La chiusura di un cerchio
Un ricordo personale su Chester Bennington e i Linkin Park
Era più o meno l’autunno 2005, una giornata piovosa, quando mi recai da per la prima volta, da solo, quasi tredicenne, al negozio di dischi. Non possedevo musica se non la cassetta di Enema of the State dei blink-182 — che mi comprò mamma, quindi non faceva testo. Entrai e con tutto l’imbarazzo di ogni prima volta, chiesi di prendere Meteora dei Linkin Park. Era il mio primo disco e ne ero fierissimo. La mia morbosa passione per la musica nacque con il videoclip di Somewhere I Belong passato in heavy rotation su Mtv e il mio istinto da collezionista iniziò proprio con quel disco, comprato in un negozietto che ora, ovviamente, non esiste più. Da lì seguì tutta l’esplorazione del nu-metal prima, con Korn, Limp Bizkit, Slipknot, e del metal più classico poi, Metallica e Iron Maiden su tutti. Se da un lato continuavo la ricerca costante di altri gruppi, soprattutto grazie alle riviste di settore, allo stesso tempo aumentava d’intensità il legame con quella band. La loro musica e tutto quel tipo d’immaginario infatti, plasmarono in maniera importante quello che ero al tempo e quello che sono diventato ora. E a differenza di molti altri che ascoltavano quelle iconiche tracce in maniera superficiale, in me si era creato un attaccamento molto più forte alla band, qualcosa di profondo. Col passare del tempo, acquistai tutti i dischi, i dvd, ogni cosa che usciva, anche le edizioni speciali, quasi che non mi importava se avevo un doppione. Compravo le riviste per leggere le interviste e per copiare il loro stile, come da classico adolescente che ha i suoi idoli. Con l’arrivo di internet dentro casa, iniziai ad espandere la mia collezione grazie ad eMule: scaricai ogni videoclip, ogni demo trovabile (de Xero a Hybrid Theory), ogni LP Underground, e presi parte, un po’ più tardi, anche al forum ufficiale, dove conobbi molti altri ragazzi come me. Con l’uscita di Minutes to Midnight fui esaltato e deluso allo stesso tempo, perché se da un lato ero contento di ascoltare nuovo materiale, dall’altro il brusco cambio di stile aveva distrutto l’immaginario di cui mi ero follemente innamorato, di cui mi sentivo parte. Ma questo significava che ci sarebbe stato un tour mondiale. E nel 2007, finalmente, il ritorno in Italia, all’Heineken Jammin Festival, a Venezia Mestre: ancora 14 enne mia madre mi accompagnò al concerto ma una tromba d’aria rovinò tutto il palco, lasciandomi con l’amaro in bocca. L’anno dopo però, ritornai al festival insieme ad un amico e tutto andò liscio: pur se lontanissimi dal main stage, riuscimmo comunque a goderci lo spettacolo. Per me fu il coronamento di un sogno. I Linkin Park mi accompagnarono praticamente per tutta l’adolescenza e anche qualche anno dopo, furono la colonna sonora di quel periodo di vita — nei ricordi chiave di quegli anni, ci sono loro, le Magic e il campo da calcetto — anche, purtroppo, dei momenti più brutti. Nel tardo 2010 uscì A Thousand Suns, ed ero elettrizzato per la nuova musica; la preview di The Catalyst mi aveva incuriosito molto. Per questo, a scatola chiusa, comprai la super deluxe edition, la versione più costosa, che conteneva vinile, cd e tutta una marea di cianfrusaglie inutili (come sempre). Contemporaneamente però iniziò anche il periodo più difficile della mia vita: in un mix quasi letale, nel giro di un paio di mesi, prima contrassi l’acufene all’orecchio sinistro (fattore che ha cambiato il mio rapporto con la musica), poi divenne ufficiale la separazione dei miei genitori, con tutte le conseguenze del caso. Iniziò un momento di depressione che sarebbe durato per circa 6 mesi, quindi fortunatamente breve, ma alcune canzoni di ATS non riesco tuttora ad ascoltarle senza cadere in lacrime al ricordo di quel terribile periodo. Col passare del tempo, la mia passione per loro svanì. Complice il fatto che alzai gli standard d’ascolto, scoprendo soprattutto l’hardcore, e la loro virata verso il pop oramai li rendeva poco interessanti. Arrivati al 2017 i Linkin Park per me non erano che un ricordo, nostalgico. Non seguivo più infatti le loro attività, se non con la coda dell’occhio, perché essendo un fan della vecchia guardia, qualche barlume di speranza rimaneva sempre. È anche per questo che per One More Light, giusto qualche mese fa, mi sono scagliato con crudeltà in una pezzo che è più uno sfogo che una critica. Per uno che li ascoltava da quando aveva 13 anni, un disco così fatto male e così poppeggiante era quasi, diciamo, la testimonianza di un tradimento. La recensione lascia il tempo che trova, ovviamente, ma qualche sassolino dalla scarpa andava tolto. Pur se con questo rapporto di amore/odio, i Linkin Park rimangono comunque un tassello fondamentale della mia vita. La notizia della morte, tragica, inaspettata, precoce di Chester Bennington lascia quindi un vuoto incolmabile. Con il suo stile e le sue liriche era stato capace di condividere, di intercettare, gli stati d’animo di alcune giovani generazioni, spesso incomprese, spesso isolate, di cui anche io ero parte. Proprio per questo Chester e i Linkin Park non saranno dimenticati. Con la sua scomparsa cala il sipario su questa incredibile esperienza e anche, purtroppo, su una fase della mia vita.
Per ricordare la figura di Chester Bennington e dei Linkin Park, una playlist Spotify con quelle che considero essere le loro migliori canzoni:
