Lucia Cuozzo
Nov 2 · 5 min read

Memorie di un neurone in fuga.


Maggio 2012. Una buona notizia, una nuova avventura, qualcosa che assomiglia a ciò che avevo desiderato: fare un’esperienza fuori dall’Italia che non mi costasse denaro - che non avevo - e mi consentisse di respirare più a lungo un’aria nuova.
E’ stata una delle prime cose che ho sentito a Marsiglia, l’aria. Il vento. Un vento che sembra aprire il cielo fino a mostrarti nitida la lontananza. La cosa bella, però, è che mi ha mostrato subito nitidamente anche l’unione. Tutto era vicino, perché c’ero, vivevo con una forte determinazione. Ero concentrata, entusiasta. Di sicuro mi mancavano i miei amori, ma la primavera e il sole si imponevano sulla città e non era possibile sottrarsi a quell’energia, che un giorno ti soffiava dritta in faccia e il giorno dopo ti scaldava le membra.


Sembravano tutti ubriachi a Marsiglia, e lo erano.
Gli italiani sono molto amati, e questo è quello che ti fa accettare ogni volta di stare lì ad ascoltare il marsigliese di turno che ti racconta che il nonno era di Pinerolò, la nonna di San Vito lo Capo, che lui non sa un’acca di italiano, ma è andato “alle” Cinque Terre.

Perché mi sto imbarcando nella narrazione della mia esistenza qui? E’ l’ultima cosa di cui abbia voglia. Ma la terra trema, fa muovere le cose, le persone, e io forse capirò cosa faccio adesso. Anzi, lo so: è per dirmi che sto facendo bene. Che sto solo vivendo, e che non devo per forza scavare nei desideri sempre, a testa bassa, perfettamente capace di non vedere niente pur essendo completamente immersa nella luce.
Un giorno mi è capitato di trovare, in giro per la città, un anello d’oro, grosso. Una vera fortuna. Salvo poi scoprire che si trattava di un falso. Ma mi ha portato ugualmente benefici, perché le parabole innescate da questo episodio hanno fatto sì che mi inserissi in un nuovo lavoro - questa volta intorno a tutt’altro tipo di anelli.
Quindi ho deciso di rilanciare ancora un po’, ché non mi era bastata l’aria a Marsiglia. E me ne sono andata in giro per le Calanques, e ho fatto tutte quelle cose che si fanno quando non devi preoccuparti di come riuscire a renderti libero, che per me, in quella fase della vita, significava essere libero economicamente, soprattutto. Mi sono considerata troppo acerba all’epoca, per pensare di essere capace di creare. E lo dico nonostante fino ad allora avessi lavorato quasi esclusivamente con la scrittura creativa. Sono indecisa e pigra. Ma forse è più interessante parlare di Marsiglia.

L’ho beccata in una fase di trasformazione epica : Marsiglia Capitale Europea della Cultura 2013. 98 milioni di euro spesi per migliorare la città, costruire e ricostruire l’immagine di una destinazione turistica internazionale, organizzare eventi culturali e perennizzare appuntamenti musicali, teatrali, ridare lustro all’antico fronte di porto, edificare musei, coinvolgere la cittadinanza. Chi??
A Marsiglia ci sono più di 60 etnie differenti, ognuna con la propria cultura e tutti abitanti della stessa ville, tutti tifosi dell’OM, tutti un po’ francesi e un po’ un’altra cosa. Poi ci sono i francesi-francesi, e per loro c’è un’immensa letteratura che si è prodigata nel delineare vizi e qualità.

Quello che ho capito io, è che siamo veramente cugini. I cugini con cui si è cominciato a litigare da bambini, e poi si è smesso, perché tanto a lava’ la testa al ciuccio si perde l’acqua e il sapone. Ma fanno comunque parte della famiglia, allora da adulto ci discuti pure, quei quattro, cinque minuti, prima di riprendere a pensare a quanto possa essere insopportabile la vita insieme a loro. E finisci pure col volergli bene. Anzi, gliene hai sempre voluto.
Quanto sono belle le abitudini. La passeggiata del sabato mattina fino al mercato dei fiori a Reformé, scegliere un disco, fare da mangiare - ché la ristorazione in Francia non l’hanno proprio capita bene - invitare gli amici e cucinare per loro, ascoltare Lucio Dalla pedalando intorno al fort Saint Jean, comprare il pane artigianale a 7 euro, censire tutti i supermercati che vendono la scamorza, però vedere il cinema in lingua originale, andare da Emmaüs a scovare tesori nascosti, bere il pastis sul balcone al tramonto, andare al mare e farsi il bagno nell’acqua più fredda del Mediterraneo.
Insomma, una vita di malinconia. Marsiglia mi sta uccidendo. Fa di tutto per farsi amare, ma non è l’Italia! Anche se devo dirlo: non vivrei mai altrove, in Francia.
Il problema vero è che cerchiamo sempre, ovunque, l’appartenenza, il legame. La consolazione è che lo troviamo, sempre.
Voglio dire, ognuno trova il legame che cerca. C’è chi vuole quello sentimentale, c’è chi sente la famiglia, c’è chi appartiene alla propria città, chi decide che la sua casa è il mondo e si sentirà sempre bene ovunque, chi ama avere più legami ma meno forti, c’è chi si lega talmente che rimane intrappolato, c’è addirittura chi si è slegato e si è perso, c’è chi appartiene a un’ideologia, ma quelli per fortuna sono sempre meno, c’è chi rimane legato, c’è chi ha costruito un ponte, c’è chi è legato alla maglia, chi alla sottana, c’è chi è legato alle cose, chi agli stili di vita, c’è chi appartiene solo a sé stesso ed è infelice, c’è chi si dona completamente, c’è chi vorrebbe legarsi, ma ha paura e invecchia sull’uscio, c’è chi vorrebbe sciogliere le briglie e non pensarci, ché tanto tutto passa, e se non passano loro passi tu, e quindi è inutile legarsi.
Ma purtroppo credo che funzioniamo proprio così: per legami, per contatto, per riferimenti. L’ideale sarebbe esistere nell’assoluto. Preferibilmente accanto al mare e con persone care intorno.
Ci risiamo.
Legami, ma stretto. A Marsiglia oppure altrove, basta che ci sia il sole.

Welcome to a place where words matter. On Medium, smart voices and original ideas take center stage - with no ads in sight. Watch
Follow all the topics you care about, and we’ll deliver the best stories for you to your homepage and inbox. Explore
Get unlimited access to the best stories on Medium — and support writers while you’re at it. Just $5/month. Upgrade