’ennesimo militare tedesco a caccia di gloria?

E quando mancano le idee, il film ricorre agli espedienti, uno più misero dell’altro: un libricino da consegnare ai superiori a costo della morte che si rivela del tutto inutile ai fini della trama. Una serie di comprimari presentati con delle abilità indispensabili per la riuscita della missione che non vedremo MAI essere messe in pratica. Un siero che rende incredibilmente forte chi lo inala che viene presentato nell’indifferenza generale e utilizzato da un unico personaggio, col solo scopo di rendere meno impari lo scontro con la protagonista. E veniamo al caso più inspiegabile di tutti, il casting del vero villain del film, un’idea cinematografica talmente sbagliata da suscitare l’ilarità in sala durante un momento in teoria serissimo e drammatico. Ares, il Dio della Guerra, costretto per esigenze di trama a vestire le spoglie di Sir Patrick Morgan, alias David Thewlis, alias il posato professor Lupin della saga di Harry Potter. Una divinità sanguinaria che non smette il suo aspetto da docente universitario con tanto di leziosi baffetti nemmeno durante il violentissimo duello con Diana.

Ma parliamo di lei. Wonder Woman. Per fortuna, il film compie un buon lavoro nella definizione del personaggio, della sua morale (che è il motore dell’intera vicenda) e del modo in cui viene messo in scena. Diana è determinata a portare a termine la sua missione salvifica, secondo un’etica personale frutto della sua vita lontana dai mortali. Tuttavia, se il personaggio funziona è innanzitutto merito di Gal Gadot, forse la miglior scelta di casting per un cinecomic dai tempi di Robert Downey Jr in Iron Man; la Gadot ha una presenza scenica fenomenale, magnetica, e si dimostra all’altezza del gravoso compito anche dal punto di vista della recitazione, e in particolare negli scambi con l’altrettanto bravo Chris Pine (tra le cose migliori del film, una conversazione notturna in barca).

La Wonder Woman di Gal Gadot, ce n’eravamo accorti fin da Batman V Superman, è un essere realmente altro rispetto a noi, e il film sottolinea ancora una volta la matrice divina del personaggio, costruendole attorno pose epiche e statuarie che esaltano la grazie e l’agilità dell’attrice, a suo agio anche nelle scene d’azione. La visione del supereroe come essere divino è ciò che differenzia l’approccio DC da quello Marvel, i cui film appaiono sempre più come grosse rimpatriate fra amici di vecchia data. Gli eroi DC/Warner sono invece più freddi, più distaccati, meno inclini a confondersi con la gente comune, più idealisti e protesi al massimo verso la propria missione. Un’idea di supereroe — introdotta da Zack Snyder in Man of Steel — che si spera prima o poi si tradurrà in film più solidi, così da rappresentare una valida alternativa ai chiassosi e mondani eroi Marvel. Con Wonder Woman questo obiettivo non è stato ancora raggiunto. Ci riaggiorniamo a Novembre, quando sarà il turno della Justice League.

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