Una legislatura strana: tra casacche e cosacchi, riforme e diritti

Una legislatura strana, espressione di un voto ugualmente strano, bisogna dirselo, con la non vittoria dello smacchiatore di giaguari, la rimonta del ‘non cavaliere’ degli ultimi giorni e una enorme (oltre le loro stesse aspettative, tanto che in parlamento è entrato ‘chiunque’) affermazione per il popolo pentastellato che sbeffeggiò la politica rifiutando responsabilità di governo e affermando responsabilità (e non sempre, come hanno poi dimostrato) di opposizione.

Una strana conferma di un presidente della repubblica (mai vista prima), per incapacità ad esprimere altro più che come guida alle riforme che poi non riusciranno ad emergere.

Uno strano accordo tra due parti “storicamente” avverse siglato tra Bersani-D’Alema e Berlusconi-Letta che individua il nipote di uno di loro a garantire le parti come Presidente del Consiglio e da avvio ad un Governo poi dimostratosi debole, troppo debole non per colpa del nipote, quanto per le tensioni di un accordo non proprio sano.

Poi le primarie, la scalata renziana, l’incarico, le tante riforme, la conferma delle europee, la mancanza di coraggio (o alcune costrizioni di certi “padri” riformatori) di andare subito al voto e chiudere una legislatura ambigua. Che invece ha resistito tutti i suoi giorni logorando il suo principale presidente del consiglio.

Il referendum perso è il crinale tra il popolo riformista con la voglia di cambiare il paese e il popolo delle resistenze, della conservazione mascherata da avversione a Renzi o al governo.

E non è tanto da chi, come Berlusconi, da sempre dice una cosa e ne fa un’altra. Facendo votare tutti i passaggi della riforma per poi attaccarla il giorno dopo come vendetta personale. Ma la vera delusione arriva dai pentastellati che ai miei occhi, in quel momento, hanno perso quasi tutte le loro stelle. Perché quella che poteva essere una occasione di crescita, di modifica paradigmatica, di attacco a certi privilegi e ad una dispendiosa burocrazia: è stato fatto passare per un attacco alla costituzione, invece di trasmetterlo come un accoglimento di tanti punti del loro “non programma”. Hanno fatto una becera politica che non ha guardato al futuro di tutti ma solo al loro.

Hanno poi continuato in quel solco oramai tracciato, cavalcando l’odio e trovando la protesta e le paure come nuovo carburante, rispetto all’innovatività e alla diversità del loro messaggio.

È invece innegabile e alla prova dei dati fa impressione, del grande balzo in avanti fatto dal Paese in questi ultimi anni.

Sono cresciuti i posti di lavoro e le ore lavorate, la produzione industriale, gli ordinativi, gli investimenti, la fiducia di famiglie e consumatori. L’ISTAT parla di un ciclo espansivo della nostra economia, S&P ci promuove per la prima volta dopo 15 anni, tutti gli osservatori correggono le stime del nostro PIL al rialzo da mesi. L’export è ai massimi storici, andremo a chiudere il 2017 con 450 miliardi di valore esportato: i noni esportatori al mondo e i sesti per avanzo nella bilancia commerciale. Se non avessimo il fardello delle pesanti importazioni energetiche, calmierate da una forte spinta alle rinnovabili che di certo non basterà a colmare il gap con gli altri paesi produttori, avremmo degli indici ancora più che positivi.

Un milione di posti di lavoro in più, anche se se ne erano persi molti prima, anche se un mercato più volubile che flessibile, fanno comunque impressione… e credo che bisognerà fare ancora di più per il lavoro ma è innegabile che un po’ meglio anche sotto questo aspetto lo siamo.

E poi un grazie a questa legislatura e ai suoi governi fatemelo dire, un grazie sentito per quei diritti che hanno fatto fare un passo enorme sulla strada della civiltà al nostro Paese.

La legge che introduce il biotestamento (attesa da anni, tema ostico da sempre e mai trattato perché portava poco consenso anzi ne toglieva tanto), le unioni civili (finalmente!), la legge sul dopo di noi (di una civiltà senza tempo). E ancora: l’introduzione del reato di tortura, la legge contro il caporalato, contro il femminicidio (era ora), contro le dimissioni in bianco, contro lo spreco alimentare, la legge sui minori non accompagnati, sull’autismo, per il divorzio breve, l’attesa riforma del terzo settore, l’innalzamento dei livelli minimi di pensione e il reddito d’inclusione. Leggi apprezzate da tutti che viste in elenco fanno impressione e che mi fanno sentire un po’ più orgoglioso di essere italiano.

Ma il merito più grande, a mio avviso, di questa legislatura e che spero sia incontrovertibile, è il metodo: l’aver introdotto criteri di produttività in termini di leggi fatte e riforme attuate o solo avviate. Aver alzato davvero l’asticella, nonostante gli attacchi populistici e troppo parziali, il dato è oggettivo: è stata la legislatura più produttiva di sempre e il Governo Renzi è quello delle riforme che forse non ha giocato al meglio le sue carte. Emblematica è la buona scuola: riforma passata come distruttiva, è l’unica nel settore che ha portato al rinnovamento della platea di docenti con l’assunzione di oltre 100 mila nuovi insegnanti o precari regolarizzati. Venduta male ma in tanti ringraziano (anche quelli che l’hanno aspramente criticata parlando di deportazione, fidatevi!).

E adesso cosa accadrà? Si va verso il 4 marzo, due mesi di pessima campagna elettorale che ci porteranno indietro nel tempo, all’aggressione e alla lotta contro qualcuno e non per qualcosa.

Io confido ancora nella politica, nella bellezza dell’impegno civico, del mettersi a disposizione per il paese. Non mi è mai piaciuto il termine “servire”, ho sempre preferito “costruirne il futuro”.

Credo che bisogni recuperare passione per le cose, passione per il futuro.

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