Resident Evil: The Final Chapter, di Paul WS Anderson

Con questo sesto capitolo si chiude (definitivamente?) la lunga guerra tra l’eroina indomabile Alice e la Umbrella corporation, la terribile società che ha condannato il mondo ad un destino post-apocalittico governato da zombi, ibridi mostruosi e varie calamità. Lo scenario dell’ultima battaglia, in una prevedibile risoluzione ciclica, è Raccoon City, il luogo dove ebbe inizio. Paul WS Anderson, per l’ennesima volta, torna nei territori a lui più cari e confeziona un’opera che, con una chiarezza disarmante, manifesta il desiderio di riversare al suo pubblico l’intrattenimento più martellante, stimolato senza pause, da rumorosi effetti horror e azione in gran quantità. A nessuno importa molto che Resident Evil: The Final Chapter sia inserito, molto faticosamente, nella trama orizzontale del franchise o che, anche al suo interno, la coerenza narrativa sia sacrificata per i ritorni insperati di personaggi storici e per colpi di scena approssimativi e assurdi. L’obiettivo dichiarato è sempre stato un altro.

Come il corrispettivo videoludico, tornato in auge grazie al nuovo Resident Evil 7: Biohazard, uscito con il supporto VR, anche The Final Chapter è un giocattolo dai meccanismi esasperati, un percorso pre-stabilito pieno di schemi da seguire e di boss da sconfiggere, lo sfoggio di acrobazie complicate e prove di forza ammirevoli per la sua splendida protagonista Milla Jovovich. Concentrandoci sulla prova dell’attrice, sempre meravigliosamente in parte nei panni dell’inarrestabile Alice, forse un senso nascosto, la saga lo rivela. In uscita a pochi giorni da San Valentino (un caso?) il franchise Resident Evil si dimostra per quello che è sempre stato: un’immensa e commovente lettera d’amore di un regista innamorato per la sua musa/sposa.

Non vogliamo scomodare le grandi love story della storia del Cinema, ma è innegabile che il legame tra Anderson e Jovovich, l’abnegazione del cineasta dalla visione estetica limitata per nobilitare la sua amata, sia sinceramente commovente. L’impegno con cui Anderson ha usato tutte le sue capacità, anche oltre ai propri limiti, non solo per nobilitare la bravura atletica della sua consorte, ma per renderla (riuscendoci egregiamente) un’icona action credibile, è una delle prove di devozione più coinvolgenti che abbiamo potuto vedere negli ultimi anni. Quello tra il regista e la sua eroina (ma Anderson è innamorato di Milla o del suo personaggio?) è stato un inseguimento infinito, pieno di vette e precipizi. Troppe volte il regista è stato sul punto di gettare la spugna e chiudere tutto, magari distraendosi con altre trame. Eppure, anche a dispetto della logica e della razionalità, Anderson ha scelto di andare avanti fino alla fine, per portare a compimento la loro storia (e non importa con che esito). Perché, come nel finale ci mostra chiaramente, per lui (per noi) è impossibile lasciare andare via Alice.