PERCHÉ NATURALE NON SIGNIFICA SEMPLICE

di LUCIA BRANDOLI

RINEKE DIJKSTRA / Julie, Den Haag, Netherlands, February 29, 1994 / Saskia, Harderwijk, Netherlands, March 16, 1994 / Tecla, Amsterdam, Netherlands, May 16, 1994

Leggendo l’articolo di Natasha Pearlman pubblicato il 3 agosto sul blog di D di Repubblica nella traduzione di Fabio Galimberti e intitolato “L’innaturale sofferenza di un parto naturale” sono rimasta sconcerata, probabilmente come molte altre donne, soprattutto da quanto viene riportato nell’incipit, in cui Pearlman racconta la sua esperienza di parto, ma per un motivo diverso da quello che si potrebbe pensare. Premetto che non voglio giudicare in alcun modo l’autrice in quanto donna, ma credo sia giusto esprimere la mia opinione riguardo a quanto ha deciso lei stessa di condividere pubblicamente e soprattuto sul modo in cui ha deciso di farlo, perché penso rischi di diffondere una serie di informazioni mendaci e di parte, se non proprio errate.

Inizialmente, le domande che mi sono sorte spontanee, sono riguardavano soprattutto i protocolli medici, ma proseguendo la lettura la cosa che mi ha colpita, preoccupata e infastidita di più — e che trovo profondamente scorretta e non so se sia legata a malafede, o a ignoranza — è il modo in cui viene legato il parto cosiddetto naturale ai disturbi post-traumatici che vivono purtroppo ancora moltissime donne dopo il parto (ospedaliero). Questo collegamento viene fatto sia nel titolo, che nell’occhiello (tra l’altro con una vistosa imprecisione di cui parlerò in seguito) e nella parte finale del pezzo, senza una sola argomentazione che lo giustifichi — anche solo da un punto di vista dialettico. Come giornalista mi sembrano scelte deontologicamente discutibili. Ci sono infatti cose che non tornano sia da un punto di vista medico-scientifico che argomentativo e mi preme analizzare entrambi questi aspetti.

I PRODROMI, IL RICOVERO, LA MORFINA

Partendo dal primo, mi sono subito chiesta: perché questa donna è andata in ospedale con così tanto anticipo e l’hanno ricoverata invece di farla tornare a casa anche se non avevano un letto disponibile? La risposta che mi sono data — e che proseguendo la lettura è infatti stata confermata — è: forse perché era preoccupata e ha insistito per rimanere. La seconda opzione che mi era venuta in mente invece era: forse perché in Uk i protocolli sono diversi dai nostri. In Italia, ad esempio, se hai le contrazioni ma la dilatazione non è ancora iniziata e non hai patologie particolari ti rimandano a casa, anche se ti si sono già rotte le acque e non sono tinte (cosa che in effetti — come è stato detto all’autrice — è abbastanza rara rispetto a quello che ci fanno credere i film). Per questo di solito si raccomandano di muoversi verso l’ospedale solo quando le contrazioni sono regolari e molto ravvicinate, così possono procedere col ricovero, altrimenti sono costretti a tenerti in corsia, nel caso nel frattempo arrivino donne in condizioni più urgenti. Dunque all’autrice è già andata bene che almeno l’abbiano messa in una piccola stanza senza finestre, almeno poteva stare da sola e non in mezzo al viavai. Questo per dire di quanto l’interpretazione dei fatti possa cambiare il nostro giudizio sul reale.

Tornando ai travagli molto lenti (come quello che l’autrice dichiara di aver avuto): spesso non sono travagli veri e propri ma prodromi intensi — non per questo meno sfibranti o meno dolorosi — ma comunque prodromi. Continuando la lettura del pezzo si capisce che l’esperienza vissuta dall’autrice è stata comunque molto più complessa di così, per una serie di scelte discutibili e di impasses del sistema ospedaliero. Si può parlare in casi simili di distocia, termine col quale si intende un travaglio anormale o difficoltoso a causa di diverse ragioni, legate al feto, alla madre, o a entrambi.

Anche l’eventualità di un travaglio lento, comunque, va saputa gestire senza panico, sia dalla donna che da chi le sta accanto. Un ginecologo o un’ostetrica per come la intende la nostra cultura non può fare molto, infatti. Molto più utile potrebbe essere una doula, una psicologa, una massaggiatrice, o anche solo un compagno o una persona vicina consapevole e attiva. L’autrice, in preda al panico della spontanea rottura delle membrane, ha insistito per farsi ricoverare e alcuni dei problemi a cui è andata incontro sembrano nati proprio da questa scelta, che l’ha snervata e affaticata inutilmente, dato che se le acque non sono tinte non ci sono pericoli di sorta.

Non sono un medico ma iniettare morfina durante un travaglio, poi — abbinandola per di più a un’epidurale — mi sembra una scelta quanto meno discutibile, sia per la salute della madre che per quella del bambino. Dalla Società Italiana di Anestesia Anelgesia e Rianimazione Terapia Intensiva (Siaarti) questa pratica è infatti stata criticata duramente. Stando a quanto si legge in questo articolo del Corriere. Il Remifentanil — il farmaco oppioide sintetico che può essere usato in questi casi — sembra avere scarsa efficacia analgesica e ha invece potenziali effetti secondari di depressione respiratoria della madre e del bambino. In Italia, e in molti altri Paesi, non viene neanche preso in considerazione. Gli oppioidi endovenosi possono essere usati in sala parto solo quando l’epidurale è controindicata, e quindi molto raramente. Ma anche in questo caso è stata lei ad insistere.

Seguendo la narrazione della giornalista, è evidente che ha raggiunto uno stato di forte prostrazione mentale. “Mi ero letteralmente messa in ginocchio nel corridoio implorandolo di aiutarmi”, scrive a un certo punto. C’è un forte senso di fragilità e disperazione in una frase del genere, molto lontana dall’abbandono positivo dei freni inibitori che viene messo in atto durante il travaglio e che raggiunge il suo climax nella fase espulsiva.

Woman carrying a child in Central Park, N.Y.C., 1956 / The Estate of Diane Arbus

L’EPIDURALE

La giornalista continua raccontando che oltre alle due iniezioni di morfina — richieste da lei — le sono state fatte “2 epidurali”. Non so se sia un problema di traduzione o di espressione dell’autrice. In realtà sostiene che le sono state fatte due iniezioni perché la prima era “nel punto sbagliato”, dunque una cosa è forare, un’altra iniettare. Anche qui le interpretazioni possono essere molteplici: un anestesista poco esperto, magari. L’ora di spinte infruttuose di cui parla, a quel punto (mi dispiace tantissimo per la lei e per le donne che hanno subito un’esperienza del genere) non mi stupiscono più, dato che con le due iniezioni di morfina e l’epidurale in corpo, aggiunte allo stato d’angoscia e di prostrazione — e la produzione di ormoni antagonisti al processo dell’espulsione che comporta — hanno sicuramente giocato la loro parte.

Partorire è sì una cosa naturale, questo non significa che sia una cosa semplice. A volte si confondono questi due termini. Il nostro corpo potenzialmente sa farlo, o meglio, può farlo, ma deve “impararlo” nel momento stesso in cui lo deve fare. Partorire in realtà è difficilissimo. Bisogna avere pazienza, concentrazione, una buona capacità di far fronte al dolore, nervi saldi, presenza, capacità strategica, fiducia, apertura, forza, resistenza e forse molto altro ancora. Partorire è un po’ come correre una maratona, moltiplicata per quattro. E ogni scelta ha un effetto. Non si può avere tutto. Bisogna prendere delle decisioni. Queste decisioni possono essere prese a mente fredda, a intuito, in preda al panico, influenzate dall’esperienza di altri o meno. La cosa migliore sarebbe ascoltarsi e agire di conseguenza, senza pregiudizi e senza indistruttibili schemi mentali, senza aspettative, ma non sempre si può fare. Ci sono donne che sognano il parto naturale, magari in casa, e alla fine sono costrette a fare un cesareo elettivo (programmato) a causa della posizione podalica del bambino. Tutto può succedere, basta essere aperti a tutte le eventualità senza sbarellare, o meglio: bisogna perdere la testa in modo positivo. Abbandonare l’ansia di controllo, ascoltarsi e restare vigili, essere in poche parole sempre padrone di se stesse.

IL BLOCCO E L’ESPULSIONE FORZATA

L’autrice continua dicendo che la sua bambina era incastrata. Anche in questo caso, i medici possono confermare, che le motivazioni di un problema del genere possono essere molteplici. Se il cesareo non era stato programmato forse Rose, la bambina, non era così fuori misura. O forse questa donna si è affidata a dei medici incompetenti. Oppure, a causa del cocktail di sedativi la dilatazione ha rallentato troppo, o ancora le spinte — sia sempre a causa dei sedativi che le impedivano di sentire e governare la muscolatura, sia a causa della stanchezza — erano inefficaci e la bambina, ormai senza liquido amniotico a causa della rottura iniziale delle acque, rischiava — come infatti le hanno detto — di contrarre infezioni, andare in sofferenza e/o morire, da qui la scelta del cesareo come male minore. Purtroppo in questo decorso non c’è niente di strano, ed è questo che è terribile, perché succede moltissime volte. Ma tutti questi problemi non hanno niente a che vedere col cosiddetto parto naturale, sono anzi legati a una serie di interventi medici (ricovero anticipato, morfina, epidurale).

Florence Owens Thompson with daughters Ruby and Norma. IMAGE: DOROTHEA LANGE/LIBRARY OF CONGRESS

“FORCIPE” ED EPISIOTOMIA

Forse il forcipe potevano risparmiarselo e passare direttamente al cesareo — qui c’è probabilmente un altro errore, il forcipe di una volta non viene più usato, oggi si usano delle ventose, che sono comunque aberranti ma molto meglio del forcipe (non so se però in rari determinati casi di malpresentazione occipito-posteriore possa essere ancora usato). Anche in questo caso, però, se scegli di affidarti ai medici, devi fidarti delle loro scelte (finché non ledono oggettivamente la tua salute e quella del tuo bambino). Metterti nelle loro mani con una tale condizione si sfiducia e terrore è controproducente e forse in un caso simile è davvero meglio valutare l’ipotesi di un parto assistito a casa o in una struttura alternativa a quella ospedaliera con un altro tipo di assistenza più rassicurante e familiare. Ma ancora una volta: le possibilità e le incognite sono tante. Per precisione vorrei anche sottolineare che l’episiotomia, il taglio che dice di aver ricevuto, in caso di uso di ventosa è obbligato. Riguardo a quanto riporta alla fine poi bisogna fare un’ulteriore precisazione. Moltissime donne subiscono l’episiotomia non perché sia effettivamente necessaria, molti ospedali la fanno ancora per prassi. Le percentuali variano molto da stato, regione e addirittura ospedale. Comunque è uno di quegli interventi ormai considerati unanimemente evitabili con alcuni accorgimenti.

IL TRAUMA DEL PARTO E DEL POSTPARTO

La giornalista, così come moltissime altre donne, è stata sicuramente molto sfortunata. Ma anche il parto più lineare e felice resta un evento traumatico, questo non si può negare, sia da un punto di vista fisico che psicologico. Il parto è letteralmente un momento di passaggio. E così la gravidanza e il periodo post parto, due parentesi che abbracciano questo momento saliente. Il corpo e la psiche di una donna durante i nove mesi precedenti al parto e i nove successivi compiono una serie di cambiamenti enormi. Non è facile. Si può stare più o meno male, bisogna sopportare anche nella migliore delle ipotesi alcuni fastidi fisici, sbalzi umorali dati dagli ormoni. Chi non l’ha vissuto non se lo immagina, e a volte chi l’ha vissuto lo nasconde perché si sente sbagliata, debole, in difetto, e invece tutte le donne attraversano questo percorso, in maniera più o meno complessa, è sbagliato nasconderlo o negarlo.

La realtà è che ci si sente di merda, a volte di merdissima, ma tutto si supera, è fondamentale infatti che ci siano persone attente intorno a una puerpera, e mi rendo conto che la figura della doula, o comunque della donna più esperta (perché lo ha già vissuto) — un’amica, una sorella, una madre, una zia — in questo può giocare un ruolo fondamentale. Purtroppo in Italia queste figure sono osteggiate dall’ordine delle ostetriche, che le vedono come potenziali antagoniste. E invece articoli di questo tipo dimostrano quanto sarebbe necessario un accompagnamento professionale e specializzato durante queste fasi delicatissime, in cui spesso tra nozioni, aspettative e opinioni non richieste ci si sente sperdute e in balia degli altri.

PARTO NATURALE VS PARTO ASSISTITO. MODA E SCELTA

Il discorso sul parto naturale e parto assistito — o medicalizzato — è dunque molto più complesso di come viene affrontato nell’articolo e porta a diverse conseguenze sia sulla madre che sul bambino. È una scelta — quando è possibile scegliere, e quindi in mancanza di patologie — che va fatta consapevolmente, sapendo i possibili pro e contro di entrambe le decisioni.

Eliminare il dolore può avere anche effetti negativi di cui in pochi ospedali si parla (ad esempio: difficoltà nel percepire e assecondare le spinte, problemi all’avvio dell’allattamento), così come sopportarlo senza l’adeguata assistenza (ad esempio: crisi di panico, estrema spossatezza nel momento cruciale dell’espulsione — così come afferma anche l’autrice: “Ero completamente stordita dalla morfina che avevo dovuto supplicare di avere”.). Ciascuna donna dovrebbe conoscersi abbastanza ed essere abbastanza informata per poter scegliere di conseguenza, senza farsi aspettative in uno come nell’altro senso.

Virgin Mother / DAMIEN HIRST

L’AGGRESSIVITÀ FEMMINILE E LA PRESSIONE SOCIALE

Bisogna essere toste per non fare l’epidurale, sì. Ma bisogna anche scegliere in base a come si è e al bene del proprio bambino. Non facciamo ironia su una donna che scala una parete 7a, non diciamo “Ma chi si crede di essere questa?”, non ci sentiamo inferiori a lei, e ci guarderemmo bene da fare la stessa cosa senza un’adeguata preparazione — o anche con l’adeguata preparazione magari ci farebbe comunque schifo scalare, ma non per questo ci poniamo in competizione con chi lo fa. Perché dovremmo farlo per quanto riguarda il parto? Sì, partoriscono più donne di quante non ne scalino, o non facciano una maratona, o un trial in montagna, è vero, ma perché non facciamo come se fosse la stessa cosa? Il senso di giudizio che ci perseguita ci è stato inculcato dalla società, ancora una volta, da come il mondo ci vede e ci vuole e da quello che il mondo si aspetta da noi, dalle pressioni che ci obbliga a sostenere. Non lasciamoci giudicare. Dobbiamo essere padrone fino in fondo delle nostre decisioni, della nostra epidurale come del nostro dolore, è questo quello che ci libera dalla condizione di vittima e quindi dalla possibilità del trauma.

Nel gruppo del corso preparto che ha frequentato una mia conoscente, ad esempio, hanno fatto tutte l’epidurale tranne lei. La normalità era il parto medicalizzato. Lei è stata esclusa dalle altre compagne perché hanno ritenuto che se la tirasse per la sua scelta., si sentisse migliore di loro. Ovviamente non era così. La scelta era sua e solo sua, così come la loro era solo loro. Mai si sarebbe permessa di giudicarle. Perché avrebbe dovuto? Loro invece non si sono risparmiate dal farlo con lei, arrivando a dirglielo, e in alcuni momenti di crisi questa cosa l’ha anche fatta soffrire e sentire sola, quando invece, come tutte le altre, avrebbe avuto bisogno di sostegno. Ancora una volta, dentro di loro lavorava un piccolo verme sociale, talmente interiorizzato da non riconoscere come estraneo al proprio essere.

Mosè (o il nucleo solare)), 1945 / FRIDA KAHLO

I CORSI PREPARTO

L’autrice continua dicendo che il suo corso preparto non è stato utile e sconsiglia le donne dal farlo, ma come si può giudicare un sistema in base alla propria e unica esperienza? Il corso che ho frequentato io, ad esempio, in Italia, a Milano, per 68€ (e non 300 sterline) — cifra onestissima in rapporto alla quantità di ore — è stato utilissimo, anche se non condividevo tutto ciò che veniva detto. Ricomincerei a frequentarlo domani anche senza essere gravida. Mi ha fatto imparare tantissime cose di cui non avevo la più pallida idea, mi ha fatto conoscere altre donne, una psicologa specializzata cui fare riferimento, il personale dell’ospedale che mi avrebbe assistita, mi ha dato l’occasione di informarmi attivamente facendo domande e soprattutto mi ha fatto conoscere i protocolli che l’ospedale seguiva. Sconsigliare pubblicamente un corso preparto in questo modo è una presa di posizione sbagliata, soprattutto considerando che non tutte le donne purtroppo sono istruite, o hanno un’istruzione medica, e che attorno alla gravidanza e al parto, come dice la stessa autrice, gravitano ignoranza e non detto.

L’autrice in realtà continua dicendo che proprio durante il corso tanto criticato era stata informata riguardo ai possibili lati negativi dell’epidurale (che infatti ha poi incontrato lei stessa) e a proposito si lamenta dicendo che “ormai il seme del dubbio era stato inoculato nelle nostre menti” (tra l’altro si dice inculcato, non inoculato, mi pare, ma questa è una nota per il traduttore). La risposta che si evince è: evidentemente mai abbastanza. Il cesareo può risparmiare sì alcuni problemi, ma ne può generare altri, anche qui: bisogna sapere a cosa si va incontro, non si può decidere tutto in relazione alla paura del dolore o alle nostre aspettative. Non importa quante cartelle si compilino: il parto non si potrà mai progettare (a meno che non sia un cesareo elettivo o un’induzione ovviamente). Se un cesareo elettivo evita un parto pasticcione che lascia segni fisici e traumi psicologici anche molto difficili da superare meglio quello a un cesareo di urgenza, che comunque non ti risparmia il trauma e il dolore. Ma questo non si può sapere prima.

P.S. Purtroppo poi il giornalismo attuale è una bruttissima bestia, non so se sia stato fatto volontariamente e quindi con una certa malafede o per distrazione o poca precisione. Ma sotto il titolo si legge: “Una famosa giornalista racconta il trauma fisico ed emotivo lasciato da un travaglio sfibrante e senza farmaci”. Subito dopo l’autrice dice di aver ricevuto due iniezioni di morfina e “due epidurali”. D’accordo, la morfina non è esattamente un farmaco, così come l’epidurale, ma durante un travaglio non vengono somministrati farmaci. Dunque il travaglio dell’autrice non è stato assolutamente “senza farmaci”.

Mother Holding her Child, NJ 1967 / The Estate of Diane Arbus

INDUZIONE E POSIZIONE OCCIPITO-POSTERIORE

La posizione occipito-posteriore non blocca il travaglio, come scrive l’autrice (anche qui non so se sia un errore di traduzione, di interpretazione dei fatti o di lessico), può però prolungare il periodo espulsivo e quindi portare a un rischio di sofferenza fetale. Inoltre provoca una grande distensione del pavimento pelvico che aumenta la possibilità di lacerazioni profonde (terzo e quarto grado). Leggendo diversi studi (ad esempio un Fascicolo pubblicato da Minerva Ginecologica nel 2007) si legge che l’epidurale è stata spesso indicata come fattore di rischio per le malposizioni della testa fetale, e l’uso dell’ossitocina a scopi terapici comunque inutile per risolvere distocie cervicali (termine con cui si intende un travaglio difficoltoso a causa di determinate caratteristiche assunte dal collo dell’utero). Spesso la distocia, oltre che a fattori fisici è anche dovuta a fattori psichici. In altre parole: la psiche ostacola — e a volte arriva a impedire — il normale svolgimento del parto, amplificandone i dolori a causa della tensione data dalla paura e dallo stress. Ma dato che nessun fattore opera indipendentemente dall’altro, è fondamentale che una donna, in un momento così delicato si senta al sicuro e circondata da persone tranquille che le diano coraggio.

L’autrice fa anche confusione nella definizione di parto indotto, sovrapponendolo nella sua narrazione del parto all’epidurale. Lei non è stata indotta, dato che sostiene che il travaglio era partito subito dopo la rottura delle membrane. L’induzione si fa quando si supera il termine di un certo periodo di tempo oppure se nelle 24 ore successive alla rottura del sacco non partono le contrazioni e quindi il travaglio, per evitare infezioni. Dunque a lei probabilmente sarà stata somministrata una flebo di ossitocina o delle prostaglandine, queste sono pratiche che si seguono quando le contrazioni sembrano non avere effetto sulla dilatazione Purtroppo il modo in cui si sposterà il bambino durante il travaglio è una di quelle incognite che non si possono prevedere, anche se in questi casi in alcune strutture procedono facendo ecografie durante il travaglio.

L’autrice scrive: “Sentivo che nel mio corpo si stavano rompendo cose che non si sarebbero mai potute riparare”. È così, nel bene e nel male, per questo si parla del parto come soglia. Il parto modifica profondamente l’assetto fisico prima e psicologico poi della donna. Nel bene e nel male. A volte rompere è un’azione positiva di liberazione, a volte aggrava dei traumi.

Sofia Loren fotografata da Inez and Vinoodh, California, Stati Uniti, 2007 © The Cal — Collezione Pirelli

IL POST-PARTO E IL SESSO

L’autrice lamenta dolori durante il post-parto ma il parto è sempre doloroso: deve uscire un bambino attraverso la tua vagina! Il corpo cambia assetto, prima si apre e poi deve richiudersi. E questo processo avviene in modo relativamente veloce. A volte i nove mesi dopo il parto, detti anche gravidanza esogena, sono peggio della gravidanza in sé (che può essere anche un periodo di grande benessere psico-fisico).

Anch’io che ho avuto un parto naturale e tutto sommato positivo avevo male dappertutto, mi dava fastidio fare pipì, mi sembrava che mi avessero bastonata tanto mi facevano male la schiena e il bacino, ero debole e avevo la pressione bassa, ero diventata leggermente anemica e a volte tremavo un po’ quando ero stanca o mi girava la testa. A volte succede ancora, a otto mesi di distanza.

Se poi una donna, riferendosi al sesso col marito dice: “Per un po’ di tempo l’unica cosa che potevo fare era stringere i denti per arrivare in fondo” è chiaro che la sua condizione è profondamente lesa, che c’è una ferita radicata e forse anche la comunicazione con l’altro non è delle migliori. Quale marito, o compagno, pur di soddisfarsi, sapendo che questo è quello che provi continuerebbe?

Gli assorbenti e le mutande di rete non sono il massimo per quanto riguarda l’erotismo, d’accordo, però sono comodissimi. Credo che per qualche settimana si possa sopportare l’idea di non essere una bomba sexy ma “solo” una madre. Col tempo tutto ritorna.

L’autrice infine parla delle “conseguenze psicologiche e fisiche dell’ossessione per il parto naturale (niente farmaci, niente epidurali, niente induzioni, niente cesarei) a ogni costo”, ma il suo trauma è nato proprio da un parto estremamente medicalizzato per sua richiesta, i medici l’avevano messa in guardia rispetto ai lati negativi dell’epidurale e le avevano anche consigliato a inizio travaglio di tornarsene a casa, è stata lei a insistere per rimanere. Non voglio colpevolizzarla per questo, ma è giusto tenerlo bene a mente mentre si legge questo articolo che si pone in maniera molto violenta per quanto riguarda una serie di questioni complesse e delicate, affrontate — anche se dopo più di quattro anni — a caldo, rischiando di diffondere informazioni e interpretazioni profondamente erronee.

Forse è proprio questa la migliore dimostrazione di quanto sia grave un’esperienza così negativa e di che segni lasci.

Per fortuna ci sono tante altre esperienze positive, e ci si augura che ce ne saranno sempre di più, se noi donne avremo la voglia e il coraggio di prenderci la responsabilità delle nostre azioni, nel bene e nel male.

Per concludere riporto questa citazione che ho trovato nel libro di Andrea Marcolongo, La misura eroica, tratta dal manuale inglese del 1942 How to Abandon Ship, che come si legge non rappresenta un manuale di fuga, ma un compendio di strategie per resistere e superare i naufragi della vita.

“B.A. Baker, il terzo ufficiale del cargo Prusa, avverte: Ciò che più conta per ogni marinaio è preparare se stesso. Allenare la mente a non smarrirsi, anzi, tenersi saldi a essa. Non dire mai: “Non avrò mai paura”, perché l’avrai. Quando un missile esplode avrai la sensazione di affogare, il panico nella pancia e le ginocchia che tremano. La cura possibile è una sola: agire.”

Ammetto che forse io non la definirei proprio “mente”, e che sul concetto di “agire” ci si potrebbe discutere molte ore, ma direi che nell’insieme renda bene l’idea.