Sopravvissuti – Un’introduzione a «Premere finché non torna la quiete»

(Inedito, marzo 2017)

Sta evaporando il mondo in un certo senso, terreno di caccia di una comunità paranoica terrorizzata dal futuro, dall’immigrazione, da un ulteriore peggioramento della situazione economica, è un posto che provvisoriamente collassa.

Paralizzati tendiamo a creare mostri per dar corpo alle nostre mille fobie, proiettiamo paure individuali e collettive, ossessioni che spesso hanno a che fare con le persone, in teoria sarebbe facile venirne a capo, ma non è così.

Dominati dall’ansia ci sarà una qualche altra grossa crisi e noi rinchiusi nei nostri paesi misogini, brutali, con la disoccupazione che aumenta e lo stesso paesaggio tutti i santi giorni, vedremo le nostre certezze perdere pezzi.

Un contesto che favorisce attacchi terroristici, che lascia arrugginire il suo tessuto industriale, che diventa a tratti psichedelico quando le persone cominciano a sperare di salvarsi perdendosi in letture mistiche, nei santi, nel folklore infiltrato di religione esoterica, le sedute di divinazione davanti ad un bicchiere d’acqua e ad una candela accesa come fosse un ponte sospeso sopra un fiume e la percezione di cadere da un momento all’altro, le colline dedicate al Cristo Redentore.

Potrebbe essere che le cose andranno cosi’, mostrando le conseguenze di una società afflitta da disastri e violenza, i volti di informatori di una qualche agenzia governativa, illuminati dallo schermo del pc e seminascosti in qualche anonimo café intenti a cercare di prevedere il futuro. Le macerie del nostro passato che saranno sempre li’, nonostante i centri commerciali e le strade più pulite. Le grandi storie di una volta, le mani potenti degli Dei e i racconti mitologici che confondevano il caso con il destino, i viaggi verso l’illuminazione, le lunghe marce del socialismo sono grandi stralci del novecento archiviati in uno stato senile, finalmente non rimaniamo che noi, ridotti all’osso, noi con le nostre storie.

I vecchi non sono riusciti a vedere il lancio stellare della carriera di un figlio, il consumismo ha stabilito tutto, addirittura il sesso, comprare e scopare, rinunciare alla politica, vivere nell’ambiguità, uno dei tratti spontanei di questa stagione, vale tutto finché non torna di moda l’esatto contrario e cosi’ via. Riusciamo ormai a riflettere seriamente su alcune questioni della vita solo negli hotel in vacanza, sdraiati o in terrazza al mare, osservando camerieri impomatati male che servono drink su vassoi di alpacca che sembra argento ma è zinco grigio.

Sta finendo un’epoca, come quando si sgretolò l’Impero Romano, tutti in preda a una strana schizofrenia collettiva. Siamo passati dal raccontarci storie per sopravvivere, all’essere noi le storie e a cercare di sopravvivere a noi stessi.

Gli unici posti esenti alla sclerotizzazione a volte sembrano essere solo il cielo e il mare. Il mondo osservato dall’alto o dal mare sembra diventare cosi’ evidente e palese, sembra tutto più chiaro, sembra ancora più ovvio che la natura vincerà sempre, si riapproprierà dei luoghi e perfino delle persone.

La vita di Caboto per esempio, esistono diverse ipotesi circa la sua scomparsa, probabilmente la sua flotta era naufragata nell’Atlantico, il che spiegherebbe come mai si salvò una sola nave e pochi superstiti. Dicono che in prossimità delle coste del Labrador i ghiacci galleggianti costrinsero le navi a piegare verso sud. Avrebbero fatto ritorno in Inghilterra nell’autunno dello stesso anno e Giovanni Caboto sarebbe morto durante il viaggio o forse poco dopo il ritorno. Oppure si dice che seguendo un varco a Nord verso il Giappone avrebbe raggiunto la Groenlandia, dove l’equipaggio si sarebbe ammutinato per il freddo insopportabile, costring a cambiare rotta muovendosi verso sud. O ancora dicono che Caboto avrebbe raggiunto le coste del Nord America cominciando a procedere in direzione sud-ovest come previsto ma con esiti piuttosto incerti. Il misterioso epilogo della spedizione del 1498, sei navi e almeno duecento uomini di equipaggio, allo scopo di colonizzare le terre scoperte e proseguire la ricerca di altre terre, nella speranza di poter raggiungere lo stupefacente Cipangu, l’odierno Giappone. Le navi salparono in estate passando per il Labrador e costeggiando la Groenlandia meridionale, ed è a questo punto che si perdono le tracce della spedizione inglese. Caboto passando per le Grand Banks, i Grandi Banchi di Terranova, un gruppo di bassi fondali a sud-est dell’isola canadese di Terranova, che coprono una superficie di 282.500 km² e si estendono fino a circa 480 km dalla costa, non avrebbe mai immaginato la visione di quel posto dall’alto, nebbioso e invincibile, si dev’essere perso senza ritrovare la strada. La scarsa profondità, variabile tra 25 e 100 metri, l’incrocio tra la calda corrente del Golfo e la fredda corrente del Labrador ne fanno una delle zone più pescose al mondo, il mescolarsi di acque calde e fredde è causa però anche di nebbia che rende la zona molto insidiosa. Molti naufragi sono accaduti sottovalutando queste nebbie senza tempo e nella parte nord , quando inizia la steppa desertica c’è la Skeleton Coast , la «costa degli scheletri» infestata di relitti di navi insabbiatesi qui. Alcuni si trovano oggi praticamente a ridosso del bagnasciuga, a testimonianza del fatto che il deserto e quindi la costa sta lentamente espandendosi avanzando in mare. Procedendo da sud verso nord la sabbia cede il posto ai sassi e alle rocce che caratterizzano tutta l’area lungo il Tropico del Capricorno. Un terreno intagliato da canyon, la Moon Valley dove l’interazione fra gli umidi e freddi venti oceanici e l’aria più calda e secca proveniente dal deserto provoca nebbie intense. E’ in questo scenario che la natura si e’ ripresa Caboto.

Attraverso i finestrini dell’aereo intercontinentale riesco quasi a vedere alcune persone piccolissime trascinarsi cercando di non rimanere infangati nella sabbia di una spiaggia inzuppata di mare. Sembra di vederli alimentare un falò compatto circondato dal suo recinto di sassi, il cui fuoco lotta contro un leggero vento di terra che seppur non sembra esserci, diventa evidente osservando il modo in cui si muovono le fiamme. O forse sono solo alcuni bufali scuri che tornano verso il loro branco enorme, e quel falò un arbusto che sembra fatto d’ossa mentre cerca di allungarsi spoglio verso il cielo. I cavi sottomarini transatlantici posati attraverso l’oceano e collegano tutti i continenti fatta eccezione per l’Antartide, chissà quanti giorni di solitudine per gli uomini che li hanno fissati infondo al mare, chissà come sono sopravvissuti dopo essersi resi conto della forza del mare. Il mare che prende il colore della notte, una nave in lontananza ulula enorme proseguendo la sua rotta misteriosa nel moderno mondo degli affari che attraversano la natura ancestrale di sempre. La baia, un piccolo golfo lungo una costa come molte, lunghissima attraversa un continente intero con le sue notti buie e le giornate grigie avvolte in un aerosol salato generato da quel mare striato di verde e marrone. Come l’inizio di una gelida malattia che offusca la realtà, la nave da carico follemente enorme di quelle con un ponte lunghissimo, sembra una strada in mezzo all’acqua, con i suoi container e le sue tonnellate incalcolabili, sembra indifesa di fronte alla vastità dell’oceano nonostante le sue dimensioni incredibili. Sulla nave il panorama visibile era limitato alle onde e alla prua enorme che spezzava il loro flusso casuale in decine di altre onde minori e sciabolate d’acqua, l’insistenza di quella nebbia perenne sembrava aver acceso per paradosso un flash su qualsiasi cosa la interrompesse individuando la nave, sembrava il set di un film, il suo equipaggio e l’acqua che schizzando tagliava quel fenomeno meteorologico biancastro, una nube costituita da gocce d’acqua e cristalli di ghiaccio sospesi in aria. C’è il mondo virtuale, il mondo relazionale, e poi c’è il mondo.

Sembra di volare in mezzo a quella nebbia finta e fresca che soffiano dentro i parchi giochi quando con un trenino su rotaia attraversi case infestate o ricostruzioni tremende di foreste tropicali di cartone e plastica. A decine di gradi sotto zero le nuvole cercano di resistere prima che la terra finisca e inizi il cosmo, in un silenzio ineguagliabile e interrotto solo da correnti d’aria a tredicimila metri con altri duecento passeggeri il mondo che sembra così connesso è ancora abbastanza imperfetto e profondo da rimanere a tratti impenetrabile.

Dovremmo tutti noi coltivare il nostro giardino? – ma che cosa significa? Vuol dire che ci si concentra nel prendersi cura del proprio amore e voltare le spalle al mondo? Affermare che non ha a che fare con noi, pur sapendo che è una bugia bella e buona quella che ci stiamo raccontando. “Nel mondo” infatti “si vive una volta sola” sosteneva Goethe, i 12.111 versi del Faust, il lungo cammino di vendersi l’anima, la solitudine, i rituali privati, i segreti, la vergogna, le pressioni, la tenerezza, il rifiuto, la cura e la sua mancanza, il sapore di vivere l’occasione di esserci, è inevitabile averci a che fare.

Ognuno combatte una sua guerra privata di cui sappiamo poco o nulla ed è per questo che siamo false isole, che la nostra è una vita inevitabilmente sociale. E’ tutto un gigantesco attacco di panico nei confronti dello stare al mondo, sopravviviamo a noi stessi ogni giorno, alla ricerca scomposta di un qualche genere di felicita’ e ci perdiamo nella ricerca stessa.

Troviamo una pace provvisoria, come se il segreto della quiete, della pazienza resiliente, della sopravvivenza, fosse comportarsi come se pur vivendoci addosso, avessimo già mandato a fare in culo tutti.