Da più settimane un gruppo di richiedenti asilo, aiutati da attivisti e attiviste di Bolzano, cerca, in una delle città più ricche d’Italia, una sistemazione dignitosa per la notte. Tra disinteresse istituzionale e una marcata disorganizzazione nel sistema d’accoglienza.

È un martedì sera qualsiasi a Bolzano, l’aria è più mite ma il freddo invernale non ha ancora lasciato del tutto la città. Raffiche di vento portano, durante la notte, la temperatura sotto lo zero. Da una parte la città “riparata” nei locali più frequentati del centro storico, giovani benestanti vestiti alla moda probabilmente inconsapevoli, o semplicemente menefreghisti, di quello che succede dall’altra parte, nella zona della città che, nella narrazione tossica delle destre locali e dei palazzinari, racchiude il degrado e l’inciviltà.
 Nella città che ha il reddito pro capite più alto d’Italia [1], in una provincia con 20 miliardi di PIL all’anno [2], decine di richiedenti asilo, da più settimane, vagano tra i pochi centri d’accoglienza, la stazione ferroviaria e le zone antistanti alla ricerca di un posto, possibilmente caldo, dove passare la notte.

Ieri la situazione si è ulteriormente appesantita quando, già in mattinata, si era capita la difficoltà nel reperire posti per la notte. Così è nata una prima protesta, dei profughi e di una decina di attivisti bolzanini, partita dalla mensa gestita da San Vincenzo e Volontarius; finito di mangiare circa 50 persone sono rimaste fuori, per l’ennesima volta, senza una sistemazione per la notte.
 La protesta si è poi spostata davanti l’hotel Alpi, uno dei luoghi deputati alla prima accoglienza; gli attivisti, una volta entrati nella hall dell’albergo hanno chiesto la sistemazione dei richiedenti asilo all’interno di alcune stanze libere ma la cooperativa che gestisce la struttura ha negato la possibilità accampando fantomatici problemi di “sicurezza”. L’occupazione dell’hotel è finita nel momento in cui la cooperativa ha comunicato al receptionist, un mediatore, “di non far entrare nessuno altrimenti rischi il licenziamento”.

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Il passo successivo è stato lo spostamento verso la stazione ferroviaria, luogo simbolo del passaggio della rotta verso il Nord, e qui, solo dopo diverse ore di trattativa con le forze dell’ordine e con gli operatori deputati all’accoglienza, trattativa portata avanti dagli attivisti e non dai (pochi) politici bolzanini presenti, le persone sono state smistate in diversi punti della città per trascorrere almeno una parte della notte in un luogo caldo.

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Oggi, purtroppo, la storia si ripeterà!

I migranti nel momento in cui fanno domanda di protezione internazionale a Bolzano (come in qualsiasi altro posto d’Italia) avrebbero diritto ad un’accoglienza dignitosa, è previsto per legge ed è perciò una questione di diritto ed umanità. E anche coloro che sono considerati “transitanti” dovrebbero poter usufruire perlomeno di una struttura con un letto caldo e servizi minimi. Ma migranti, profughi, eritrei, somali, pachistani, ghanesi, curdi, afghani, minori non accompagnati, donne incinta, respinti dall’Austria o in arrivo dal Sud Italia, carichi di un bagaglio umano drammatico, di storie che ognuno può raccontare con i propri occhi, non sono i benvenuti in una delle province più ricche d’Italia.
 NOT WELCOME per istituzioni locali miopi e conniventi a politiche securitarie acchiappa voti, NOT WELCOME per una società di “leoni da tastiera” capace, al caldo della propria casa, di sparare sentenze razziste contro persone che, nella maggior parte dei casi, scappano da guerre e crisi umanitarie.

Eppure Bolzano non è solo questo. Esiste una parte della società civile che da sempre dà voce a determinate lotte e si impegna a favore di coloro che, arrivati nella ricca Bolzano, subiscono un trattamento disumano. Purtroppo però la società degna, ieri sera, si è vista solo in maniera minoritaria quando invece un tessuto ricco di associazione dovrebbe essere maggiormente reattivo e solidale. Chi oggi invece dovrebbe essere deputato alla gestione di un accoglienza dignitosa sembra più impegnato a gestire dinamiche economiche e relazionali dimostrando, sul campo, una disorganizzazione e uno scollamento da far venire i brividi!
 La dignità dei migranti resta ingessata alla burocrazia di uno Stato che, per affrontare le dinamiche migratorie, spinge sempre di più affinché si possa costruire un nuovo CIE — I Centri permanenti per il rimpatrio — proprio in Alto Adige.
 Nella provincia dove si sfiorano 40 mila euro di reddito pro capite annuo, continua l’odissea di persone che da mesi rincorrono il sogno di un futuro migliore.