Donne e madri/Uomini e padri

Parlare della condizione femminile non è cosa semplice, ne scontata; è ancora più difficile se a parlarne è un uomo, in quanto certe situazioni non vengono vissute sulla propria pelle (almeno non direttamente), si potrebbe pensare perciò che l’uomo sia esentato dal poter(dover) discutere della situazione della donna nella nostra società, ma questo è un pensiero assolutamente superficiale perchè nella società tutto è in continua relazione, niente esiste in isolamento, viviamo in una fitta rete di componenti che entrando in contatto tra loro, che siano individui o istituzioni, avviano un gioco di azioni e potere, di spinte e repulsioni. 
La condizione femminile non riguarda solo l’emancipazione della donna, riguarda l’emancipazione stessa dell’umanità dalle disuguaglianze che la incatenano, il superamento della differenza di genere è parte integrante del progresso umano.

I ruoli tra uomo e donna sono determinati culturalmente, e questo è stato dimostrato già da tempo, con The Traffic in Women, 1975 di Gayle Rubin è iniziato un percorso di studi sul genere che hanno mostrato come partendo dalla differenza biologica le società abbiano creato una asimmetria tra i sessi dove avviene una predominanza dell’uomo. 
Un esempio su come i ruoli vengano riprodotti è quello del ruolo di madre e padre dove è stato costruito socialmente il pensiero secondo cui un uomo non è in grado, o almeno non quanto la donna di saper crescere una figlia/o, questo è presente nell’immaginario collettivo dove la donna-madre ha una capacità superiore di empatia verso i figli dell’uomo-padre, in genere giustificato da un presunto legame affettivo derivante dalla gravidanza, ciò avviene soprattuto in paesi fortemente patriarcali come l’Italia dove il ruolo di padre è pressocché superficiale se confrontato a quello della madre. 
Anche per questo generalmente in un divorzio si tende ad affidare alla madre i figli (alcune volte non senza ingiustizia), andando a discapito dell’uomo che in questo senso si trova in difetto nella sua “incapacità” di genitore.

L’errore è quello di scambiare un fattore culturale (il genere e i ruoli di genere) per qualcosa di prettamente naturale, come se i ruoli dei due sessi fossero tali a priori, dalla nascita. 
Questo naturalismo forzato non fa che creare una realtà manipolata! 
“Le donne devono occuparsi della cura domestica”, “solo le donne sono capaci di crescere un bambino”, “le donne devono essere sempre belle e truccate”, “le donne hanno una sensibilità maggiore degli uomoni”, “il rosa è un colore femminile” ecc. Sono solo alcune delle affermazioni portate avanti da una società ancora fortemente sessista. Questo è un danno non solo per le donne, pensiamo ai bambini, per esempio solitamente durante la primissima infanzia si tende a regalare delle bambole alle bambine, mentre ai bambini si preferisce regalare macchinine o pupazzi incentrati all’azione, questo può far sviluppare alle bambine più facilmente una sensibilità maggiore verso la cura di una prole lasciandole in difficoltà per quanto riguarda alcuni lati creativi sviluppati con i giochi d’azione, mentre i bambini generalmente avranno più difficoltà a sviluppare empatia e potranno soffrire di una mancanza da questo punto di vista non essendo abituati a prendersi cura di qualcuno. 
Verso il genere femminile nasce un processo di costruzione del ruolo di madre che andrà avanti in tanti altri modi nel corso della vita.
Chiaramente questo processo di socializzazione (trasmissione di norme e valori comportamentali in un individuo) non è assoluto in quanto ogni individuo non è un contenitore vuoto che assorbe tutto senza filtrarlo, esso interpreta la realtà e ne deduce una propria; è comprensibile però come sia forte l’influenza di tanti elementi come quello sopra citato.

La cosa più degradante per la donna è soprattutto la difficoltà con cui distaccare da essa il suo ruolo di madre. 
Spesso essa risulta prima madre e poi donna, in un processo che la svuota del suo essere donna trasformandola in un mero strumento riproduttivo della società.
Una donna senza un figlio/a viene vista come incompleta, la riproduzione viene considerata come necessaria alla realizzazione personale della donna, le aspettative verso la sua sfera riproduttiva sono molto forti. Invece la donna dovrebbe considerarsi realizzata senza la necessità di essere anche madre. 
Cosa che non è così presente allo stesso modo verso l’uomo, per un uomo è più facile distaccarsi dal proprio ruolo di padre, infatti quando vengono abbandonati dei figli nella maggioranza dei casi si tende a dare una colpa maggiore alle madri che abbandonano rispetto ai padri, risulta abominevole che una donna abbandoni il proprio figlio, sempre rifacendosi al retaggio della gravidanza come collegamento quasi trascendente col figlio/a; non che venga considerato giusto che un padre abbandoni un figlio/a, ma sicuramente non ha la stessa negatività.
La generazione di una vita è sicuramente qualcosa di meraviglioso, ma bisogna sottolineare come la riproduzione riguardi entrambi i sessi, l’esperienza dovrebbe essere condivisa allo stesso modo, non bisogna pensare che la gravidanza crei nella madre un legame affettivo più forte di quello che può venirsi a creare tra il padre e il futuro figlio/a, è di assoluta necessità dare al padre un ruolo che sia pari alla madre nella crescita dei figli, bisogna superare la distinzione asimmetrica dei ruoli all’interno della famiglia bilanciando le responsabilità del padre e della madre.

Uomini e donne dovranno lottare molto per allontanare ogni presunzione di naturalità dei ruoli e cercare di dividerli equamente.
Il femminismo non deve essere una prerogativa soltanto per le donne ma deve esserlo anche per gli uomini, chi pensa che essere femminista significa volere una disuguaglianza (una fantomatica supremazia femminile) è perchè non conosce la storia o semplicemente non si applica a capire che finchè non esisterà una reale parità dei sessi, il femminismo sarà necessario proprio perchè in contrapposizione al sessismo.

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