Immolati sull’altare della spesa corrente

Il sacrificio di Isacco — Caravaggio

E’ un principio basilare, si lo so, qualsiasi economista mi darebbe del banale, però proprio non capisco. E’ chiaro che accrescere la spesa corrente e improduttiva porta, in un Paese indebitato come l’Italia, ad un aumento del debito e di conseguenza del rapporto Debito/Pil. 
Al contrario invece, aumentando la spesa per investimenti, quindi produttiva, in relazione a quanto tale spesa sia capace a generare e moltiplicare valore, e dunque elevare il livello di prodotto interno lordo, potrebbe addirittura diminuire il rapporto debito/PIL. Dunque, di cosa stiamo parlando?

Il problema vero è che la spesa corrente per l’Italia è troppo importante e tocca tasti sensibili alla politica. Ridurre tale voce è complesso perché alla stessa si lega quella macchina dello Stato che drena linfa con la complicità della burocrazia peggiore al mondo. Il cavillo del cavillo, la postilla scritta in basso. Il nostro Paese è regolato da leggi scritte in stile bugiardini dei medicinali. A questa spesa sono spesso legate persone e famiglie, capitale umano spesso poco competente o poco utilizzato che comunque non può (giustamente?) esser sacrificato per l’efficienza e la competitività di uno Stato.

Nei paesi OCSE la percentuale media degli investimenti in rapporto al PIL è del 13%, mentre la percentuale di spesa pubblica destinata agli investimenti è del 29%. In Italia, ovviamente, non è così. Gli investimenti pubblici, che in questo momento potrebbero accelerare la ripresa (qualora ce ne fosse davvero una), rispetto al PIL in Italia superano di poco il 10% mentre rispetto al totale della spesa, investiamo solo il 20%. Per capirci, nel primo caso siamo 28° di 35 paesi OCSE, mentre nel secondo caso addirittura terzultimi davanti solo a Portogallo e Grecia.

Il Quantitative Easing, la misura messa in pista dalla BCE per creare inflazione, ha certamente rasserenato gli animi e alcuni bilanci comprando bond dei singoli paesi. In realtà, come ha affermato più volte lo stesso Draghi, il QE serve a comprare tempo… Si sta cercando di superare la coda della crisi con iniezioni di risorse fresche per gli Stati che hanno o avrebbero dovuto affrettare i loro processi di riforma e rivisitazione delle politiche fiscali. In più di un suggerimento, il Presidente della BCE ha chiaramente avvertito sui tempi, perché il QE non può esser a vita, l’inflazione comincia ad esser “sana” e dunque bisognerà prima o poi smettere.

Draghi ha più volte invitato i Paesi che non hanno margini di bilancio per investire sulla produttività, a cambiare la composizione del bilancio e fare principalmente tre cose: meno spesa corrente, più spesa per investimenti pubblici, meno tasse su fattori come il lavoro. Si sta cercando in tutti i modi di diminuire la spesa corrente (senza riuscirci affatto), sono calate (a tratti a dire il vero) le tasse sul lavoro con l’introduzione del jobs act e di alcune forme agevolative che continueranno nel 2017 tra legge di bilancio e decreto mezzogiorno. Ma il grande assente è la spesa per investimenti. Non si riesce a comprendere l’importanza di questo tassello per completare un quadro di potenziale risanamento. Si continua a spostare su pensioni e copertura a spese sanitarie pregresse, senza invece alzare il livello di investimento. Il singolo miliardo investito su Industria 4.0 in legge di bilancio ci fa capire che non si vuole spingere più di tanto sull’acceleratore e sfruttare il tempo compratoci dalla BCE.

La spesa corrente accontenta immediatamente il popolo, che si vede riconosciuta la soddisfazione di un bisogno (più o meno sano), la spesa per investimenti ha bisogno di maturare, di almeno un medio termine per far vedere i suoi frutti. Le scelte politiche ovviamente dipendono dal consenso e, considerando un’incertezza di fondo, qualsiasi governante sceglie la via più immediata al consenso, senza lungimiranza mi direte voi, certo ma l’ingovernabilità porta anche alla scarsa capacità di attuare scelte sagge e di buon governo e magari illudere il popolo con meccanismi affascinanti ma a lungo deleteri.

Con la bocciatura del referendum costituzionale e un sostanziale ritorno al proporzionale (così sarà perché nessuna legge elettorale maggioritaria è all’orizzonte) le scelte politiche saranno sempre più legate ad equilibri poco ancorati a strategie di lungo termine, certamente più vittime di quel consenso che va consumato nel brevissimo tempo. In un Paese i cui cittadini hanno in media memoria inferiore a quella di un nokia 2110, questo rappresenta davvero un grosso problema.

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