PURPLE HEART — Dead Man Walking

Luca Marchetti
Feb 25, 2017 · 4 min read

Si sa, nel cosiddetto calcio moderno, quello dell’allenatore è un mestiere infame. Davanti ad un pubblico, più interessato al mercato e al gossip che alle tattiche o alle prestazioni, i tecnici sono diventati i precari eccellenti, schiavi dei risultati e sempre pronti a essere scaricati come capri espiatori. L’ultima settimana ci ha regalato due esempi perfetti dello stato di questa professione.

Per primo prendete un allenatore che, contro i pronostici di tutti, guida una squadra di bassa classifica alla vittoria di una miracolosa Premier League. Quest’allenatore, non solo, ha rivoluzionato la vita di migliaia di tifosi e regalato grandi guadagni alla propria società (più diritti televisivi, aumento del valore dei giocatori, l’ingresso in Champions League) ma ha scritto una delle pagine più belle della Storia dello sport. Una serie di risultati molto deludenti (troppo grande il passo per la vittoria da lasciare tutti disorientati e svuotati?), la minaccia di una retrocessione e i (presunti) vari complotti di giocatori e collaboratori hanno strappato quest’uomo al proprio sogno, sancendo il divorzio con la squadra che “non avrebbe mai lasciato, per niente al mondo”.

Per secondo, invece, prendete un altro allenatore, più giovane del primo ma dallo stesso capello canuto. Arrivato anche lui tra la diffidenza generale, ha portato una squadra bella ma mai concreta fino al primo posto, rivelandosi uno dei tecnici più interessanti della Serie A. Una flessione naturale di una rosa non eccelsa, diversi passi falsi e una società che ha pensato bene di non investire nulla nel mercato di gennaio, hanno minato le sue aspettative, facendolo rintanare in un offeso e testardo isolamento umano. Da qui in poi, per quasi un anno, quest’allenatore ha alternato a (sporadiche) belle intuizioni e performance, conferenze stampe irritanti e un evidente e fastidioso malessere nei confronti di tutto l’ambiente, creandosi il vuoto attorno.

Forse il legame narrativo tra lo stimato Claudio Ranieri e l’irritato Paulo Sousa è forzato, ma agli occhi del tifoso viola, probabilmente, sarà venuto naturale associare, in questa settimana, il tecnico che ha subito l’inaspettato esonero a quello che si è ritrovato con l’inaspettata conferma. Mettiamo da parte Ranieri (e la ridicola boutade che lo vedrebbe già pronto a subentrare sulla panchina viola) e il triste epilogo della sua avventura inglese e “godiamoci” lo spettacolo della triste agonia di Sousa sulla panchina viola. Per prima cosa, non volendo essere irriconoscenti come la dirigenza del Leicester, spendiamo un attimo per ricordare subito le buone cose fatte dal portoghese a Firenze, dallo splendido girone di andata della scorsa stagione, pregiato da quello straordinario primo posto (mantenuto per due domeniche scarse), fino alla valorizzazione di alcuni talenti come Federico Bernardeschi, Nikola Kalinic e Federico Chiesa. Ricordi e valori che, almeno personalmente, ci porteremo appresso nei prossimi anni. Purtroppo di questi buoni risultati (aggiungiamo l’ultima convincente vittoria contro la Juventus di Allegri) a molti resterà poco, schiacciati ormai nella memoria dall’andreottiano stile “meglio tirare a campare che tirare le cuoia” di mister Sousa.

Paulo, per carità, potrebbe essere giustificato con molte, oneste, motivazioni. La rosa ogni anno più debole, i giocatori distratti da trattative, rinnovi e mancati riscatti e, soprattutto, i mercati ridicoli di Corvino (Milic, Toledo, Diks e compagnia cantante) sono solo alcune delle perle collezionate, quest’anno, dalla dirigenza viola. L’orgoglioso disinteresse della società nell’investire e i goffi tentativi di evitare, in tutti i modi, il salto di qualità, sono però caratteristiche genetiche e note (basta chiedere a Prandelli o a Montella) della proprietà. Capiamo bene che Sousa, forse forte di alcune promesse in sede contrattuale, si sia sentito tradito di fronte al caso Mammana e agli altri mancati rinforzi, ma la situazione odierna è inaccettabile. Sousa, offeso e svogliato, piuttosto che sbattere la porta e smascherare il noioso giochino al ribasso dei Della Valle, ha scelto di travestirsi da alibi, pronto a essere sacrificato alla rabbia della piazza. Come i detenuti senza speranza del braccio della morte, il mister aspetta la sua ora, l’esonero come la liberazione, andando, un po’ per il lauto contratto, un po’ per le possibili occasioni di mettersi in mostra (in un atteggiamento assai egoista di sfruttare il massimo personale dalla situazione peggiore), insieme alla squadra, alla deriva. Che importa? Una panchina da occupare, l’anno prossimo (la Juve? la Bundesliga?) non mancherà di certo.

Che questa sarebbe stata una stagione da dimenticare, ce ne siamo accorti tutti già dal calcio mercato estivo e dalle prime sconfitte, ma se Sousa, con ancora un po’ di credito agli occhi della tifoseria, avesse fatto saltare il banco, probabilmente, avrebbe smosso qualcosa, garantendoci qualche speranza per il futuro. Ora, dopo la figuraccia con il Borussia, della sua parabola viola resteranno solo l’astio della tifoseria e il fastidio di una proprietà costretta a trovarsi un nuovo allenatore e inventarsi qualche nuova scusa per mantenere intatto il suo deprimente status quo.


Originally published at lucamarchettiblog.wordpress.com on February 25, 2017.

Luca Marchetti

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