Il mio viaggio (agile) con il Dottore: Capitolo 3 — «E’ più grande all’interno!» Part II

Passati sotto un arco a volta alto almeno 6 metri ci ritrovammo su di una spiaggia!
Sì sì, una spiaggia con sabbia, mare, sole che tramonta e tutto il resto.
«Ecco fatto, ti pareva che non c’era il ponte ologrammi» dissi. «Veramente il Dottore ci ha detto che non sono ologrammi», la voce veniva da sinistra poco lontano, era Giggio che mi veniva incontro con i piedi che affondavano nella sabbia bianca. «Ok non sono ologrammi ma allora quello cos’è?» feci io indicando il disco rosso all’orizzonte.
La voce del Dottore riecheggiò da sotto l’arco mentre si affrettava verso di noi. «E’ una stella super massiva bloccata durante il collasso in un buco nero. Ingegneria dei Signori del Tempo. Sai, ci vuole parecchia energia per viaggiare nel Vortice del Tempo». L’ultima parte me la sussurrò all’orecchio mentre mi passava accanto.
«Non potete stare qui per molto ma prendetevi il tempo che vi serve per parlarvi. Gli altri sono dietro a quella roccia che vi aspettano.»
I restanti membri del team erano tutti seduti intorno ad un falò: Marco, Tommy, Vince, Ronda e Alice.
Il Dottore arrivò a pochi passi dal fuoco e lo ravvivò. Visto che non poteva fare le cose come tutti, aveva tirato fuori un’aggeggio argentato che teneva nella tasca interna della giacca, sembrava una grossa penna, e quando lo ebbe puntato verso il centro della fiamma, quella per tutta risposta divampò.
«Dottore, è un telecomando?» fece Alice che non riusciva mai a tenersi una domanda per sé e, ora che ci penso, per una come lei fare delle domande al Dottore doveva essere irresistibile come per Winnie Pooh avere a portata di mano una cisterna di miele.
«Cacciavite sonico!» disse facendolo roteare in aria e rimettendoselo in tasca. Poi si allontanò in silenzio proseguendo sulla spiaggia.
Ora eravamo solo noi, silenti e in ascolto dello scoppiettio del fuoco, delle onde del mare e di una bassa vibrazione proveniente dalla stella rossa in collasso permanente.
Ero l’unico rimasto in piedi, questo perché sapevo che non avrei più trovato il coraggio di parlare se non lo avessi fatto subito. «Devo chiedere scusa a tutti.» Mi uscì così, di getto, come l’unica cosa che fosse possibile dire. «Durante il viaggio nel tempo ho visto chiaramente quanto tutti voi vi date da fare ogni giorno per portare avanti le cose e di come io invece me ne sia lavato le mani… Se mi volete ancora nel team, d’ora in poi ci sarò.» Giggio mi fissò pensieroso per qualche secondo poi sorrise e alzò il pollice con convinzione seguito dagli altri. Narni si alzò e mi venne ad abbracciare: «Bentornato Raf», mi disse con entusiasmo.
Mi sedetti sollevato e tutti iniziarono a turno a raccontare quello che avevano visto durante il viaggio a ritroso, tutti per lo più avevano visitato il passato come fantasmi, grazie ad una sorta di invisibilità fornitagli dal Tardis.
Parlammo di quanto successo ed era come mettere insieme i pezzi di un puzzle, ogni voce un punto di vista, ogni racconto un pezzo da mettere al suo posto e alla fine ognuno disse la propria e uno per volta si misero allo scoperto: errori, paure, richieste di aiuto.
Mi rimasero impressi in particolare Marco e Giggio. Quest’ultimo, vedendo che l’altro restava sulle sue, di punto in bianco gli disse: «Forza Blatta, è il tuo turno». Lui cambiò improvvisamente espressione, divenne serio e rivolto a Giggio disse lentamente, quasi con un sussurro: «Quando mi chiami Blatta…» fece una pausa, poi riprese: «I primi giorni non ci ho dormito e ammetto che un paio di volte ho pensato di farmi spostare in un altro team… non la sopporto sta cosa che mi chiami Blatta!» Giggio era rimasto di sasso, veramente non se lo sarebbe mai aspettato. A quel punto Marco sorrise tranquillo come se si fosse liberato di un peso e iniziò a raccontare cosa gli era successo.
Alla fine avemmo tutto il nostro racconto di team davanti, vivido come quel paesaggio di mare che il Dottore ci aveva messo a disposizione e insieme sembrò facile decidere cosa avremmo fatto: io sarei stato più presente e anzi mi sarei rimesso a sviluppare in coppia con ciascuno di loro e lo stesso avrebbe fatto il vecchio Giggio; Blatta sarebbe tornato Marco; tutti avremmo collaborato di più; Vince e Alice avevano anche avuto una strepitosa idea per bypassare il problema della Scamorza, quindi avevamo un bel esperimento da provare; infine avevamo deciso un’altra cosetta che non vedevamo l’ora di raccontare al Dottore.
Tornammo alla sala comandi e lì c’era lui ad aspettarci. Ci guardò in silenzio, con le braccia conserte e un’espressione enigmatica.
«Scoperto qualcosa di interessante?» ci chiese.
Ci guardammo, poi io dissi: «Abbiamo scoperto che il cuore del nostro team è come il Tardis. E’ più grande all’interno e può accogliere i bisogni di tutti. Abbiamo deciso che da oggi ci chiameremo ‘Bigger in the inside’».
«Direi che siete pronti per il prossimo Sprint.» Così dicendo il Dottore sorrise e schioccò le dita, al che la porta del Tardis si aprì. Uscimmo tutti fuori e guardando l’orologio vidi che non era passata che un’ora dalla mia partenza.
Improvvisamente fui preso dal dubbio di aver intravisto una specie di ombra dietro il Dottore mentre uscivo e mi prese una gran voglia di tornare dentro. Mi girai, riaprii la porta e una volta entrato lo vidi alla console di comando in compagnia di una donna cui stava spiegando a cosa servivano alcuni bottoni. La donna alzò lo sguardo verso di me e allora la riconobbi, era Jenny, la nostra Product Owner. «Dottore?» dissi. «Vai Raf, non preoccuparti, do qualche lezione a Jenny su come si guida.» Uscii.
Jenny aveva lo sguardo emozionato e felice quando si era voltata a guardarmi. La chiamavamo la PO che non c’è. Beh, qualcosa mi diceva che ora anche per lei le cose non sarebbero state più le stesse ed i ‘Bigger in the inside’ avevano posto in abbondanza.
Continua…
