CINEMATICA-MENTE

Questa cosa del cinema mi sta lentamente sfuggendo di mano e in effetti mi sono reso conto di aver visto più o meno tutti i film meritevoli usciti negli ultimi due mesi. E quando dico “meritevoli” intendo “meritevoli per me”, e quindi anche per voi, capre. No dai, vi dico due parole su una pellicola che dovete ASSOLUTAMENTE vedere, non mi interessa dei vostri gusti (ok, l’ho fatto di nuovo, scusate).


RACE — IL COLORE DELLA VITTORIA

Intendiamoci, la figura di Jesse Owens è una delle mie preferite in assoluto, e che la sua storia fosse ancora sprovvista di un film fa decisamente notizia. Eccoci dunque, Race — Il colore della vittoria è in definitiva l’ennesima celebrazione dell’eroe americano, solo che stavolta è nero, non usa un fucile, non salva vite e non vince la guerra. Fa molto di più.

Per chi non lo sapesse (Dio perdonali), James Cleveland Owens è stato un atleta statunitense di colore che alle olimpiadi del 1936 a Berlino portò a casa 4 medaglie d’oro davanti ad Adolf Hitler e ai suoi amici ariani. Potrei chiuderla qui e varrebbe già la pena vedere il film, ma vi darò qualche altro motivo. La storia vuole che un giovane di colore nato in Alabama nel 1913 riuscì ad iscriversi all’università e a sistemare la sua famiglia grazie ad una spiccata abilità atletica che lo portò a infrangere 6 record del mondo a 22 anni. Tutto questo in un’America ancora ben lontana dal riconoscimento dei diritti dei neri (siamo nel 1935, trent’anni prima degli scontri di Selma, e vedete di googlare in fretta cosa è successo a Selma che mi sto già incazzando). Bene, ciao. Ah no. La storia in realtà inizia proprio qui, nel 1935, a un anno dalle Olimpiadi più discusse della storia, quelle di Berlino e del Terzo Reich, quelle delle leggi razziali e della glorificazione del Cancelliere Hitler. La partecipazione degli Stati Uniti a quelle Olimpiadi fu in dubbio per un lungo periodo, la Germania vietò ai propri atleti ebrei o rom di prendere parte ai giochi, in linea con le direttive naziste, e oltreoceano si discusse per molto tempo sulla validità sportiva e morale della competizione.

Una scena del film con Adolf Hitler di fianco a Joseph Goebbels, suo ministro della Propaganda nazista

Seppur per pochi voti, il Comitato Olimpico degli Stati Uniti decise di far partite i proprio atleti alla volta di Berlino. Jesse Owens era tra quegli atleti. Davanti a 100.000 tedeschi e al Cancelliere Adolf Hitler, James vinse quattro medaglie d’oro (100m, 200m, salto in lungo e staffetta 4x100m) battendo il glorificato, nonchè suo amico, Luz Long, atleta di punta del Terzo Reich. Secondo la leggenda, Hitler si rifiutò di stringere la mano al pluricampione olimpico, a proposito di ciò Owens, nella sua biografia, scrisse « Dopo essere sceso dal podio del vincitore, passai davanti alla tribuna d’onore per rientrare negli spogliatoi. Il Cancelliere tedesco mi fissò, si alzò e mi salutò agitando la mano. Io feci altrettanto, rispondendo al saluto. Penso che giornalisti e scrittori mostrarono cattivo gusto inventando poi un’ostilità che non ci fu affatto. »

A onor di cronaca, e a mio parere unica mancanza del film, va ricordato di come le imprese di Jesse Owens furono censurate dagli Stati Uniti del Sud e di quando l’allora presidente Roosevelt cancellò l’incontro con il campione per paura di ripercussioni sulle imminenti elezioni politiche.

Nel film il “politically correct” si fa sentire in maniera decisa, ma andando al di là dell’enorme impianto narrativo che una vicenda del genere porta necessariamente con se si scoprono paure e timori di una razza (quella dei neri) e di un mondo intero, che di li a poco avrebbe assistito al periodo più buio della storia dell’uomo. Attraverso gli occhi di un ragazzo poco più che ventenne la competizione sportiva assume caratteri umanitari, le insicurezze di Jesse davanti alla decisione di boicottare o meno i giochi di Berlino in nome dei diritti diventano le insicurezze dell’umanità davanti a un sistema destinato a distruggere e a distruggersi. Race — Il colore della vittoria, questo lo urla forte e chiaro.

Non aveva nulla da perdere quindi vinse tutto

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