The Young Pope — Review 1x03/1x04

Il secondo episodio della serie evento di Sky, The Young Pope, si chiude in un buio minaccioso, nell’atmosfera angosciante di incubo che sembra inaugurare, più che un pontificato, l’avvento dell’anticristo. Dopo la terribile omelia con cui Pio XIII si è presentato al suo popolo, molti dei fedeli sconcertati, accorsi a Piazza San Pietro, hanno capito che il regno del nuovo pontefice sarà ben diverso da quello dei suoi predecessori. Lenny Belardo, infatti, non è il puppet pope tanto sognato dal potente Segretario di Stato Voiello e dagli altri cardinali, non è una stella cometa telecomandata dalla curia per illudere i credenti, soddisfare i media e vendere souvenir. Come suggerito dalla sigla iniziale (ipnotica e kitsch) Lenny è, invece, l’asteroide giunto dall’ignoto per incendiare i cieli e piombare nel cuore della Santa Chiesa.

Nelle due nuove puntate, Sorrentino entra nel cuore del primo atto della rivoluzione conservatrice del giovane papa, gettando le basi del plot politico che accompagnerà la trama principale dell’intera serie. Gli schieramenti in campo sono già chiari. Da un lato Lenny, forte di una sicurezza di sé spropositata e da una vanesia presunzione (ostentata per il ruolo o umanamente sincera?) di essere costantemente nel giusto, si è circondato da pochissimi personaggi fidati, attratto dalla loro umana disperazione. Dall’altro lato il magnifico Voiello di Silvio Orlando, sempre più luciferino nella sua grottesca ostentazione di genio politico, mette in mostra tutte le sue doti di manipolatore per tessere una tela di ricatti e trappole intorno all’odiato Santo Padre. L’autore, nel tratteggiare gli esordi dello scontro tra Lenny e Voiello, guarda apertamente ai tanti fortunati political drama che hanno monopolizzato la narrativa televisiva degli ultimi anni, facendone quasi una parodia. La politica vaticana è ben diversa e più oscura rispetto a quella americana. Sorrentino conosce bene i limiti di un racconto che, pur giovando della più grande ricerca e preparazione, non potrà mai aspirare alla verosimiglianza e all’accuratezza di un House of Cards.

La serie con Kevin Spacey, quindi, diventa più che un modello da seguire, il bersaglio da schernire, con intrighi e schermaglie volutamente basilari, usati per “picchettare” narrativamente l’ascesa della parabola di Papa Belardo. Nascosto dietro al gioco del trono papale, infatti, Sorrentino mette il racconto di un uomo, talmente desideroso di sfruttare l’enorme potere capitatogli per vendicarsi di tutti, da perdersi dentro i propri incubi infantili e le proprie fragilità. Come il villain costretto dal proprio ruolo a fare, ossessivamente, il male, lo splendido Lenny/ Jude Law si muove sprezzante tra i corridoi vaticani disprezzando riti e cerimonie, evitando impegni e progettando atroci svolte politiche.

Eppure Sorrentino nella costruzione di questo perfetto Papa antimodernista e ultra-conservatore, cosi assurdamente fuori da qualsiasi tempo (le intemperanze e il disprezzo di per le istituzioni di Belardo avrebbero trovato poco spazio anche nelle cure medioevali), ha il coraggio di aprire più di uno sguardo sulla sua umanità. Se nei primi due episodi intuiamo il dramma che, nell’infanzia, ne ha segnato la personalità (l’abbandono dei propri genitori), qui, invece, l’autore lo pone a contatto con gli unici due personaggi che, simili nel loro dolore, lo spingono all’empatia. Il dolce e dolente Monsignor Gutierrez e la piccola Esther, diventano le chiavi, con cui abbiamo l’opportunità di guardare dentro all’armatura bianca di Lenny, nella sua supereroistica convinzione di essere santo e nella sua smisurata e mal nascosta paura del fallimento.

In bilico tra Papa e Uomo, santo ruolo e interprete umano, Lenny è un personaggio, davvero, magnetico, capace di sostenere sulle sue spalle l’intera impalcatura costruita dalle solite trovate care al regista napoletano. L’enorme carisma di Law, cosi consapevolmente divertito di guidare al gioco di Sorrentino, ha la forza di armonizzare i monologhi, gli ostentati movimenti di macchina e i clichè visivi. Dietro all’attore, alla sua grazia e alla sua leggerezza (più di una volta sembra quasi danzare davanti alla cinepresa), la storia si dipana con coerenza, non cadendo quasi mai nell’auto-riferito.
 Nella mera economia di una serie tv, queste due puntate sono solo un’interlocuzione, la preparazione dei vari conflitti e situazioni che detoneranno in futuro. Dopo l’exploit iniziale, questo nuovo dittico potrebbe sembrare un passo indietro, uno furbo modo di allungare un brodo. Ci sentiamo di credere, però, che il senso di The Young Pope, sia proprio nel seguire la danza vertigine di Law e Sorrentino, non interessandoci né della destinazione ma godendoci solo la musica e l’armonia dei loro passi.


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