Un nuovo contributo per la nuova rubrica aperta su Melting Pot “Il punto di vista dell’operatore. Racconti, conflitti, limiti, potenzialità degli operatori dell’accoglienza”.
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Sono un’operatrice d’accoglienza.
 Sono un’operatrice, in un contesto che molti amano definire “emergenziale”, quasi come se esseri umani in movimento fossero un flagello di recente scoperta, al quale bisogna porre riparo in attesa che le acque tornino piatte. O forse burrascose, si augurerebbero i più, un valido aiuto “naturale” ai piani di rimpatrio di Minniti, che “affonda” il problema sul nascere.

Prima che operatrice, mi definisco però un’osservatrice, una lettrice paziente di persone e contesti, una lettrice di una realtà costellata di dirupi, di spazi cangianti, che da aperti divengono chiusi, che da chiusi si trasformano in ermetici e poi di nuovo aperti.

Un’osservatrice di situazioni di fragilità soggette alle beghe delle questure di turno, di permessi di soggiorno in perenne scadenza, di tessere e tesserini da collezionare durante l’anno, che testimonino a te, uomo o donna migrante, che sei qui di passaggio. Sei nella tua provvisoria perenne attesa…

L’attesa. Ecco. Forse l’attesa è la parola chiave del mio lavoro.

Un’attesa da riempire mentre chi hai di fronte aspetta di essere giudicato in base alla propria storia di vita. Sarai degno o no di calpestare il sacro suolo europeo? Che abbiano inizio gli Hunger Games.

Sia chiaro a te, straniero, che durante la tua permanenza in Italia, o in Grecia, o in Spagna da te ci si aspetta la più fervida “politesse”. Inizia il tuo percorso per mostrare la tua buona fede, la tua docilità, la tua sottomissione ai desiderata della comunità in cui sei ospite, il tuo silenzio, la tua pazienza. Sei ospite in casa d’altri e sei pregato di non tradire le aspettative di subalternità che abbiamo costruito intorno a te.

Impara l’italiano, anche se l’Italia tra due anni ti respingerà. Impara un lavoro, anche se ne hai fatti tanti, ma qui no, e quindi chi se ne frega. Impara a dire buongiorno agli anziani che dopo la messa firmano la petizione contro l’apertura del CAS nella loro piccola cittadina abruzzese.

Dimostra agli italiani che sei meglio di loro.

Perché loro ancora li sbagliano i congiuntivi, ma loro possono. Perché il lavoro volontario imposto, loro, hanno imparato a conoscerlo solo da quando siete arrivati voi. Pulite le loro strade e fatevi vedere felici e se vi chiedono 500 euro per velocizzare il rilascio del vostro permesso, pagate. Non guardate le loro donne, i loro uomini, le loro figlie, i loro figli. Non contaminate l’italica specie.
 E allora, in questo contesto, ecco il senso del mio lavoro.

Ricordarmi semplicemente quello che Tahirou Berthe, uno dei tanti richiedenti asilo in attesa di “giudizio”, che ho avuto la fortuna di incontrare durante il mio e il suo percorso tra le montagne dell’Appennino, ha scritto tempo fa: siamo tutti clandestini, migranti, profughi…

“Europa.
 Il viaggio ha cambiato il mio nome.
 Sono chiamato migrante, sono chiamato profugo, sono chiamato clandestino.
 Ma in realtà non è un nome di persona.
 Gesù in Egitto era sempre Gesù, Maometto in Etiopia era chiamato Maometto, Adamo, il primo uomo creato da Dio di che nazione era?
 E allora state zitti.
 Siamo tutti clandestini, migranti, profughi”

Elena Ricci
 Educatrice, Mediatrice interculturale
 Cooperativa Sociale Caleidos, Modena

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