La scoperta di sei cadaveri a bordo di un gommone soccorso da una nave umanitaria di SOS Mediterraneè, malgrado l’evidenza della tragedia, è passata inosservata come un fatto banale che sè stato liquidato in poche righe dalla cronaca quotidiana che riferisce stancamente dei salvataggi nel mar libico, mettendo solo in evidenza gli arresti degli scafisti e la necessità di un contrasto ancora più forte delle organizzazioni dei trafficanti, sulle quali si scaricano tutte le responsabilità della lunga sequela di morti e di dispersi in mare. Nessuno ha riferito dei ventuno dispersi che ci sarebbero stati o delle ricerche fatte per recuperare almeno i corpi. Non si hanno notizie di eventuali indagini della magistratura.
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“E quindi il bilancio della tragedia sarebbe più grave: oltre ai sei cadaveri, ci sarebbero 21 dispersi; due rifugiati, nelle fasi concitate dei soccorsi, inoltre, sarebbero finiti in acqua e sono annegati; un altro è stato recuperato in extremis”.
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Ecco le immagini dello sbarco dei naufraghi a Lampedusa, ad accoglierli un nugolo di agenti di Frontex. La militarizzazione dei porti di sbarco è sempre più evidente. Anche i medici e gli operatori umanitari vengono schedati.
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Nel 2016 il numero delle vittime dello sbarramento delle frontiere europee è ancora in aumento, ma le persone, i corpi, passano in secondo piano, mentre si dà rilievo alle statistiche, meglio se si tratta solo di percentuali relative, che non fanno capire nulla, ma servono per alimentare paura ed insicurezza nella popolazione italiana. Le vittime delle frontiere europee nel 2016 sono già in aumento rispetto all’anno precedente. Oltre 1232 persone sono annegate o risultano disperse nei primi mesi dell’anno. E solo pochi giornalisti indipendenti scrivono quello che si lasciano alle spalle i migranti che si imbarcano per l’Italia. Oppure per cercare informazioni su quello che succede alla nostra porta di casa, dobbiamo andare a leggere le agenzie agli antipodi del mondo.
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GENEVA, April 22 (Xinhua) — Some 1,232 refugees and migrants have died this year while crossing the Mediterranean to reach Europe, the International Organization for Migration (IOM) said Friday.
This significant increase follows a tragedy which took place off the Libyan coast earlier this month when an estimated 500 people, mainly from the Horn of Africa, lost their lives.
“Unfortunately the information is still incomplete. 41 people are known to have survived,” said IOM spokesperson Joel Millman.
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Negli stessi giorni del macabro ritrovamento dei cadaveri a bordo del gommone partito dalla costa di Sabratah, un grosso barcone di legno proveniente, già carico di migranti, dall’Egitto, e in sosta in acque libiche per imbarcarne ancora altri, trasbordati da diversi gommoni partiti dalla costa di Tobruk, tra giovedì 14 e venerdì 15 aprile si è rovesciato, inabissandosi rapidamente, ed è stata strage. Nei primi giorni le autorità greche, che pure avevano ricevuto lo sbarco dei superstiti a Kalamata domenica 17 aprile, negavano che fosse avvenuto un naufragio tanto grande.
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Solo le piccole agenzie indipendenti davano notizie tempestive, ignorate dalla grande stampa.
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Qualcuno interveniva sui blog,il 18 aprile come Gad Lerner in un articolo molto importante del tutto negletto
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Dopo il Sole 24 ore, se ne occupava soltanto La Stampa, per il resto solo qualche agenzia di informazione, ricopiata alla meglio. Dai primi giorni dopo la notizia del naufragio era certo che il battello poi affondato davanti alla costa di Tobruk, fosse partito dall’Egitto
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Le prime notizie sul naufragio erano diffuse dalle autorità somale.
“This is really a painful death that touches us deeply. Those youths were lost by whole Somalia. It is a sorrow for Somali youth to lose their lives in such perilous journeys,” Mohamud said in a press statement from his office.
Leaders of Somaliland, Puntland and Jubaland have sent similar condolences to bereaved families of people killed in latest Mediterranean tragedy.
On Sunday, Somalis took to social media networking sites to share photos of some victims, blaming Somali authorities for failing to address the trend.
Fadumo Abdi Dirie said three of her relatives were among those whose boats overturned: “We know, and I have warned them of. But it is difficult to stop a person who travelled through Ethiopia and Sudan, and now on the shores.”
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Martedì 19 aprile le circostanze del naufragio, e la sua stessa ricorrenza erano già abbastanza chiare. Ma le autorità negavano qualunque informazione. A Malta invece il Parlamento decideva un minuto di silenzio per onorare le vittime di questa ennesima strage.
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Malgrado l’ufficialità delle fonti, poi confermate il giorno successivo, con formula dubitativa dal Presidente della Repubblica Mattarella e dal ministro degli esteri Gentilomi, oltre che dalle prime testimonianze raccolte dai migranti soccorsi da una nave filippina e sbarcati a Kalamata, porto greco a sud del Peloponneso, la stampa italiana ha ignorato il naufragio o lo ha richiamato per metterlo in dubbio. Dopo le prime agenzie e l’intervento della Stampa, mentre la stampa internazionale continuava a seguire il caso, per giorni, in Italia, silenzio assoluto. Si preparava l’annuncio del Migration Compact proposto dal governo Renzi all’Unione Europea.
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Fino a ieri si sono rincorse agenzie fotocopia che ripetevano gli stessi dubbi, mentre sui giornali stranieri veniva fuori la dinamica del naufragio. Oltre i negazionisti, prevalevano gli indifferenti. Quelli per i quali ogni migrante morto in mare va rimosso immediatamente dalla memoria. Per non offuscare i successi delle politiche europee di controllo delle frontiere e delle operazioni di polizia mirate a contrastare quella che chiamano “immigrazione illegale”. Ma stanno aumentando gli “scafisti per necessità”, spesso minorenni.
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Non bastava neppure la conferma dell’OIM. Dopo che un giornalista della BBC aveva intervistato alcuni superstiti a Kalamata, ed il Guardian aveva fatto un articolo, è arrivata la conferma anche dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, che nel porto greco aveva incontrato i superstiti della strage.
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Da quel momento in poi, un fugace interesse della stampa italiana, Repubblica e Pamorama con brevi pezzi, che preludevano all’abbandono dell’argomento.
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Selon le frère d’un rescapé rencontré par l’AFP à Mogadiscio, cette embarcation était partie le 7 avril d’Alexandrie, en Egypte. “Trois membres de ma famille, deux hommes et une femme (…), sont morts en mer dans cette tragédie”, a expliqué cet homme qui a pu parler par téléphone avec son frère.
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Solo il 21 aprile arriva una prima reazione libica.
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Dopo una settimana dai fatti si è appreso che il salvataggio era stato coordinato dal comando del Corpo delle Capitanerie di porto, che aveva ricevuto un allarme nella giornata di sabato 16 aprile e che aveva ordinato al mezzo più vicino, il mercantile filippino di intervenire in soccorso.
A differenza di altri precedenti casi di soccorso la Marina o la Guardia Costiera italiana non hanno fornito altre notizie ufficiali, si deve ritenere perchè il soccorso dopo il primo allarme sarà stato gestito dagli stati frontalieri responsabili della Zona SAR ( Search and Rescue) nella quale si è verificato il naufragio. Negli stessi giorni arriva la notizia che si sottrae alla Guardia costiera italiana un mezzo essenziale per i soccorsi di migranti nel mediterraneo, un mezzo ed un corpo probabilmente non in linea con gli indirizzi militari e repressivi che si vogliono dare alle missioni in acque libiche e nelle contigue acque internazionali. E intanto si prepara la Guardia costiera europea sotto un controllo ancora più forte dell’Agenzia Frontex.
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Speriamo che le navi militari dell’Operazione “Mare Sicuro” continuino nelle attività di ricerca e salvataggio intervenendo immediatamente dopo le chiamate di soccorso, senza lasciare passare ore preziose per verificare le identità di chi effettua le chiamate.
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Le autorità greche ed egiziane, come il governo di Tobruk, che controlla la zona dalla quale sarebbero partiti i gommoni diretti in alto mare dove il 14 aprile scorso stazionava il peschereccio proveniente dall’Egitto, non hanno emesso un solo comunicato, come se non avessero visto e sentito nulla. E dire che quella zona è sotto uno stretto controllo delle autorità dei paesi frontalieri, trovandosi al confine tra le acque libiche e quelle egiziane, dove si combatte anche in mare la “guerra del petrolio” per i ripetuti tentativi del governo di Tobruk o delle milizie islamiste pure presenti in quella zona, di vendere il greggio senza passare dalle autorità di Tripoli e dall’ente petrolifero libico . E non mancano operazioni di arresto, di migranti diretti in Europa, da parte delle autorità egiziane.
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Malgrado si tratti di una zona di confine tra Libia ed Egitto, particolarmente sorvegliata dalle autorità militari di diversi paesi in questo momento di crisi politica e militare, nessuno ha visto e sentito i migranti in fuga da Tobruk, e se non ci fossero stati i 41 superstiti recuperati dopo tre giorni e condotti in Grecia, forse nessuno avrebbe saputo di questa strage, come si è verificato in altre precedenti occasioni, a nord delle acque libiche ed a sud di Lampedusa.
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Nonostante le conferme rimbalzate sulla stampa di tutto il mondo, con interviste video e testimonianze dirette dei sopravvissuti, che avrebbero avuto un permesso di soggiorno per un mese in Grecia, ma che comunque rischiano il respingimento o l’espulsione, la stampa italiana, e l’opinione pubblica del nostro paese hanno continuato ad ignorare quanto successo.
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Negli stessi giorni si evidenziavano i limiti degli accordi tra Unione Europea e Turchia e la disumanità di un patto scellerato che arriva a prevedere lo scambio di ostaggi, tra i migranti arrestati in Grecia per ingresso irregolare ed i siriani intrappolati in Turchia ed usati da Erdogan come arma di ricatto nei confronti dell’Unione Europea. Il Consiglio d’Europa avvia la verifica sulla reale portata degli accordi UE-Turchia. Intanto gli Hotspot nelle isole greche si sono trasformati in centri di detenzione al di fuori della legge e delle direttive europee.
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La posta in gioco, nell’immediato, è costituita dai visti di ingresso agevolati, non per i profughi, ma per i cittadini turchi, ovviamente curdi esclusi, ed in prospettiva si tratta l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea. Un passaggio che, se si verificasse, potrebbe sprofondare l’Europa nella più grave crisi dei diritti umani dalla fine della seconda guerra mondiale. Intanto gli sbarchi di siriani a Lesvos riprendono.
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Malgrado la disumanità e la illegalità degli accordi con la Turchia il ministro Alfano ripropone sullo stesso modello nuovi accordi con la Libia, senza neppure potere prevedere se e quando il governo appena nominato, con il supporto anche militare (UNSMIL)delle Nazioni Unite e dei paesi occidentali (EUBAM Libia) con missioni di servizi segreti di diversi paesi, come l’Italia e l’Inghilterra,, riuscirà ad avere il controllo completo del territorio, e dunque delle coste e delle acque territoriali libiche. In attesa di intervenire attivamente nelle operazioni di deportazione, sul modello di quanto sta avvenendo tra Grecia e Turchia, FRONTEX studia le rotte delle migrazioni. Per sbarrarle meglio come vorrebbero i leader europei
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E qualcuno dalla Libia chiama in soccorso gli italiani, con la promessa di fermare i migranti, come fece Gheddafi nel 2008. Ma una Libia unica, ed un governo che la rappresentino, non esistono più.
Libya seeks EU accord on migrants
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La comunicazione pubblica si deve concentrare tutta sulla lotta ai trafficanti ed ai terroristi, meglio ancora se si ritiene confusi tra i migranti in fuga, e non si rivolge più alle tragedie umane prodotte dalle politiche migratorie dell’Unione Europea.
Per questo motivo non si deve fare sapere quale è il vero costo umano di queste tragedie e si devono nascondere le stragi che sempre più spesso mettono fine alle traversate.meglio parlare usare termini incomprensibili, come MIGRATION COMPACT.
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EU navies prepare to start work in Libyan waters
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E se si scorrono i commenti sui social media, alle poche notizie sui naufragi che riescono a filtrare, si avverte una diffusa xenofobia ai limiti del razzismo e della negazione della dignità delle persone e della loro stessa vita. Occorre cominciare a contrastare questa disinformazione di massa con un lavoro capillare di controinformazione. l’Unione Europea non può uccidere ancora “per omissione”.
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Occorre ad esempio chiarire che molti di quelli che arrivano dalla libia e sono definiti come “migranti economici”, sono costretti a partire, dove subiscono ogni sorta di abusi, e sono dunque meritevoli di uno status legale di protezione temporanea.
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Non si può dimenticare comunque che, quali siano state le dinamiche, alcune centinaia di persone sono morte affogate in uno dei disastri più gravi del Mediterraneo. Occorre che i testimoni di questa ultima tragedia siano tutti protetti e ricevano uno status di soggiorno legale in Grecia, o negli altri paesi di destinazione nei quali erano diretti. Ed occorre che una indagine internazionale faccia chiarezza su quanto è successo il 16 aprile scorso sulla rotta dall’Egitto verso la Libia e l’Italia, perché solo facendo chiarezza sui fatti e sulle responsabilità degli stati si potrà tentare di evitare che in futuro tragedie tanto gravi si ripetano ancora.
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