Il mio viaggio (agile) con il Dottore: Capitolo 2 – «E’ più grande all’interno!» Parte I

«Ma che…?!» non mi riuscì di dire nulla di più, anche se mentre mi guardavo intorno sentivo un megafono nella testa che berciava: «E’ più grande all’interno! Non ci posso credere è più strafottutamente grande all’internoooo!».
Entrato nella cabina del telefono due per due mi ero ritrovato in un ambiente enorme, una specie di plancia alla Star Trek su più livelli con una grande balaustra che girava tutto intorno al ‘ponte’ centrale. In mezzo campeggiava il centro di comando… pulsanti, leve, schermi caleidoscopici complemento kitsch di un apparentemente semplice tubo trasparente che dal piano dei comandi saliva fino al soffitto. Allora non lo sapevo ancora ma quello era solo uno degli innumerevoli ambienti di quel incredibile ‘posto’.
Nella testa il megafono continuò ad urlare finché sentii: «Benvenuto sul Tardis. La risposta è: sì è più grande all’interno e no, non sei diventato matto. Possiamo andare oltre adesso?», tutto questo il Dottore lo disse senza mai guardarmi direttamente e armeggiando senza sosta con i comandi del ponte.
«Ma oltre dove?» dissi esasperato.
«Oltre lo spazio ed il tempo così come li conosci abitualmente, sennò che retrospettiva sarebbe?!» dicendo così si fermò non prima di aver poggiato la mano destra su di una leva come quelle che si trovano sulle barche a motore, quelle con pomello cromato, scritte varie e via discorrendo.
Mi guardò con calma e disse: «Il viaggio che ti aspetta puoi farlo solo tu Rafael, gli altri si sono avviati ognuno per proprio conto e vi rincontrerete più tardi a bordo. Sei pronto?».
Feci di sì con la testa, come quando mi ritrovai in profumeria a scegliere un regalo per una mia ex e dopo aver annusato il decimo cartoncino imbevuto di profumo, con i centri olfattivi completamente andati, la commessa mi propose di comprare gli ultimi due (i più costosi!).
A quel punto la mano del Dottore si mosse, con un profondo mugolio qualcosa nella colonna trasparente cominciò a spostarsi su e giù e il Tardis iniziò a ondulare e sussultare sempre più violentemente. Durò pochi secondi e dopo un altro mugolio tutto fu di nuovo quieto.
Il Dottore mi accompagnò alla porta «Vai, fatti un giro e poi torna, ci siamo ‘mossi’ solo di un giorno. Oggi tu sei a casa quindi non corri il pericolo di incontrarti».
«Ma sei un dottore in cosa precisamente?», chiesi. Lui sorrise e disse: «Non sono ‘un dottore’, sono ‘il Dottore’, diciamo che sono l’originale», al che aprì la porta e mi spinse fuori.
Sembrava non ci fossimo mossi di un millimetro ma mi avviai per vedere che succedeva li intorno.
Narni era seduta accanto a Giggio e avevano entrambi l’aria rassegnata e stanca mentre fissavano il monitor. «Ciao Raf, ma non avevi detto che saresti rimasto a casa?» fece Narni appena mi vide.
«Ci ho ripensato. Come vanno le cose?»
Giggio mi guardò infastidito: «La Scamorza è giù e non ne vuole sapere di risalire”. La Scamorza era il server di integration che funzionava poco e male. “Poi ci sono dei test che falliscono e Narni non ci fa andare avanti finché non passano tutti.»
«Niente sconti Giggio, la qualità innanzitutto, giusto Raf?» fece lei aspettandosi un incoraggiamento. «Già», feci io un po’ a disagio, «e gli altri?» aggiunsi in fretta. «Sistemi giù e altra review sconfortante alle porte, dove vuoi che siano, in sala break, e mi sa che gli farò compagnia presto.»
Il tono di Giggio era sconfortato. Io e lui lavoravamo insieme da anni e ne avevamo passate tante insieme ma a differenza mia lui continuava a tenere duro e a stare sul pezzo col team.
“I test falliscono perché come al solito Blatta ne avrà combinata qualcuna delle sue.” Blatta era il soprannome che Giggio aveva affibbiato a Marco, l’ultimo arrivato fresco fresco di laurea, che era tanto entusiasta nello scrivere codice quanto nel buttarci dentro ogni genere di bug.
Li lasciai lì ad armeggiare per sistemare le cose e me ne tornai sul Tardis. Una volta a bordo il Dottore mi portò ancora indietro e poi ancora, andando a ritroso durante le due settimane di lavoro del team.
Nei miei giri ebbi modo di vedere tutti i membri del team tranne me stesso e questo perché oramai trovavo ogni scusa per non andare in ufficio e quando ci andavo passavo le giornate lontano dal team in riunioni interminabili e inconcludenti.
I ragazzi erano tutti tipi che si davano da fare parecchio ma notai che non collaboravano molto e perlopiù se ne stavano davanti al monitor con le cuffiette ad ascoltare musica, scrivere codice e chattare con chissà chi.
Narni cercava di compensare la mia assenza come Scrum Master ma per lei era evidentemente faticoso anche se alla fine sapeva come spuntarla con i ragazzi. Non era da sottovalutare la piccola tester e il team sembrava aver ormai imparato che dietro quella sua vocina fievole e gentile c’era un carattere forte e determinato.
Infine arrivammo al giorno 1, durante il planning, e lì dovetti stare attento a non incontrarmi ma durò poco, infatti mi vidi sgattaiolare via non appena il team ebbe chiuso l’incontro. Avvicinandomi fui intercettato da Narni che si stava affrettando lungo il corridoio. “Raf, sei qui. Credevo te ne fossi andato. Ma scusa non avevi una camicia bianca?”
“Mi volevi dire qualcosa?”, le dissi glissando sulla sua domanda. “Sì scusa Raf ma ti volevo chiedere se in questo Sprint potevi cercare di essere vicino al team. Ne abbiamo bisogno, credo che i ragazzi vadano seguiti e incoraggiati quanto più possibile, soprattutto Giggio che si sta estraniando sempre più e non fa che lamentarsi.”
Le sorrisi e la tranquillizzai facendomi vedere calmo ma in realtà avevo la testa in subbuglio e la scritta sul solito tabellone luminoso recitava “Idiota!” a caratteri cubitali ovviamente fucsia ma stavolta intermittenti.
Ero un idiota e questa consapevolezza mi accompagnò fino al Tardis.
“Beh Dottore il viaggio è finito.” dissi appena arrivato. Lui mi guardò con aria ilare: “Finito?! Ma se hai appena cominciato. Ora viene il bello… il team ti sta aspettando, manchi solo tu”.
“Dove sono?” domandai.
“Vai giù per le scale che trovi a destra dopo quella porta, poi sempre dritto fino alla fine del corridoio, ti ci vorrà un po’, e poi… beh poi chiedi”.
Se la rideva ed ero convinto mi stesse prendendo in giro. Invece c’era la scala, c’era il corridoio che andava avanti come un serpente per almeno 300 metri e infine trovai Narni che credo mi stesse aspettando da un po’.
Appena le arrivai davanti mi prese per mano: “Vieni e preparati ad uno shock!” mi disse eccitata.
