Avventure in viaggio

Lucia Marsicano
Sep 4, 2018 · 5 min read

Lo scorso 30 agosto mi trovavo in vacanza all’ estero con Marco, un mio carissimo amico. La sera, intorno alle 22.15, stavamo rientrando da una festa dopo una giornata trascorsa in giro in una caotica e calda città da cinque milioni di abitanti.

Ci trovavamo a pochi passi dall’ ingresso del nostro hotel, in una strada ben illuminata dove, oltre a noi, c’erano persone davanti ad un negozio ancora aperto e i guardiano notturni delle attività già chiuse.

Quando io e il mio amico stiamo per attraversare la strada e raggiungere l’hotel, un’auto grigia si avvicina a noi. Inizialmente non ci badiamo molto, per le strade di quella città le auto non lasciano molto spazio ai pedoni, ma dopo i primissimi istanti ci rendiamo conto che qualcosa non va.

Vengo presa per la camicia e, contemporaneamente afferrano la mia borsa che porto, come consigliato da diverse guide, sul lato opposto alla strada e che tengo ben salda.

Ovviamente questa precauzione è stata inutile, anzi dannosa, mi volto per capire cosa succede e, immediatamente, l’auto accelera scaraventandomi a terra e trascinandomi sull’ asfalto per un paio di metri.

Ovviamente la mia borsa va via con l’auto, perdendo tutti i documenti, il cellulare e, soprattutto, le meravigliose foto scattate nei giorni precedenti.

Inutile descrivere il mio stato di shock e soprattutto quello di Marco che, avendomi vista trascinata dall’auto, ha temuto per la mia vita.

Immediatamente i guardiani notturni e il gruppo del negozio aperto si sono avvicinati a me, un’ ospite dell’hotel, sentendo le grida, è scesa con la madre per prestarmi soccorso e il personale mi ha subito offerto aiuto.

Appena riesco a pronunciare frasi di senso compiuto, dico a Marco di chiamare la nostra ambasciata, e qui inizia la disavventura vera.

Al numero di emergenza della nostra stimabilissima ambasciata, non risponde nessuno. Mi trovo lontana da casa, ho appena subito un furto abbastanza violento, ho dolori ovunque e la mia ambasciata, non risponde al numero di emergenza.

Se trovarsi con la testa a due centimetri dalla ruota di un’auto in corsa è traumatico, posso garantire che sentirsi abbandonati da chi dovrebbe tutelarci, è anche peggio perché, se durante il furto la consapevolezza di quanto sta accadendo è limitata dall’ adrenalina e dalla concitazione, nel momento successivo, quando si ha bisogno di aiuto, il senso di abbandono si percepisce tutto.

Mi trovo quindi derubata, ferita e sola.

Fortunatamente c’è Fatima, l’ospite dell’albergo venuta in mio soccorso. Questa donna di Abu Dhabi è una delle persone migliori che abbia mai incontrato. Dal primo momento mi ha confortata, coccolata ed aiutata, aiutando il povero Marco, che si è dimostrato davvero un santo, a non farmi perdere il controllo.

Una volta capito che l’ambasciata italiana non sarebbe stata di nessun aiuto, Fatima ha chiamato un suo amico per portarci alla polizia e in ospedale.

L’amico di Fatima arriva in pochissimo tempo spiegando anche come muoverci; non essendo ferita gravemente, ci dice di andare prima alla polizia e poi in ospedale con la richiesta di visita fatta dalle autorità.

Con Fatima, il suo amico automunito e Marco andiamo alla stazione di polizia dove, in tempi abbastanza rapidi, racconto l’accaduto e firmo la mia deposizione. Nonostante la stazione di polizia sia disordinatissima e i poliziotti siano tutti eccessivamente (secondo i miei standard di donna occidentale) armati, sono tutti gentilissimi e nessuno mi ha fa sentire responsabile per quanto accaduto.

Con giraffa di legno, poche ore prima della rapina. Museo Nazionale della Tanzania, Dar es Salaam

Subito dopo andiamo in ospedale e le spese mediche vengono completamente coperte dall’ albergo che, qualora fosse necessario specificare, lo ha fatto di propria iniziativa

Una volta arrivati in ospedale resto sorpresa, l’ambiente in cui mi trovo è pulitissimo, il tempo di attesa pari a zero e il medico gentile e competente. In circa mezz’ ora sono fuori, imbottita di antidolorifico e di conseguenza con la testa in una dimensione parallela, ma ho ricevuto le cure e le medicine necessarie.

Una volta tornata in hotel penso che sono stata fortunata, ho perso tutti i documenti, alcuni soldi e il cellulare, ma ho tutti i pezzi del mio corpo al loro posto e le cose non potevano che migliorare, anche se la mancata risposta dell’ambasciata mi ha lasciata con un forte senso di rabbia e disagio.

Il giorno successivo l’hotel offre nuovamente aiuto per i giri necessari al completamento della denuncia e alla richiesta del passaporto d’emergenza.

Prima di tornare alla stazione di polizia riproviamo a telefonare in ambasciata, sono ormai le nove passate e ci aspettiamo una risposta, ma niente.

Decidiamo quindi di andare alla polizia per ritirare il report della denuncia e, nuovamente, resto stupita dalla loro competenza ed umanità.

Ritirato il report riproviamo a chiamate in ambasciata, questa volta rispondono. Ci viene detto di non andare in ambasciata il giorno stesso perchè non avrebbero avuto modo di aiutarci e ci fissano un appuntamento per l’indomani alle 9:00 del mattino.

Mi tranquillizzo e decido di portare i miei ematomi, le mie escoriazioni e i miei dolori a fare un giro.

Il giorno seguente mi reco in ambasciata e non trovo nessuno. Avevo preso un appuntamento per telefono, ma non c’è nessuno.

L’ennesimo abbandono da parte di chi dovrebbe tutelarmi. Decido però di far valere le mie ragioni e, con Marco, rompo le scatole ai guardiani per contattare qualcuno.

Dopo un’attesa di 3 ore, finalmente, arriva qualcuno. In circa mezz’ora mi preparano il passaporto d’emergenza pagando anche una tassa che, sebbene irrisoria, mi fa sorridere. Se mi hanno rubato tutto, soldi e bancomat compresi, come posso pagare? Davvero la burocrazia prevede una cosa del genere?

Fortunatamente non ero sola, Marco ha pagato per me, ma se non ci fosse stato lui? E se non ci fosse stata Fatima? E se il personale e la gestione dell’hotel non fossero stati in mano a persone straordinarie?

Non voglio nemmeno pensare a cosa sarebbe potuto succedere se mi fossi ferita in maniera grave o peggio.

Tramonto sull’Oceano Indiano, Dar es Salaam.

Potrei scrivere ancora molto, di come sono stata coccolata dall’hotel, dell’interessamento della polizia, delle scuse ricevute da tutti per quanto successo, della bontà impressionante di Fatima, del sangue freddo del mio ormai badante Marco, ma anche del pressapochismo di chi lavora in ambasciata, delle difficoltà di passare i controlli di sicurezza all’aeroporto di Fiumicino una volta rientrata in Italia, o anche della mancanza di umanità incontrata durante lo scalo in Turchia, o del male che fanno le abrasioni e la mia sublussazione al coccige ma verrebbe fuori un trattato lunghissimo che non aggiungerebbe nulla di importante.

Quello che è importante dire è che tutto questo, la competenza, la professionalità e la bontà della gente del posto, le ho trovate a Dar es Salaam, in Tanzania, un paese che noi, senza pensarci troppo, etichettiamo come terzo mondo. Un paese in cui mi è successo qualcosa di brutto, ma dove ho visto tanta bellezza nei luoghi e nelle persone. Ne ho vista talmente tanta che ho già voglia di tornarci.

mentre abbraccio un baobab, due giorni dopo il furto. L’espressione facciale denuncia il dolore al coccige ma anche la voglia di continuare a scoprire.

Lucia Marsicano

Archaeologist and 3d Modeler

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