Lettera d’amore alle biblioteche rionali di Milano

Disclaimer: ho scritto questo pezzo un anno fa, per una rivista che adesso ha chiuso. Nei giorni scorsi ci ho rimesso mano, perché ci tenevo molto che uscisse da qualche parte. Occhio però: qualche dato potrebbe non essere più aggiornato.

Per entrare dalla biblioteca di via Tibaldi, nella zona centro-sud di Milano, ci sono due ingressi, uno ufficiale e l’altro meno. L’ingresso ufficiale passa da un lungo e basso cancello arrugginito, una doppia porta a vetri, e un tortuoso corridoio color neon. A destra e a sinistra si superano, nell’ordine: il salone dove si tiene il Consiglio di Zona, le macchinette del caffè, l’ufficio distaccato dell’anagrafe. L’ingresso meno ufficiale passa invece per un cancello sempre aperto della caserma della polizia locale, sul retro dell’edificio, su cui si apre una piccola aiuola. Dentro l’aiuola, migliaia di scarpe hanno disegnato un sentiero che porta al cortile della biblioteca.

Nei mesi più caldi il cortile è pieno di studenti. C’è sempre un gran via vai: c’è chi esce dall’aula studio per fare una telefonata, chi si porta dietro l’iPad e si sistema al sole a ripassare, e chi divora in solitudine un pacchetto di cracker.

A cinque o sei metri da questo tran tran, vicino all’angolo del muretto che delimita il cortile, fino a poco tempo fa c’era un cartone marrone, steso a pelle d’orso. Per gli studenti che pascolavano in giardino, quel cartone era solo un cartone. Per i senzatetto che di giorno frequentano la biblioteca per sedersi in un posto caldo, leggere qualcosa e ricaricare il telefono, quel cartone era un lettino per riposare, e magari fare un pisolino. Capitava che venisse utilizzato nello stesso giorno da persone diverse: forse c’erano dei turni.

A distanza di qualche metro, due mondi lontanissimi — quello degli studenti universitari che frequentano la biblioteca e quello dei senzatetto — per una consistente porzione adella giornata si avvicinano e si toccano: i senzatetto del cartone e gli studenti del cortile leggono allo stesso tavolo, condividono lo stesso bagno e bevono lo stesso caffè. Nessuna delle due categorie è fuori posto, nel luogo che più di ogni altro contribuisce ogni giorno a costruire l’identità di Milano: la biblioteca rionale.

L’angolo dedicato alla lettura di quotidiani e riviste della biblioteca Tibaldi

Milano ha 24 biblioteche rionali più una speciale, la Biblioteca Centrale di palazzo Sormani. Rionale significa “di quartiere”, cioè in sostanza piccola e pubblica. Sono state istituite dal Dopoguerra in avanti, hanno un giro di prestiti di circa un milione e duecentomila libri all’anno — è come se ogni milanese ne prendesse almeno uno all’anno — e organizzano migliaia di eventi culturali. Nessun altro ente comunale è così diffuso e vissuto da chi abita a Milano.

Ciascuna delle 24 biblioteche rionali condivide con le altre la stessa targa rossa all’ingresso, lo stesso font dei cartelli e il sistema mondiale di catalogazione e smistamento dei libri, il Dewey. Le caratteristiche in comune, almeno quelle percepite da chi le frequenta, si fermano qui. Negli anni ciascuna biblioteca è stata plasmata da diversi fattori che hanno determinato la sua attività al di là della funzione di posto dove si prendono in prestito i libri, che in molti casi è diventata secondaria: l’edificio che la ospita, i responsabili che la gestiscono, le persone che la frequentano, e altre ancora. L’identità di ciascuna biblioteca è fatta di una miscela unica di questi ingredienti.

A volte le differenze fra le singole biblioteche sono ancora più evidenti, e non si limitano al quartiere in cui si trovano. Ce ne sono alcune che potrebbero trovare posto nel centro di Copenaghen, tanto è ampio e minimale l’edificio che le ospita; in alcune invece piove dentro, in altre ancora c’è un direttore che consiglia i film da noleggiare, o una sala multiuso dove ci si sdraia a fare yoga, o una in cui si rimane col naso in su ad ammirare gli stucchi sul soffitto.

Le biblioteche condividono lo stesso archivio di libri e fanno riferimento a un unico ufficio centrale. Tutte quante, ogni giorno, compiono un prezioso lavoro di integrazione, presidio, divulgazione. Eppure, nessuna lo fa allo stesso modo.


La biblioteca Crescenzago si trova più o meno a metà di viale Padova, una delle zone più complicate fra quelle limitrofe al centro, da anni al centro di faticosi progetti di riqualificazione. È una delle prime cose che mi fa notare la direttrice Flavia Muccini, quando la incontro in un umido pomeriggio di maggio. La biblioteca è ospitata in un casotto squadrato di tre piani, costruito nel 1987 per separarla dal Centro civico di via Padova, dove ancora oggi sono dislocati vari uffici comunali. Al piano terra ci sono gli scaffali coi libri — deserti, quando la visito — il seminterrato contieneuna piccola aula studio e nel piano rialzato c’è un angolo per leggere giornali e riviste. Muccini mi fa sedere in un’ufficio che è anche un po’ un magazzino, pieno di scatoloni, volantini, cartellette, quaderni, manifesti.

Fra i direttori e il personale delle biblioteche, quella di Crescenzago ha la fama di essere una delle più attive e intraprendenti. Il suo nome viene spesso accostato al progetto “Biblioteca vivente”: un evento pubblico in cui persone di estrazione diversa — fra cui migranti e carcerati — potevano raccontare la storia della loro vita seduti a un tavolino, come se fossero dei libri da consultare. Chiedo a Muccini, che è qui da dieci anni e parla rapida con un lieve accento romano, se il progetto della Biblioteca vivente sia ancora attivo, spiegandole che ne ho sentito parlare con molta ammirazione: mi risponde che la Biblioteca vivente ha funzionato proprio perché ha fatto parlare un sacco di Crescenzago, ma che aveva anche diversi difetti. Costava parecchio, sia in termini di energie che di soldi, è durato solamente due edizioni da due giorni ciascuna — l’ultima nel 2013 — e che insomma “non so se sia stato il modo migliore per fare integrazione”.

Muccini mi spiega che a Crescenzago il lavoro quotidiano è molto diverso: è un posto in cui “non esiste il frequentatore medio”, e dove la biblioteca ha dovuto farsi carico di animare la vita culturale del quartiere. Ci sono un mucchio di laboratori e spettacoli per bambini, un’aula studio per gli studenti — piena — e un discreto via vai di libri in prestito. Ma la biblioteca è frequentata anche dalla folta comunità musulmana del quartiere, da diversi anziani — “un sacco” di anziani, dice Muccini — e da alcuni senzatetto. Per queste ultime due categorie, la biblioteca ha messo a disposizione dei computer fissi un po’ vecchiotti a cui ci si può connettere a Internet per un’ora al giorno a testa. Per usare Internet non ci si può prenotare: ciascuno scrive il suo nome su un foglio e aspetta il proprio turno. Gli studenti invece frequentano la biblioteca sia per il Wi-Fi sia per la quiete della piccola aula studio.

Fra le tante iniziative organizzate dalla biblioteca, Muccini mi dice che le due di cui va più fiera sono il corso di italiano per stranieri e un corso base di uso del computer, aperto a tutti (“fosse per me farei anche il corso di come si usa Facebook”, precisa). Al momento la biblioteca li ha sospesi entrambi per problemi di budget, ma Muccini conta presto di riattivarli. Poi c’è lo scaffale dei libri in arabo, voluto espressamente da Muccini due anni fa e da allora piazzato esattamente davanti all’ingresso: altrimenti “col cavolo” che sarebbe stato utilizzato, mi spiega ridendo.

È l’unica collezione di libri in arabo di tutto il circuito delle biblioteche rionali, e metterla insieme — nonostante si parli di un centinaio di volumi — è stata una “epopea”. L’ufficio biblioteche ha dovuto stanziare un fondo apposito, coi tempi e le fatiche della burocrazia centrale: poi c’è stato il problema di selezionarli, trovare il fornitore, e soprattutto di catalogarli, dato che traslitterare dall’arabo è sempre un problema e fra il personale della biblioteca nessuno lo sapeva fare. Ancora oggi la situazione è un po’ precaria: per l’archivio comunale questi libri non esistono, e per tenere conto dei prestiti la biblioteca ha dovuto creare un database interno. Muccini mi spiega che lo scaffale ha avuto “un certo successo”: anche perché metà dei libri è sparita, mi dice sorridendo e allargando le braccia. Probabilmente per il fatto che non ci sono solo i classici della letteratura araba — che di solito sono letti dagli occidentali che studiano l’arabo — ma anche i libri più venduti della letteratura contemporanea, perlopiù egiziana (la maggior parte di musulmani del quartiere viene proprio dall’Egitto).

Muccini mi parla con molto orgoglio dello scaffale arabo e dei corsi gratuiti, ma ci tiene a sottolineare che la biblioteca non fa solo “integrazione”, ma anche “un sacco di altre cose fichissime”. A quel punto tira fuori un raccoglitore di plastica colorata in cui sono raccolti volantini e manifesti degli eventi organizzati in biblioteca negli ultimi due mesi. Me li elenca uno dopo l’altro, molto orgogliosamente: un ciclo di sei incontri sulla storia del jazz, un corso per scrivere una tesina scolastica, un altro per mettere insieme il curriculum in formato europeo, una corrida di poesia per dilettanti — “ci siamo divertiti come dei pazzi” — sedute di yoga per chi ha mal di schiena, e una serie di incontri sulla scrittura creativa.


La biblioteca Affori si trova nell’omonimo paese nella periferia nord, e occupa un’intera ala di Villa Litta, un palazzo del Seicento che un tempo era proprietà di una delle più note famiglie di Milano. L’entrata della biblioteca è in cima a uno scalone in pietra, di quelli col corrimano solido e freddo e i soffitti altissimi. Dentro, non vola una mosca: accanto al desk dei bibliotecari si sviluppano una serie di ambienti fra cui una larga stanza con le pareti affrescate con scene da quadro del Rinascimento — “il salone delle Arti” — una cappelletta anch’essa interamente affrescata, e alcune aule per studiare. Gli armadi coi libri stanno in due stanze ai margini dell’ambiente principale. Nel salone delle Arti ci sono un pianoforte a coda, un gruppo di sedie e qualche poltrona. Sparsi per tutta la biblioteca ci sono dei tavoli con una scacchiera disegnata sopra, e dei grossi pezzi in legno.

Armando Vimercati, il direttore, ha un sessantina d’anni ed è qui dal 2014. Mi dice che Affori è praticamente una biblioteca di quartiere, anzi di paese: ci sono gli utenti abituali, gli studenti, pochi stranieri e senzatetto. La biblioteca organizza soprattutto concerti, reading, spettacoli teatrali, incontri sulla storia locale e di Milano, e corsi di scacchi. Il 22 maggio 2016 Roberto Piumini declamava poesie mentre un quartetto acustico suonava in sottofondo. L’anno scorso si è tenuto un corso accelerato di jazz degli anni Venti. Una delle bibliotecarie è un’esperta di storia locale, e fa da guida ai gruppi di persone interessate a visitare la biblioteca (“in realtà vogliono visitare Villa Litta”, mi dice Vimercati). Stare dentro un posto del genere ha anche qualche limitazione: agli incontri non possono essere organizzati rinfreschi o aperitivi per motivi di sicurezza, e in generale Vimercati mi dice che evita di organizzare “cose spinte”.

Affori ha anche un’altra particolarità: è una delle poche biblioteche rionali ad avere un’intera ala di editoria per bambini, invece che un piccolo spazio o un paio di scaffali dedicati. È praticamente una biblioteca nella biblioteca, creata dopo i lavori di ristrutturazione finiti nel 2003, dato che in quartiere non esisteva un posto del genere. Ha un ingresso dedicato — a destra dello scalone di prima — e una responsabile a sé: Arianna Fanton, che me la mostra in uno dei rari momenti in cui è praticamente vuota (sono le tre e mezzo, le scuole sono ancora aperte). La biblioteca è fatta di cinque stanzini, suddivisi per fasce di età: la prima stanza è occupata in parte da materassini colorati morbidi ed è dedicata ai bambini fino ai tre anni. La seconda è piena di librini e libroni colorati ed è pensata per i bambini che vanno alle elementari: nella stanza delle medie gli scaffali sono più radi e c’è qualche tavolo per fare i compiti. La quarta stanza al momento è vuota e spoglia: qualche giorno fa ci ha piovuto dentro, ma di solito è la stanza più movimentata di tutte.

Fanton, che è vestita come una elegante professoressa universitaria, la chiama “la stanza degli adolescenti”. È aperta a tutti i ragazzi del quartiere in età da liceo, e anche l’arredamento è stato scelto da loro: ci sono un impianto stereo, un murales e qualche scaffale di libri Young Adult. Fanton mi dice che durante l’annuale visita del liceo locale, i ragazzi vengono incoraggiati a frequentare la biblioteca per andarci a studiare: “noi però non vogliamo dare un’impressione solamente didattica”, ma far capire che la biblioteca “è un posto per loro: è così che si crea un’utenza”. Costruire un gruppo di ragazzi attorno alla stanza “degli adolescenti” è stata dura, spiega Fanton, che spera che la pioggia non rovini il lavoro di questi anni.


Non esiste un unico modello di successo per gestire una biblioteca rionale: alcune proposte e pratiche di Crescenzago potrebbero non funzionare ad Affori, e viceversa. È d’accordo anche Stefano Parise, il direttore del settore Biblioteche del Comune, che mi riceve nel suo ufficio a Palazzo Sormani. Le biblioteche rionali, mi dice, sono dei luoghi “esposti alle contraddizioni”: sono tenute a essere sia un posto dove si fa cultura e divulgazione, sia un ambiente “dove nessuno ti giudica per come sei vestito”.

Secondo Parise però, per sviluppare liberamente la propria identità, ciascuna biblioteca ha bisogno degli stessi strumenti di base. Per Parise, i due modi per garantire questa base comune sono stati la riforma dell’intero catalogo dei libri e una revisione di tutti gli ambienti che ospitano le biblioteche.

Fino al 2015 esisteva un unico comitato centrale che decideva quali libri acquistare e distribuire in tutte le biblioteche, e che accettava suggerimenti dai gruppi di lavoro — una specie di board— di ciascuna biblioteca, composto da un numero variabile fra 5 e 18 dipendenti. Dal 2016 le cose sono un po’ cambiate: una quota del catalogo generale viene ancora decisa dall’ufficio centrale, sia con criteri “editoriali” sia con acquisti automatici (il nuovo Montalbano e l’ultimo di Ian McEwan, ad esempio). Un’altra quota viene decisa dalle stesse biblioteche, a seconda dei gusti di chi le frequenta e di chi le gestisce.

In futuro, l’idea di Parise è quello di rimettere ordine a tutto il catalogo, che verrà diviso in 50 discipline. All’interno di ciascuna disciplina, verranno individuate tre fasce. La prima conterrà libri di livello base — esempio: un manuale scolastico di filosofia — la seconda libri più specialistici ma divulgativi — l’edizione economica della Repubblica di Platone — e la terza libri para-specialistici, al livello di una biblioteca universitaria. Nell’idea di Parise, tutte le biblioteche dovrebbero contenere nel proprio catalogo i libri di prima fascia di tutte e cinquanta le discipline — magari non gli stessi, per evitare una certa omologazione — qualche libro di seconda fascia di alcune discipline e i libri di terza fascia di una disciplina specifica. In questo modo ciascuna biblioteca avrà un catalogo comune, e al contempo ciascun board avrà un discreto margine per decidere lo stile e la direzione da dare alla propria biblioteca: sarà più facile di adesso, insomma, costruire una piccola biblioteca di libri in arabo o un catalogo interamente dedicato ai bambini.

La riforma del catalogo dei libri è già iniziata, e non sembra che incontrerà molti ostacoli: d’altra parte esiste già una certa specializzazione di ciascuna biblioteca. L’altra condizione per garantire le stesse condizioni di base a tutte le biblioteche, l’adeguatezza degli spazi, sembra decisamente più complicata.


Fra una biblioteca e l’altra esistono grandissime differenze di spazi e strutture. Alcune, come quella di Affori o Chiesa Rossa, si trovano in edifici storici. Altre in strutture provvisorie, come il container che ospita la biblioteca Fra Cristoforo. Molte, come quelle di Sant’Ambrogio, Tibaldi e Accursio, furono istituite fra gli anni Sessanta e Ottanta, quando le giunte socialiste promossero una politica di decentramento dei servizi costruendo i cosiddetti Centri Civici: edifici enormi e poli-funzionali, dove trovavano posto varie entità comunali come il consiglio di zona, le ASL, l’anagrafe, la caserma dei vigili urbani e magari alcune associazioni locali.

Il centro civico di Accursio (credits: ilmirino.it)

Alcuni di questi centri sono invecchiati meglio di altri: quello di Chiesa Rossa, il più a sud di tutti, per molti anni è stato soggetto a un notevole degrado e nel frattempo la biblioteca è stata spostata in una vicina cascina ristrutturata. Quello di Tibaldi ha saputo conservarsi meglio, e la sua biblioteca si è reinventata sia come punto di appoggio per i moltissimi studenti della Bocconi e della Statale che abitano in zona, sia come posto prediletto dai senzatetto che frequentano il Pane Quotidiano, il dormitorio di viale Ortles e la mensa di via Aicardo. Questo modello, però, non funziona più: stipare le biblioteche dentro edifici che erano stati progettati in altri tempi e per altri scopi sta ostacolando la loro graduale trasformazione, con attività più eterogenee di un tempo.

Parise mi fa capire che nelle sue idee le biblioteche che ad oggi si trovano dentro centri civici o altri edifici un po’ precari verranno trasferite altrove. Altre verranno ristrutturate o ingrandite. Nella loro sede originaria resteranno le biblioteche che stanno dentro edifici storici, come quella di Affori o di Harar, immersa in un quartiere progettato fra gli altri da Giò Ponti, oppure quelle nuovissime tipo la biblioteca Valvassori Peroni, nei pressi del quartiere di Lambrate e del Politecnico.

Quella della biblioteca Valvassori Peroni è una situazione particolare, esemplare della disparità di condizioni in cui si trovano le biblioteche: è la più ampia e nuova di tutto il sistema — è stata inaugurata nel 2009 — è frequentata quasi solo da studenti ed è completamente diversa dalle altre: c’è molto bianco, i mobili sono radi ed essenziali, le aule studio sotterranee sono spaziose e vagamente post-industriali.

All’estremo opposto di Valvassori Peroni c’è la biblioteca Venezia, vicina all’omonima Porta: è una delle più frequentate di tutto il sistema. È stata attrezzata nell’atrio del cinematografo Dumont, uno dei primi di Milano, di cui ha conservato l’elegante facciata liberty. Quando entro, nel tardo pomeriggio di qualche mese fa, ci sono almeno dieci persone in coda e altrettante che si aggirano fra gli scaffali, così vicini l’uno con l’altro che si fanno ombra a vicenda.

Sembrano tutti molto indaffarati. Gli impiegati al bancone passano fra le mani un libro via l’altro, la direttrice — Valentina Tresoldi — consiglia a una signora distinta un DVD da guardare quella sera (“con Miyazaki va sul sicuro”). Tresoldi mi fa sedere appena dietro il banco, dove può parlarmi e al contempo tenere d’occhio cosa succede alle mie spalle. Quando le chiedo se la biblioteca è sempre così trafficata, mi indica gli scaffali: al momento solo un terzo del catalogo, circa 11mila libri, è esposto e visibile. Quindi avete un deposito, le domando guardandomi intorno. No, dice Tresoldi: due terzi dei libri sono fuori in prestito. Sempre.

Venezia è il contrario di una biblioteca di quartiere, spiega Tresoldi. Siamo a due minuti da corso Buenos Aires: qui intorno è pieno di uffici, appartamenti popolari e residenziali, diverse fermate di metro e una stazione ferroviaria suburbana. Tresoldi mi racconta che parte del merito di questo traffico, oltre alla centralità della zona, è anche dello stile che ha deciso di dare all’accoglienza degli utenti: i bibliotecari aiutano, consigliano, “presidiano”. Mentre parliamo, c’è un via vai continuo di persone che entrano, escono, cercano di evitare di spintonarsi.

Il guaio di aver creato un pubblico così affezionato e di stare in una zona così centrale è proprio quello di avere troppi utenti.

Tresoldi mi dice che la biblioteca è “in lotta perenne” con lo spazio. Al piano di sopra, a cui si accede tramite una scala che la biblioteca usa come galleria per micro-mostre, c’è una piccola aula studio in cui si tengono gli eventi organizzati della biblioteca. Per ragioni di sicurezza però possono entrarci solo 20–25 persone, “altrimenti crolla tutto”: la biblioteca quindi si trova nella situazione paradossale di non poter pubblicizzare troppo le sue iniziative, o di doverle organizzare a numero rigidamente chiuso. È un problema che andrà risolto, ma serve un compromesso al ribasso: la biblioteca non può espandersi negli altri locali del cinema Dumont, che appartengono ai privati. Se fosse trasferita altrove, potrebbe perdere parte del suo pubblico così affezionato.


La situazione della biblioteca Venezia è estrema e particolare. Non tutte le biblioteche hanno il problema di avere troppo poco spazio a disposizione. Quasi tutte hanno un problema che ha a che fare con lo spazio, anche se di natura diversa.

Un piccolo passo indietro. Prima di essere nominato direttore delle biblioteche di Milano, Parise è stato direttore della biblioteca di Rozzano, una quasi-città dell’hinterland meridionale di Milano. La biblioteca di Rozzano è uno degli edifici più riconoscibili della città: è ospitata dentro un’antica cascina ristrutturata negli anni Novanta, ha diversi spazi per studiare o per ospitare eventi e un ricco catalogo di libri.

(credits: Le stagioni culturali)

Alla domanda se l’esempio di Rozzano — o di Chiesa Rossa, ospitata in un edificio simile — possa essere replicato altrove, Parise fa una smorfia. In Italia, mi spiega, esiste da tempo la tradizione di destinare edifici storici a sede di biblioteche. Anche questo però è un modello superato, come quello dei centri civici: non tiene conto del fatto che le moderne biblioteche pubbliche devono essere un luogo aperto alle esigenze di tutti, e non solo di chi prende i libri in prestito o di chi le frequenta per studiare.

Secondo Parise, le biblioteche pubbliche dovrebbero offrire uno spazio adeguato per attività diverse dallo studio e dalla consultazione dei libri, adattandosi alle esigenze di nuovi e diversi utenti. Del resto, è in questa direzione che si stanno muovendo le biblioteche pubbliche in tutto il mondo: già nel 2004, uno studio pubblicato sulla rispettata rivista specializzata LIBER Quarterly sosteneva che «per molto tempo, la maggior parte dei servizi offerti alle biblioteche era indirizzato a un “utente medio” che in realtà non esiste. Oggi invece sempre più biblioteche considerano gli utenti come persone con bisogni, approcci e schemi mentali molto diversi».

Per poter soddisfare queste aspettative così diverse — da quelle dell’anziano signore interessato a un corso per usare Facebook, alla compagnia amatoriale di teatro che cerca un posto dove fare le prove — secondo Parise le moderne biblioteche devono essere ospitate in spazi multi-funzionali, adattabili a seconda degli eventi che devono ospitare. Le funzioni di archivio e consultazione dei libri non devono più essere centrali, perché in molti casi sono già diventate marginali. «La moderna biblioteca pubblica deve diventare un centro di cultura, una casa per la comunità: in questo modo otterrà una nuova considerazione dal punto di vista sociale», si legge ancora su LIBER Quarterly.


Una biblioteca rionale corrisponde già a grandi linee al profilo descritto da Parise, anche se paradossalmente nei prossimi anni si trasferirà in un nuovo edificio perché troppo piccola per le esigenze del quartiere: la biblioteca di Lorenteggio. L’edificio che ospita la biblioteca è stato costruito nel 1958 su progetto di Arrigo Arrighetti, storico architetto milanese e dirigente dell’Ufficio tecnico e urbanistico del Comune fra gli anni Sessanta e Settanta. L’edificio è una specie di capanna a stanza unica, con la facciata posteriore tutta vetrata che dà su un giardino con tavolini e sedili in pietra, che nei mesi caldi è invaso dagli studenti. Sia lo stanzone sia il giardino vengono usati per le varie attività della biblioteca: quella che finora ha più successo, racconta una delle bibliotecarie, è il cinema all’aperto gratuito che viene organizzato d’estate.

Certo, prima o poi bisognerà spostare tutto: la biblioteca dovrebbe trasferirsi in un nuovo edificio costruito sullo stesso modello dell’aula polifunzionale, in un’area distante una decina di metri dove ora c’è un casotto occupato da associazioni locali. Il modello resterà però lo stesso: accoglienza, flessibilità degli spazi, una vita culturale attiva. Come in futuro dovranno essere in grado di fare tutte le biblioteche rionali.

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