Louis C.K. — A Revolutionary Road

1984.In un piccolo comedy club della periferia di Boston si sta svolgendo un evento speciale. E’ la serata open mic e sul palco, invece di affermati cabarettisti e di comedians dai monologhi cinici, può esibirsi chiunque abbia un po’ di coraggio e qualcosa di divertente da dire. Di fronte ai comici amatoriali, però, c’è un gruppo di spettatori esigente, già alla seconda birra, e pronto a massacrarli al primo sbaglio. Tra i tanti aspiranti Lenny Bruce presentatisi, sbuca anche un grassoccio diciassettenne dai capelli rossi e dal cognome impronunciabile, perfetto mix genetico tra un nonno ebreo ungherese, una nonna messicana cattolica e una mamma irlandese. Il ragazzo, con una leggera stempiatura, è chiaramente nervoso, probabilmente si sta pentendo di non essere rimasto a sostituire ruote e candele (lavora nell’officina di un amico). Nonostante l’ansia, il momento del debutto arriva e Louie, come lo chiamano la madre e le sorelle, sembra pronto a spaccare il locale. Purtroppo, un po’ l’inesperienza, un po’ la straordinaria capacità degli adolescenti insicuri di sopravvalutarsi nei momenti di slancio, il monologo finisce troppo presto, lasciando il giovane, per il resto del tempo a sua disposizione, alle prese con una faticosa e scalcinata improvvisazione. Il ricordo di quell’improvvida figuraccia è cosi cocente, che Louie ci metterà quasi due anni prima di riprovare a parlare davanti a un microfono.

2016. In un’anonima giornata di fine gennaio, il sito personale del comico Louis C.K., punto di riferimento per milioni di fan, senza nessun annuncio o campagna pubblicitaria preparatoria, condivide il primo episodio di Horace and Pete, il nuovo misterioso e atteso progetto del comedian. Il pilot, diretto, scritto e interpretato da C.K. (nel cast oltre a lui, sono presenti, tra gli altri, anche Steve Buscemi, Edie Falco e Alan Alda) segue le vicende di una coppia di fratelli proprietari di un bar a New York, alle prese con le quotidiane delusioni della loro vita. Al di là della storia, piena degli elementi essenziali della poetica comica di C.K., Horace and Pete è un’opera importante perché sancisce la definitiva affermazione del coraggio sperimentale del comico. Arrivato a mettere da parte la ricca e accogliente comodità televisiva, Louis C.K., con questa webserie, intraprende una nuova via produttiva e distributiva, quasi nella più assoluta autarchia. Gli episodi di Horace and Pete non solo, sono venduti direttamente allo spettatore, ad un prezzo irrisorio (dai 5 ai 3 dollari), ma sono realizzati quasi in contemporanea con la messa online. Low budget, multicamera e dalla lunghezza variabile, lo show sembra quasi realizzarsi davanti ai nostri occhi, in uno pseudo-spettacolo teatrale che sfonda i comuni confini della serialità. La serie è in divenire, pensata, realizzata e distribuita quasi istantaneamente.

Saltando tra temi e situazioni, e rinnegando la propria chiara impostazione di comedy, Horace and Pete è il tentativo azzardato di un autore che, pur dopo aver raggiunto una solida posizione nel panorama comico-televisivo, sceglie di mettersi in gioco in prima persona, senza paracadute. Il risultato economico dello show non è stato all’altezza delle aspettative di Louie ma il solo tentativo, la prova di osare fuori dai canoni dell’industria, è di per sé una piccola grande vittoria rivoluzionaria.

Ed è proprio nel desiderio di Rivoluzione (forse frutto delle ascendenze messicane, irlandesi ed est-europee) che risiede l’unicità artistica di Louis C.K. Dal traumatico esordio bostoniano, il comico ha, all’apparenza, fatto la carriera standard per un comedian. Esordi tra locali e teatri, collaborazioni alle sceneggiature di attori più noti, brevi monologhi nei late show e cammei televisivi, C.K. si è mosso in tutti gli ambiti televisivi, affermandosi principalmente come autore degli spettacoli dei suoi amici Jerry Seinfeld (il suo Seinfeld è un riconosciuto riferimento per Louis) e Chris Rock. Anche la sua carriera cinematografica è simile a quella di molti suoi colleghi, tra piccoli ruoli in commedie e film drammatici (Trumbo e American Hustle) e addirittura la collaborazione con Woody Allen (in Blue Jasmine). La gavetta e le tappe obbligate sono, però, solo i compromessi che Louis C.K. arriva a stringere con il sistema per portare alla luce il suo progetto comico. Un piano, quasi ideologico, che esplode nella realizzazione di Louie. La serie semi-auto-biografica, prodotta da Hbo, non è una furba ri-formulazione di una finta vita di Louis C.K., ricalibrata per permettere al comico di autoesaltarsi.

Anche se lo spirito egocentrico dello show è innegabile (ma ogni autore/attore/regista deve, per forza di cose, essere vanitoso), Louie è una serie che sovverte costantemente le aspettative dello spettatore. Nel mettere a nudo la propria vita (il divorzio, le figlie adolescenti, i problemi lavorativi, gli amici di sempre), i propri fallimenti e le proprie paure di artista,padre e uomo, Louis C.K. ci vuole parlare di tutto. L’ambizione narrativa dello show sembra quasi dirci che per affrontare ogni emozione, situazione e risata dell’Umanità, l’artista debba necessariamente sacrificare se stesso, la propria storia e la propria intimità. In Louie la continuity narrativa è stravolta a ogni episodio, personaggi e interpreti si mischiano fino a perdere di riconoscibilità (i volti dei compagni di sempre come Sarah Silverman, Ricky Gervais e Pamela Adlon che appaiono e scompaiono) e le situazioni e i ricordi entrano costantemente in contraddizione, con i tanti momenti stand up che arrivano sempre a spezzare il velo della fiction. nel compimento di una missione che, dal palco appiccicoso di un locale anni 80 di Boston, lo ha accompagnato fino alle battaglie di oggi, in un martirio fatto per migliore la Tv, l’Entertainment e la stessa America.


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