Steve Jobs by Aaron Sorkin

Il 24 ottobre 2011, esattamente 19 giorni dopo la morte di Steve Jobs, veniva pubblicata la sua biografia ufficiale, commissionata da lui medesimo al giornalista e scrittore Walter Isaacson, già caporedattore di Time e CEO della CNN. È un libro molto bello, il più completo che potrete reperire sul fondatore della Apple; si basa su una corposa serie di interviste, oltre che a Jobs stesso, a tutte le persone che hanno fatto parte a vario titolo della sua vita, e mette in luce anche gli aspetti più spiacevoli di una personalità sfaccettata e controversa, dai suoi difficili – per usare un eufemismo – rapporti con colleghi e dipendenti a quello con la sua prima figlia, inizialmente rifiutata; dalle sue manie di controllo alla sua estenuante ossessione per il dettaglio di ogni prodotto sotto la sua supervisione.

The Social Network è uno dei miei film preferiti in assoluto. Diretto da David Fincher, è anch’esso la storia di un genio della tecnologia con grandi difficoltà nei rapporti sociali, ed è a sua volta fedelmente mutuato da un buon libro che non si esime dal raccontare un personaggio con parecchie zone d’ombra (più ombre che altro in realtà). Aaron Sorkin, l’autore del copione, è bravissimo a dipingere un protagonista tridimensionale e credibile, per il quale fino all’ultimo non sappiamo se parteggiare o meno, pur sentendocene irrimediabilmente attratti.

Sorkin, che è anche lo sceneggiatore degli splendidi Codice d’onore, La Guerra di Charlie Wilson e Moneyball, adotta un approccio simile a quello utilizzato per The Social Network nel momento in cui viene incaricato di adattare la biografia di Jobs. Il materiale fornitogli da Isaacson è molto vasto e articolato, ma la scelta finisce per essere all’insegna del minimalismo più assoluto: il film è strutturato in tre parti ben distinte, ognuna delle quali racconta i minuti immediatamente precedenti alla presentazione di un nuovo prodotto di Jobs, durante i quali il protagonista ha la possibilità di confrontarsi con alcuni personaggi di contorno, sempre gli stessi in tutti e tre i segmenti: la figlia Lisa e sua madre Chrisann, l’ingegnere Andy Hertzfeld, il compagno degli esordi Steve Wozniak, il suo principale John Sculley, il giornalista Joel Pforzheimer, ma soprattutto la sua assistente nonchè angelo custode Joanna Hoffman.

Steve Jobs è quindi un biopic decisamente atipico: privo di una vera e propria trama, ciò che lo fa funzionare sono la gran qualità dei dialoghi, serratissimi e quasi tutti piuttosto accesi, fra Jobs e il resto del cast, da cui emerge la complicata personalità del protagonista, costantemente diviso fra slanci di cattiveria gratuita e momenti di inaspettata tenerezza, in particolare con sua figlia, il cui legame è il vero fil rouge che unisce i singoli episodi. Dopo il Mark Zuckerberg di Social Network, anche stavolta Sorkin fa un lavoro di grande profondità e raffinatezza nel raccontare il personaggio, lontano anni luce dalle agiografie cui fino a qualche anno fa eravamo abituati.

Anzi, l’approccio sembra essere l’esatto opposto: la sensazione è quella di una sorta di biografia revisionista del «mito Steve Jobs», in cui lo sceneggiatore pone al centro dell’attenzione soprattutto gli aspetti meno piacevoli del CEO Apple, senza fare sconti quando si tratta di sottolineare i numerosi fallimenti commerciali dell’azienda, spesso e volentieri esplicitamente imputati allo stesso Jobs. È come se, in effetti, Sorkin ci stesse dicendo «Forse quest’uomo non è esattamente il fenomeno che credevate». Naturalmente ciò non significa che il lato brillante e innovatore di Jobs non sia raccontato adeguatamente, tutt’altro. In questo senso è esplicativo uno degli scambi di battute che ha con Wozniak, visto anche nel trailer. Steve Wozniak è l’uomo che lo conosce da più tempo, e nonostante questo ancora non sa spiegarsi il motivo del suo successo e del fascino che Jobs esercita su tutti.

Steve Wozniak
«What do you do? You’re not an engineer. You’re not a designer. You can’t put a hammer to a nail. I built the circuit board! The graphical interface was stolen! So how come ten times in a day I read Steve Jobs is a genius? What do you do?»
Steve Jobs
«Musicians play their instruments. I play the orchestra.»

Quello che più impressiona del copione di Sorkin (assurdamente ignorato agli Oscar, dopo la vittoria per The Social Network), e in generale del suo stile di scrittura, è quanto sia estremamente coinvolgente pur limitandosi a mostrare per tutto il tempo persone che parlano. Probabilmente non esiste una sola linea di dialogo in tutto il film che sia da buttare, e anzi ogni scambio fra gli attori ha il ritmo e il dinamismo dei migliori film d’azione, intrattenendo come pochi. Quella di Steve Jobs è una prova di sceneggiatura per certi versi superiore anche al film di Fincher per come è asciutta ed essenziale, pensata per essere un perfetto spettacolo teatrale.

E Danny Boyle? Chi scrive non ha mai avuto un rapporto sereno con i film del regista inglese, e fra quelli visti non ce n’è nemmeno uno che considero riuscito fino in fondo, a parte forse il cult Trainspotting, per il quale comunque non mi strappo i capelli. Boyle, che ha ormai un curriculum piuttosto ricco, comprendente anche la regia teatrale di Frankenstein con Benedict Cumberbatch, tende a mettersi molto in mostra nei suoi film – tutti piuttosto diversi l’uno dall’altro – e a calcare la mano vuoi con un montaggio sincopato e isterico, vuoi con uno stile registico sempre molto «sporco», con un gran utilizzo della steadycam e della fotografia patinatissima di Anthony Dod Mantle, suo collaboratore abituale. Con Steve Jobs invece Boyle decide di abbassare i toni, mettendosi al servizio della sceneggiatura senza però snaturarsi: grande spazio è lasciato alle sue famose inquadrature storte e alla steady, in questo caso usata con maggiore morbidezza, e che rimanda a tratti al lavoro di Iñárritu in Birdman; anche Steve Jobs ha una forte connotazione teatrale, e tutti gli ambienti finiscono per assomigliare a delle quinte in cui gli attori si muovono come formiche. Al netto di certi vezzi artistoidi come le didascaliche proiezioni di immagini d’archivio su una parete bianca mentre Jobs parla, Boyle gira con grande professionalità, e ha la bella intuizione di filmare ogni segmento con un formato diverso, un espediente tra l’altro efficacissimo per sottolineare i passaggi temporali: il primo episodio, ambientato nel 1984, prima della presentazione del Macintosh, ha la grana vintage del 16 mm, il secondo, 1988, presentazione del Black Cube di NeXT, la nuova società di Jobs, è in 35 mm mentre il terzo, 1998, keynote dell’iMac, è in digitale.

Ma in un film che ha la sua ragione d’essere nella raffinatezza dei dialoghi, non si potevano sbagliare gli interpreti chiamati a dar loro voce, e vanno quindi fatti – di nuovo – i complimenti a Boyle per aver messo assieme un cast eccezionale (e diretto con mano ferma). Trovare l’attore giusto per Jobs ha comportato parecchie difficoltà, con il ruolo in un primo momento affidato a Christian Bale, quanto il progetto era stato proposto a David Fincher. Fassbender è entrato in gioco dopo l’assunzione di Danny Boyle, e la scelta si è rivelata più che azzeccata, con l’attore frontrunner ai prossimi Oscar.

Il film non fa nulla per mascherare le notevoli differenze fisiche col vero Jobs – ci sarà anche un momento con l’inconsapevole padre naturale del protagonista, di chiara etnia araba e dunque diversissimo dall’attore tedesco-irlandese, che sfida la sospensione di incredulità – eppure Fassbender risulta immediatamente a suo agio nella parte, perfetto nel dare un volto e un corpo al personaggio ora alieno ora più che mai umano che Sorkin gli regala. L’attore comunica la freddezza e il distacco che sappiamo essere propri del lato peggiore di Jobs (come gli rimprovera anche Joanna), e nonostante questo ne rimaniamo affascinati e ammaliati. La redenzione del protagonista arriva nel finale, che cede il terreno ad un momento di dolcezza con la figlia Lisa, e Fassbender e l'ottima Perla Haney-Jardine sono bravi a non rovinarlo con eccessiva emotività (tra l’altro splendida la scena di chiusura, con Jobs che dal palco si dirige lentamente e inspiegabilmente verso la figlia).

Ma se Fassbender è una scelta perfetta per il ruolo del glaciale protagonista, il cuore caldo del film è Joanna Hoffman, assistente di Jobs e sua confidente, interpretata in maniera magistrale da Kate Winslet. La Winslet mette in scena un personaggio in aperta opposizione a quello di Fassbender: tanto Jobs ostenta freddezza, aggressività e indifferenza, tanto lei è emotiva, dolce e sensibile. È anche l’unica a sapergli tenere davvero testa (arriverà anche a vantarsene), a consigliarlo e soprattutto a placarlo quando necessario. La Winslet ha un nonsochè di sofferente, di ferito nella sua performance (io l’ho trovata anche molto sensuale), e conquista da subito il cuore del pubblico. Davvero da applausi.

Anche il resto del cast non è da meno, a partire da un Seth Rogen molto convincente nella parte del ruvido e onesto Steve Wozniak, che con la sua presenza sempre discreta riporta Jobs al passato, alle origini della loro avventura con la Apple (fra i momenti migliori del film i flashback con i due personaggi in versione giovanile nell’ormai leggendario garage); Jeff Daniels, già collaboratore di Sorkin nel bel serial The Newsroom, ha il ruolo non facile di John Sculley, per Jobs prima figura paterna e poi traditore. Daniels è bravissimo a non scadere nella macchietta e a mantenere una grande umanità, specie nel confronto finale. Eccezionale anche Michael Stuhlbarg (era il Serious Man dei Fratelli Coen) nei panni dell’ingegnere Andy Hertzfeld, principale vittima delle angherie di Jobs e protagonista di una delle scene emotivamente più potenti del film, quando mette il protagonista davanti alle sue mancanze di padre confessandogli di aver pagato le spese universitarie di sua figlia al posto suo.

Che altro dire? È uno di quei casi in cui tutti i reparti sembrano tirare fuori il meglio (splendido, ad esempio, il commento musicale), lavorando all’unisono e in perfetta sintonia, e rendendo la somma degli sforzi più grande e imponente dei singoli contributi, con solamente il lavoro di Sorkin a spiccare una spanna sopra il resto. Insomma, è uno dei film migliori che vedremo quest’anno, poco ma sicuro.