Photo Credit: Emanuele Rosso via Compfight cc

A intermittenza

di Lucia Brandoli Bousquet / pubblicato su Abbiamo le prove

– Sto male.

– Cos’hai fatto?

– Niente.

Invece non riesco a respirare da qualche giorno. Ho male alla schiena, nella parte superiore del tronco. Tra le scapole, sotto le scapole, in mezzo alle scapole. Nello scenario più apocalittico penso siano i polmoni, ma poi penso anche che il cancro ai polmoni non fa male, inizi a sentirlo quando è già troppo tardi. Quindi, forse, ormai è troppo tardi.

Continuo così, a coltivare questo grumo d’ansia tra le clavicole, che si appoggia placido allo stomaco. L’apnea nutre lo stato d’ansia, lo stato d’ansia nutre l’apnea. Penso alla vena che non riusciva a trattenere l’ago dell’ultima flebo. Troppi fori. I chili che ho perso e che non ho più ripreso. Imparare a camminare di nuovo. Quant’è durato? Non lo so, ma ho dei ricordi chiarissimi. Il sapore dell’acqua colma di sali minerali in soluzione, bicchieri infiniti che traboccavano in bocca, si facevano vomitare. La nausea. Il colore delle pareti, quello che si vedeva fuori dalla finestra del reparto pediatria, il parcheggio dell’ospedale. Eppure non so quanto è durato. So che a un certo punto ero di nuovo a casa, in cucina, con le braccia che mi facevano male e le gambe annodate sulla sedia, sotto al tavolo, come una bambola di pezza. So che ho mangiato un sacco di miele sul pane, e che a me il miele faceva schifo. Eppure è stata la prima cosa che ho mangiato, mi sono abbuffata di una cosa che odiavo.

Ora ci sono io che mi trascino per il corridoio dell’ospedale, piano -1, interrato. Ipogeo, si dice. – Riesci ad andarci da sola? – mi ha chiesto l’infermiera poco fa, in camera, con un tono abbastanza assertivo da farmi rispondere: – Certo.

Solo che le uniche scarpe che avevo sono le chanel di vernice nera che avevo messo la sera prima. Il 31 dicembre. San Silvestro. Capodanno. Oggi è il primo gennaio. Niente baci sotto al vischio, solo un pavimento che improvvisamente decide di diventare liquido e le gambe che proprio si rifiutano di stare dritte. È finita ed è iniziata così.

Ora ci sono io che barcollo sui tacchi, lungo questo corridoio deserto illuminato dai neon. È mattina, ma potrebbe essere qualsiasi ora del giorno. Non ci sono finestre. Ci sono le macchine di radiologia e le tac. Sulle porte alla mia sinistra dei numeri e i cartelli che si raccomandano di spegnere i cellulari. Mi chiedo cosa succederebbe se li lasciassimo tutti accesi, anche sugli aerei. Il rischio e la curiosità si spostano insieme. A destra ci sono alcune sedie a gruppi di quattro, di plastica gialla, dura, sagomata, come le linee che costeggiano il corridoio, simili a quelle che dividono le strade da tutto il resto. Mi aggrappo all’asta della fisiologica che devo tenere per altri due giorni. Il fegato ha sofferto, l’ha detto l’infermiera, l’ha detto il dottore. Il vestito di paillettes mi lascia la schiena nuda, ma lo scialle avrebbe rischiato di impigliarsi nel tubicino della flebo. Cerco di non pensarci. Non ho ancora capito cos’è successo. Non ho freddo non ho freddo non ho freddo. Quando ho detto “Certo” all’infermiera non avevo considerato che dovevo portarmi dietro la flebo. Certo. Ma almeno ha un treppiede, con le ruotine, simili a quelle delle sedie da ufficio, dei pianoforti e dei carrelli del supermercato. Ogni carrello ne ha sempre e almeno una rotta o rovinata, che tende di solito a girare in una direzione precisa, che si oppone di solito a quella che hai in mente tu. Questa flebo no, questa flebo è brava. Arrivo al numero che mi è stato indicato e scivolo su una delle sedie. Un infermiere passa e mi guarda le scarpe e i piedi. Sorride, e a me viene da piangere. Non mi viene da vomitare perché ormai nel mio stomaco c’è soltanto una grande calma, un vuoto scavato da un cucchiaino. Forse ho vomitato in ambulanza? Non mi sembra. So solo che non volevano aiutarmi. I paramedici avrebbero rovinato la reputazione del locale. Non capivo? No, a me sembrava proprio che il Planet Pub non avesse niente da perdere in fatto di reputazione. L’insegna: un panino al neon circondato da un anello viola che imitava Saturno. Mi chiedo come abbia fatto a superare le regole paesaggistiche sul centro storico. Mi chiedo come abbia fatto a superare i controlli sanitari. Era pieno di algerini, tamarri e cinquantenni semialcolizzati in cerca di figa. Come c’ero finita? Riccardo faceva serata lì, gli altri non mi avevano invitata alla festa in montagna, di tornare a casa non se ne parlava.

È da ieri notte che piango. Mi sono addormentata piangendo in uno stanzone buio, insieme a un tizio nell’angolo opposto della sala che si è congestionato mentre faceva i botti dietro casa con gli amici, dopo il cenone. L’infermiera cicciona che mi ha raccolta viene a salutarci e a dire che adesso smontano il turno, che per loro questo giorno di festa è finito. Mi rimbocca la coperta e forse mi da un buffetto sulla guancia, come se non stessi singhiozzando. Ha le tette gigantesche, come non se ne vedono più. A nessuno fa piacere accudire la gente disperata, soprattutto se non si è pagati per farlo. A volte sembra che la disperazione sia contagiosa. Mi sono sempre chiesta come facciano gli infermieri ad essere così allegri. La serenità sembra un requisito specifico e necessario per essere assunti negli ospedali. Mi guardo le caviglie da cui sporgono i malleoli bianchi e squadrati. Tiro la punta e osservo il gioco dei tendini sul collo del piede. Ho dei bei piedi, dovrei mostrarli più spesso. E invece mi vergogno, mi vergogno moltissimo dei miei piedi. Aspetto che mi facciano un’eco al fegato. Più tardi verrà Riccardo, è solo questione di tempo. Dovrà dormire qualche ora, poi arriverà. Lo aspetto. Forse mi porterà dei fiori e le cose torneranno al loro posto. Riuscirà a farmi ridere e a sopportare la flebo che mi impedisce di piegare il braccio. Ci hanno messo un catetere. Per tenere la vena aperta, mi ha detto l’infermiera. Ci tengono a spiegare quello che ti fanno, a volte. Altre volte invece sembra un gran mistero. Sembra che quello che stanno cucendo, palpando, forando non sia il tuo corpo.

Mi fanno l’ecografia e torno su, pensando che gli unici che ho visto felici quanto gli infermieri – e senza nessun motivo apparente – siano gli Hare Krishna. Ballano, cantano, e sorridono, vestiti di teli sgualciti azzurri e arancioni, coi crani pelati in bella mostra. Gli Hare Krishna per le strade di Roma, in mezzo ai turisti e ai ministri, io che mi schiaccio verso il muro per fargli spazio. Gli Hare Krishna volteggiano e battono le mani a tempo. Appena torno a casa faccio una ricerca di Google. Sembrano così felici, forse dovrei diventare una di loro. Sono più noti come Società internazionale per la coscienza di Krishna. Non direi. No droghe (tè compreso), no sesso, no gioco d’azzardo. Ci ripenso. Gli Hare Krishna mi commuovono come i cani ammaestrati sotto i tendoni del circo. Non è un’offesa. I crani, ma direi gli Hare Krishna in genere, mi commuovono come i cani al circo quando fanno il trenino. Un altro 31 dicembre. Due anni dopo. Non so perché. Lacrime a non finire. Perché piango tanto? Perché non riesco a smettere? In radio una volta ho sentito che per le donne è fisiologico piangere più degli uomini. Non ho capito cosa volesse dire esattamente. Ma so che è anche colpa dell’albero di natale lilla coi disegni dei bambini del Reparto Pediatria e le letterine a Babbo Natale scritte con la grafia traballante e i pennarelli Carioca con la punta grossa che hanno la fabbrica sull’autostrada poco prima di Torino, ho scoperto. I colori più belli sempre scarichi, rimane sempre il marrone che funziona benissimo. L’albero lilla sta nell’angolo in fondo al corridoio, proprio di fianco alla mia stanza, e lampeggia. On off. Si accende e si spegne, lanciando bagliori azzurrini simili a quelli delle televisioni nei salotti bui, quando quasi tutti in casa si sono addormentati e ci si può finalmente sentire liberi.

Passano le ore e lui non scrive. Non arriva. Allora chiamo i miei. Non li spavento a pranzo, aspetto. Così almeno vincerò un pigiama e delle ciabatte. Bye bye chanel.

Quando arrivano si mettono ai piedi del letto. Mio padre tocca leggermente la sbarra di ferro e tiene le giacche in braccio anche se c’è un attaccapanni, di ferro, con le rifiniture nere, identico a quello dell’ambulatorio dove facevano le vaccinazioni in paese. Mia madre è imbronciata per non piangere. – Cos’è successo?

Glielo dico.

Dopo un po’ non sappiamo più di cosa parlare e loro ripartono, dicendo che torneranno domani, che mia madre ha parlato con la caporeparto e che tanto per stasera non mi dimetteranno. Deve finire la flebo. Seconda notte d’ospedale. Lui non è venuto, ma inizio a pensare che mi abbia fatto bene stare qui. Avevo bisogno di qualcuno che si prendesse cura di me senza riserve. Avevo bisogno di poter essere triste senza sentirmi in colpa, avevo bisogno di potermi dichiarare malata. Se solo potessi piegare il braccio sarebbe ancora meglio. Non riesco a pensare ad altro che all’incavo del mio braccio. Avrà un nome? Tipo il poplite? Mi fanno male le ossa e ho freddo. Mi muovo piano piano sotto alla coperta di lana sottile da esercito, o da campeggio. Faccio il punto della situazione. È inverno. Tiro il lenzuolo con la riga blu sbiadita verso gli estremi. Cerco di coprirmi la faccia, il mento, la fronte, le orecchie. Mia madre mi ha cambiata prima di andarsene. Mi ha portata in bagno e stando attenta al braccio mi ha infilato “il di sopra” del pigiama di flanella verde e vinaccia, quello che mi ha regalato per Natale. Sette giorni fa. Ora devo solo dormire. È l’unica cosa che mi viene richiesta. Aspettare e guarire. Rimettermi. Aspettare. Sentire il mio corpo pesante che sparisce nel materasso. Aspettare. Questo cambia tutto. Io lo aspettavo, lui non è venuto. Io l’ho aspettato. Adesso devo dormire.

One clap, two clap, three clap, forty?

By clapping more or less, you can signal to us which stories really stand out.