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(tratto dall’ antologia “Milano 2020: 12 racconti” Letteratura rinnovabile/Marcos y Marcos/Comune di Milano isbn 978 88 7168 705 6)

Una sera di autunno senza pensieri e con giacche pesanti lasciate aperte a quel vento di stagione, freddo fuori e caldo dentro, lui pensò che avrebbe trovato un posto accogliente dove stare senza domandarsi nulla, senza pensare al tragitto per arrivarci, senza pensare a tutte quelle aspettative che le persone hanno su di te, e che tu hai infondo su di loro.

Pensò a quando le cose, i fatti della vita, partono piano, crescono, come dovrebbe essere; per poi subire accelerazioni improvvise che fanno perdere l’orientamento.

Gli occhi color mandorla di lei erano fermi e pieni di vita, dentro c’era il peso di cose che fanno soffrire e di cose veloci, c’era il sapore buono di una persona che sa di buono e da proteggere.

Proteggere da tragitti già decisi, da inviti a uscire per serate dove solo alla fine arriva la gloria, nei ricordi del giorno dopo, e dunque senza gloria.
Da proteggere dalle insegne spente di un ristorante etiope che cambia gestione, dalle pareti rotte di un quartiere che sta cambiando, dalle sperimentazioni sulla pelle e dalla cacofonia. Fuori dalla bolla che ciascuno costruisce per se e fuori dalle convinzioni che ciascuno afferra senza più lasciarle andare, si incamminarono insieme, cercando un posto dove stare.

Le decisioni da prendere, le cose da fare con cui ti scontri e quelle che ti vengono addosso, gli appuntamenti con ciò che può avvenirci dentro: erano buone pratiche, e le buone pratiche richiedono tempo e il tempo è una buona pratica.

Una sera sul calare del tramonto, il sūq sembrava deserto, men- tre dentro la città vecchia, la terracotta scottava pronta in ogni casa per la cena, guardarono il porto antico dall’alto, poco sopra la collina che domina la città.

Guardarono le porte pesanti che chiudono cortili interni, le piante che germogliano tra i mattoni e sui balconi, quasi avessero una disciplina e una riverenza.
Guardarono i grandi viali dove ai lati la terra e la polvere si alzano per ogni motorino rattoppato, per ogni camion con una storia dentro, ogni macchina moderna senza niente dentro. Sembrava di essere arrivati di fronte a un separé: fuori un posto che conosciamo, dietro, un orizzonte senza inizio e senza fine. Tornarono verso un quartiere periferico, rannicchiato poco di- stante dalla medina, di fronte a quel thè nell’eco del palazzo in cui trovarono una stanza di poche cose, oltre che di un letto in legno e un pavimento in cotto di chi ha come unica preoccupazione la sabbia e l’oceano, decisero che sarebbero stati bene laggiù.

Prendendo il tram che si aggrappa su rotaie strette a bordo case verso la collina, decisero di muoversi verso il parco, per restarci, da lì osservare le piante che crescono in quella città e quelle che negli anni ci hanno portato da posti lontani, forse per vedere l’effetto che fa sparigliare le carte sul tavolo del mondo. Fecero un ampio giro camminando, aspettando di respirare diverse temperature dell’aria da alture distanti tra loro, da mi- radouros appoggiati come uccelli ai lati di quella vecchia città piena di luce, adagiata in fondo a una valle, fatta apposta per essere osservata; come una mamma osserva il suo pargolo in culla.

Circondati da arbusti tropicali, piante ad alto fusto e invenzioni più basse e sorprendenti della natura di chissà dove, il parco sembrava pensato per restare sempre com’era, e da sempre nella quiete per dare quiete.
Cosi come il giardino botanico tropicale poco distante , scivolava scuro, verso i piedi di una collina, e il tramonto là dentro sembrava non finire mai, il tramonto che osservavano in quella città era un lunghissimo gioco di specchi dove ogni meccanismo che controlla il tempo sembrava tornare al punto di par- tenza del tramonto, per mostrarlo una volta ancora.

Si fermarono a poco sopra un bairro molto in alto, per osservare la città dall’alto. Come quando, come sempre, l’hai stropicciata, annusata, assaggiata abbastanza dentro, e la vuoi respirare un po’ da fuori.E in quel tramonto senza fine, decisero che sarebbero stati bene laggiù.

Di notte il treno sparì nel sonno, e tutti quelli che cucinavano, e tutti quelli che giocavano a carte, che scrivevano lettere con dei disegni dentro, che aggiustavano pacchi e chiudevano conversazioni, che leggevano le upanişad, sparirono nella stanchezza.Arrivarono la mattina presto, poco dopo l’alba, e la giornata fu lunga e piena di slalom, quelli che fai con te stesso prima di capire che dopo essere entrato a casa d’altri, prima o poi ti devi accomodare.

Il viaggio dal tempio, l’enorme mondir circondato di cuori e di piedi scalzi, fu lungo e senza nessuna sosta in mezzo, o comunque nessuna abbastanza rilevante da fermare il chiacchiericcio di quel treno così lungo e così pieno di persone.

L’assalto degli odori, di quel fluido colloso che entra nei vestiti e nella testa, che sa di muffa e di cose vecchie, di cose fatte in qualche modo, di legno, di cose aggiustate e di cibo, di cibo che ha sempre un odore.
Un sospiro leggero di odori che entra nelle tasche e che viene dalla terra, dalle mani, e che rilascia un liquido, e sembra dirti che è nostalgia dov’è più arido, ed è santo sempre.

L’assalto del colore che si muove come un serpente o come un vecchio che balla, senza timori tra la gente, tra le case, e ciascun colore ha un suo colore dentro in ogni posto, e ogni posto sembra un’ invenzione.

In ogni posto non c’è pietà e non c’è stupore, c’è miseria ma senza orrore, e dunque la miseria è una condizione non una caduta.
Non c’è disciplina, perché tutto è già disciplina.Non ci sono code, perché nella moltitudine, ogni movimento è coda.
Ci siamo noi tutti e c’erano loro due, e in quella moltitudine osservavano dall’alto ciò che è in realtà un giorno
.

Al tramonto si fermarono e guardando l’enorme “ l’ingranaggio” di quella città dal tetto di un edificio schiacciato dentro l’intestino piatto della città, osservarono i commensali seduti a quella cena. Pensarono a ciò che avevano negli occhi clienti come quelli, che vedono solo rovine di ciò che è stato. Loro piuttosto vedevano quei posti in costruzione, posti che sem- plicemente hanno richiesto un tempo immenso per diventare qualcosa.

Pensarono che forse un giorno, sarebbero stati bene laggiù.Quando arrivarono per la prima volta il paseo nella sua pelle lu- cida e ruvida era pieno di vita, la gente sembrava abitare in un borgo antico, si incontrava per vie traverse sapendo che avreb- be incontrato qualcuno in qualche modo. Ogni posto era arredato dalle persone prima che da altro, ogni fermata di quella metropolitana veloce e calda portava in superficie dando l’idea di una risalita sorprendente, generando l’attesa di una sorpresa che ogni volta c’era.

C’erano diverse cose nuove che entravano dentro cose vecchie, la leggera brezza del mare al mattino che spazzava le vie della città quasi a spingerti tra i suoi vicoli o a costringerti a rassettarti senza fretta su una panchina lungo un viale alberato e pieno di luce.

La mattina quel soffio leggero li portava per mercati rionali e per posti di libri e di cose un po’ usate e forse solo non più nuove, li portava per vecchi bar dove si scende per entrare subito in una coda di avventori abituali, a bere qualcosa senza saperne il nome, e a mangiare, ma solo per capire meglio le cose di quella città.Una sera verso il tramonto, ma pochi passi prima che inizi, camminarono fino a finire le strade e scivolarono lentamen- te su una delle eleganti ramblas che dalle arterie autostradali esterne della città arrivano nella sua pancia, pensando a ciò che erano e a ciò che sarebbero stati. Pensando a come progettare la fuga perfetta o la reclusione più morbida, senza giudizio, soli di fronte a se stessi.Fecero sosta diverse volte e ogni volta spinti verso altrove, ogni pausa era senza tempo e senza appuntamenti.
Il lungo e ampio viale alberato, non senza traffico, non senza biciclette e negozi e cose da fare, era nel suo centro esatto diventato una pista senza più nulla intorno e con solo loro dentro.

Prendendo la U-bahn una sera tarda d’estate si spostarono da dove la città sembrava arrivata alla fine di una mondo, e dove ne cominciava un altro.
Dove ciò che era stato, ora esploso in mille schegge ha liberato la vegetazione , rendendola selvaggia mentre si aggrappa con eleganza su ogni palazzo, e su chiunque lo abbia costruito e abitato.
Assaggiarono i tram, le salite e le discese morbide, i vagoni del- la metropolitana che attraversava i palazzi sfiorando i secondi o terzi piani di edifici senza tende. Assaggiarono le lunghe allée e i valichi che ricordavano un peso da sopportare ma senza più la voglia di sopportarlo, e la città sembrava un vecchio veliero con il suo equipaggio che ha salpato da molti porti oscuri e ora sembrava galleggiare in una luce chiara verso una sensazione che a loro piaceva.
Stringendosi la mano nell‘odore salmastro ma senza mare di quel posto, si fermarono ovunque e quella sera quel viale sembrava una scia leggera che sembrava portarli sempre più avanti come quei tappeti mobili automatici che trovi negli aeroporti. Le loro parole non finivano mai, e l‘abbraccio ai luoghi era quell‘indisciplinato tragitto dentro la nave.
Guardarono la gente seduta sopra un ponte, che osservava il tramonto, senza volerci vedere un significato e senza rovinare l‘immagine, la gente che semplicemente si fermava e andava in un posto, da cui poterla vedere la giornata che finiva. Osservarono la città nella sorpresa di aver perso il tramonto osservando altri che respiravano il tramonto, si guardarono pe- sando che sarebbero stati bene laggiù.

In molti posti trovarono una casa in cui restare, luoghi che non puoi pensare finché non ci sei dentro, e che anche quando ci sei entrato non ti sembra vero di esserci stato.
Forse perché non c‘è nulla di immaginato, è tutto reale; e perché l‘immaginato è molto più debole di come stanno le cose in realtà, e la realtà a volte è davvero sorprendente, come in certi sogni.
Nelle albe stanche e nel viaggio senz‘ansia, nella destinazione, nelle pause di motel senza insegne, aspettando su mezzanini di stazioni, in posti di passaggio, dove non c‘è che luce, dove la notte mangia il mondo e te lo restituisce in quell‘ attimo in cui sei lì ad osservarlo, si fermarono per quell‘ attimo in cui restare. E la casa era cucita apposta per quel momento, quando si os- servavano o si scoprivano a pensare, che ovunque fosse, sem- bravano poter trovare una casa fino alla fine del mondo.

Note sūq, s. m. [dall’arabo] — Adattamento grafico del termine arabo sūq (v.),mercato, luogo di mercato, bazar

medina, s. f. [dall’arabo madīna “città”]. — La parte vecchia di una città islamica.

miradouro, s. m. [dal portoghese “belvedere”].

bairro, s. m. [dal portoghese “quartiere”].

upanişad ‹upànišad› s. f., sanscr. [propr. «seduta riservata», «dottrina arca- na, segreta»]. — Serie di testi filosofico-religiosi, in prosa e in forma metrica, dell’India antica, che rappresentano un’ampia speculazione sulle dottrine del brahmanesimo vedico e dell’induismo, e soprattutto sul problema della salvazione dal ciclo delle successive esistenze: i testi pervenuti sono più di 100, tra cui il gruppo più autorevole e antico di 14 risale all’8°-7° sec. a. C. mandir è, nell’induismo il tempio, o un luogo d’incontro tra il fedele e il Dio cui esso è dedicato

paséo, s. m. [dallo spagnolo 1.corso, viale 2.passeggiata]

rambla s. f. [dallo spagnolo — propr. «letto naturale delle acque pluviali», dall’araboramba «terreno sabbioso»] (pl. ramblas). — In alcune città della Spagna, corso, passeggiata, strada principale

U-Bahn [dal tedesco “Untergrundbahn”, “ferrovia sotterranea”] è una sta- zione di transito rapido.

allée, s.m.[dal tedesco “viale”].