Perché senza TV

Ovvero sulla violenza delle immagini

by Luana Vergari

Vintage TV

Premessa. Non abbiamo la tv in casa da circa dieci anni. Abbiamo traslocato quattro volte negli ultimi otto. Cambiato città, paese e lingua. La televisione è sempre stata un’opzione che non abbiamo preso in considerazione. Almeno fino allo scorso anno, quando ci siam detti “ok, possiamo farlo”. Due adulti con un lavoro e una tv. Non c’è niente di male. Non rischieremo la dipendenza. Almeno non nell’immediato.

Chiarimento. Non avere la tv non vuol dire non sapere cosa accade nel mondo. Non conoscere le serie, i programmi e i cartoon che compongono il palinsesto francese o italiano. Ok, qualcosa lo perdiamo, ma a grandi linee siamo piuttosto informati. Ci piace e fa parte del nostro lavoro.

Da sapere. Per le notizie siamo organizzati in questo modo. Ascoltiamo solitamente due radiogiornali al giorno (mattina e sera) e in due lingue (francese e italiano), in media fa quattro notiziari dal lunedì al venerdì. Il week-end siamo tendenzialmente più distratti. Per il resto io leggo L’ Obs tutte le settimane e il mio compagno mi aggiorna sulla stampa italiana che recupera quotidianamente on-line. Saltuariamente leggiamo degli articoli del NYtimes o di Internazionale.

Vintage TV

I fatti. Il sabato mangiamo la pizza. Solitamente sono io che vado a prenderla in un posto non lontano da casa. La pizza è decente considerando che viviamo a settanta chilometri da La Manica lato francese. Mi piace quando arrivo e scambio due chiacchiere con il proprietario mentre il ragazzo che fa le pizze si mette già all’opera (ordiniamo sempre le stesse due pizze). Nella tv che c’è nella pizzeria, una settimana su due c’è il football. L’altra il telegiornale. Dunque una volta ogni quindici giorni, in quella mezz’ora di niente, in cui quando c’è il football sfoglio un libro preso poco prima in biblioteca (il sabato è giorno di pizza e biblioteca), vedo un telegiornale. Le notizie, che già conosco, hanno finalmente delle immagini che le accompagnano.

Il mio problema. Il novanta percento delle immagini che vedo (forse esagero, diciamo l’ottanta, il settanta percento) mi sembrano di una violenza inaudita. Non parlo d’immigrati o di morti o di tragedie varie i cui scatti conosco grazie al web. Parlo di certi primi piani a donne in lacrime che hanno appena perso un figlio. Certi dettagli delle mani di un vecchio che tremano mentre racconta di come ha aiutato sua moglie malata a morire. Non lo so, forse ho solo perso l’abitudine a un certo tipo di grammatica delle immagini. Quando torno a casa, la volta in cui ho trovato il telegiornale, quando dico come al solito “Pizza!” (siamo banalmente abitudinari, sorry), poi aggiungo sempre “Ho visto il telegiornale, mi veniva un po’ da piangere.”

The Saturday evening Pizza

La verità. È che forse sto solo invecchiando, che mi commuovo troppo. Che magari certe volte quel filo di latente depressione lo sento che cerca di tornare a galla. La verità è che forse mi piace aver perso quest’abitudine a certe immagini. L’intimità di certi sguardi e certi gesti ha una sacralità che esposta diventa violenza. Ti dice Guarda come soffre questa madre, e tu? Tu non soffri? Non soffri abbastanza per il male del mondo? Crea un’intimità a cui non sono pronta, verso cui non ho difese.

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