Galassia NGC 1854, Magnitudo 10,39 — Costellazione Dorado — NASA/ESA Hubble Space Telescope — Large Magellanic Cloud (LMC), distante 135.000 anni luce dal pianeta Terra.

Per una rubrica del cielo stellato.

Su “Origami di parole” di Marcello Buttazzo

Recensire un nuovo libro di versi è frutto di un dialogo a distanza, nella partita di un gioco che si compone per il gioco stesso, per la felicità di misurarsi con una poetica, quella di Marcello Buttazzo, che va oltre lo spazio geografico del Salento, e soprattutto oltrepassa la contingenza di uno scrivere mutevole, temporaneo, per misurarsi con la tradizione letteraria, da un lato, e la ricerca di una soluzione personale, interiore, che restituisce un esempio paradigmatico di ciò che vuol dire, oggi, scrivere poesia lirica.

La nuova raccolta di un autore che ha all’attivo diversi lavori e che conduce una ricerca univoca — la poesia lirica appunto — significa fermarsi per prendere respiro sulla nuova tappa di un percorso che conosci, nel quale ti riconosci. “E ancora vieni dal mare” (Manni, 2012) e “E l’alba?” (Manni, 2015), sono le due raccolte con cui ho conosciuto la poesia di Marcello Buttazzo. La sua ultima raccolta, “Origami di parole”, è appena uscita per Luca Pensa editore. I poeti, soprattutto quelli che pubblicano e scrivono solo poesia, sono consapevoli del fatto che il loro percorso è uno scavo solitario, un viaggio nel deserto. Quando non avessero questa consapevolezza o si trovassero improvvisamente a fare i conti con la realtà, non sarebbe altro che per averne conferma: è la consistenza del mestiere di poeta.

Umberto Saba, tra la fine del 1919 e l’estate del 1920, compose una serie di liriche che, come annota Giancarlo Pontiggia (in “La malinconia amorosa. Poesie 1900–1954”, Umberto Saba, Rizzoli, 1992), sanciscono il ritorno all’”amore delle cose, e sono appunto cose leggere e vaganti, parvenze, palloncini, ombre, nuvole, memorie. Il critico nota come “in questo stato di leggerezza voluta e teorizzata, di fantasticheria e di evasione sensuale, l’autore ricorre a un vocabolario smorzato e addolcito, fitto di diminutivi e di vezzeggiativi”. Esempi di una simile modalità, che, nella raccolta di Marcello Buttazzo, sono molteplici (“solo un barchetto in libertà” p. 23, “L’animaletto familiare” p. 29, “Tu sei la notte/che s’accende/di stelline” p.83), testimoniando la vastità del racconto di microuniversi sentimentali che si confrontano con la tascabilità delle stelle, del firmamento, della natura.

Nel titolo “Origami di parole”, va rintracciato proprio l’atteggiamento “minuzioso” del poeta nei confronti dell’atto stesso di scrittura del verso, del componimento poetico. Il poeta va in cerca delle parole e con questi pezzetti, frammenti, piccole cose appunto, compone e comunica il suo universo (“T’ho masticato/pezzo per pezzo/l’anima/e d’ogni ansietà/ho fatto/origami di parole”, p. 21).

L’atto stesso della scrittura non si configura se prima non si è “masticata”, come pane, l’esperienza, un boccone alla volta, “Mi nutrirò di pane/e di tutte le malinconie/del mondo.” (p. 23), “Il tuo desiderio/di vita/è pane compagno/da masticare/a bocconi fini” (p. 31), “Mangerò/il tuo cuore di pane,/carezzerò/le tue gote di pesca. […] Ti mangerò/con il pane/nei banchetti domenicali” (p. 84).

Non è un caso, forse, che proprio all’inizio della raccolta il lettore trovi una specie di quotidiana e contemporanea ‘invocazione alla musa’, “Dimmi parole/lievi silenziose sussurrate./Parole giuste, parole sbagliate […] Dimmi parole veraci audaci/per sconfiggere il torpore […] Parole pronunciate/ai margini delle strade,/ai confini del tempo. […] Dammi parole,/solo parole./E con esse vento” (p. 16), e immediatamente dopo “T’ho sognato,/leggiadra,/che portavi/un canestro di viole/e nella mano chiusa/l’ultimo rosario/di parole” (p. 17).

La natura delle cose e la natura del tempo sono i primi incontri di questa raccolta, “Il tempo compagno procede. E non c’è fiato corto, ma solo il respiro delle cose, la faccia abbarbagliante della luna” (p. 18).

“Luna”, “luce”, “tempo”, “aurora”, “viole”, “gelsomino”, “fili d’erba”, “melagrana”, “ciliegia”. L’idillio della natura è la piena compartecipazione di pathos con l’ambiente, un elemento centrale, in cui il lirismo di Marcello Buttazzo individua una tavolozza di colori da cui attingere.

Ai componimenti iniziali, all’invocazione di cui ho scritto, all’intermediazione con la natura, con l’intenzione di tramutare in parole l’ansietà e gli effetti dell’altro nella quotidianità della propria poesia, segue la prima “simbiosi”, di questa raccolta. Perché “simbiosi”? Saremmo tentati, di fronte alla forte presenza della natura in questa raccolta, di parlare di poesia bucolica. Tuttavia è proprio la componente psicologica (il desiderio, la tensione tra natura/tempo, anche come tensione tra corpi, la sensualità) che non ci fa rintracciare, semplicemente, un “idillio” campestre.

Se si configura un idillio, in questi primi componimenti, è un idillio “simbiotico”, ovvero sia un’interazione biologica a lungo termine tra due organismi, tra chi vive “nella” natura, che è lo stesso che scrive, e chi annota e esperisce i propri sentimenti, “L’accoglienza/delle tue mani/intrecciate alle mie […] il mio sogno silvano,/virente di pura foresta” (p. 22).

“La pioggia nel pineto”, di D’Annunzio, è il riferimento immediato di questo rapporto “Piove su le tue ciglia nere/sì che par tu pianga/ma di piacere;/non bianca/ma quasi fatta virente,” e “e piove su i nostri volti/silvani”. La simbiosi delle parole, tra desiderio concreto e trascendenza del verso, nel rapporto con la natura, trova del poeta dell’“Alcyone” proprio l’equilibrio tra natura e lingua, presente-vivente e passato. L’idillio c’è, ma è sempre una lotta, un guadagno, un fatto “di sofferenza e di fatica/di devozione e di terra./Terra rosso sangue”. (p. 29).

Una seconda “simbiosi”, dopo quella del poeta con la natura, avviene nell’identificazione del corpo della donna con il corpo della natura, “Trovai/il tuo nome,/inciso/nella carne viva della terra.” (p. 50).

La donna è allo stesso tempo il luogo e l’essere del dialogo sentimentale. Si tratta di un ulteriore passaggio narrativo del testo, un andare avanti che viene dopo l’introduzione, e successivamente all’instaurazione del legame natura-poeta. “Avrei voluto mangiare con te […] Le tue labbra di ciliegia […] E il tuo corpo/delicatamente cingere/per scoprire l’anima degli umani/ancora vivente.” (p. 24). La donna è terramadre, “Seguirò/i tuoi dolci selciati […] Ruggito di leonessa,/nelle linee/della tua mano/è scritto/l’umano destino” (p. 25), “Ti sogno/terra salentina,/quando lei, rosso sangue,/era più d’un’ipotesi d’amore./Ti sogno ragazza.” (p. 57). Una presenza femminile che è notte, selciato, canto, ruggito, “Ti trovai/in solchi di pietra dura/Lavorata, santificata/del sudore/di antichi contadini./Fra gli uluvi accartocciati,[…] Ti trovai/che portavi/un cesto/di sensazioni nuove” (p. 26). Sono “i campi del Sud”, “i mari del Sud”, i luoghi primatici, “Sul mio confine/di marginale sentimento/né barriere né steccati” (p. 23).

Il poeta può rintracciare il nucleo più intimo della sua esistenza ancestrale, nel filo conduttore che, a ritroso nel tempo, lo riporta alla fanciullezza, alla gioventù. In uno spazio di quiete e di solitudine, interrotto dal vociare, “Sei contrada/brulicante di gente. […] Tempo solitario/di periferia […] E narri/le storie d’amore/ai bimbi stanchi” (p. 27). “Ti aspetterò/ai bordi delle strade,/quando il tempo/sarà finalmente/un fanciullo di complicità.” (p.25).

È il periodo, quello della fanciullezza, in cui la possibilità di scoprire è più grande, “La vita bambina/sui sentieri di cave, il mirto il timo il rosmarino/un paesaggio di sogno”. Il ritorno alla dimensione della fanciullezza è vissuto — più esplicitamente — come risoluzione del conflitto tra società e natura. Dove alla contrada brulicante di gente viene contrapposto il narrare ai bimbi stanchi, e dove a “T’incontrai/sul viale tumultuoso […] i marosi impetuosi d’amore […] tempestio di parole.” la soluzione è data “Dal tuo seno di latte/berrà il ragazzo/fanciullo” (pp. 34, 35). La memoria del tempo trascorso, la presenza di questa nelle vene, scorre come il sangue, e prefigura “il futuro bambino” (p. 68), “Il bambino che corre/in un giulivo stridio di suole”. (p. 69).

Nel numero di “Apulia” del Marzo 1998, il critico Gino Pisanò, a proposito della pubblicazione de “Il naviglio innocente” (Maglie, Erreci, 1990) di Antonio Verri, scrisse (anche) della metafora che legava lo scrittore alla nave-poesia, al naviglio, al battello. Vale la pena di citare nella completezza questo passo, così come vale la pena di rimandare i lettori a tutta la seria delle pregevoli pubblicazioni del trimestrale Apulia (disponibili interamente qui: http://www.bpp.it/Apulia/)

“Ma di quale poesia si tratti è detto in un esergale, metapoetico corsivo che precede le cinque stazioni (“Navi, Mascheroni”; “Ballyhoo”; “Il disertore”; “Verso il declaro”; “La nave Castro”) di una deriva per mari mitici, surreali, onirici: “Essa è la nave che vaga innocua / oggetto, forma poetica, / preda delle grandi masse d’acqua / mentre tenta di risalire / immensa / al grande suo silenzio, al gesto originario”. E il lettore non farà fatica a scoprire, dopo l’iniziale metafora (nave-poesia), una costante tensione allegorica. Risalire al gesto originario è giungere al silenzio fetale, innocente, amniotico (“masse d’acque”), all’atto preistorico del Da-sein procedendo à rebours. Battello ebbro il poeta. Metafora rimbaudiana risemantizzata. Ma non solo rimbaudiana è la nave: alcaica, oraziana, petrarchesca, carducciana, dannunziana” (Apulia, Numero I, 1998).

Marcello Buttazzo, non opera un processo di risemantizzazione della metafora rimbaudiana, come Antonio Verri, ma, con influenze di certo simili — consonanze — compie un passo di ridefinizione dell’ambito del sogno, come spazio dell’agire poetico. Il sogno è uno dei luoghi poetici più solidi in cui si compongono questi “Origami di parole”, “Spazio di sogno,/la vita […] La vita è sogno./Continua rincorsa […] La vita/è gioco di memoria.” (p. 61). “Fra Sud e Nord,/naviga/il tuo vascello azzurro,/sulle sponde/d’un irresoluto presente./Tu scrivi/a chiare lettere/la tua storia./Il barchetto/ebbro d’attesa/traversa il giorno./Fra Sud e fiamma,/il tuo cuore/di fanciulla,/canto supremo/della vita/che non conobbi.” (p. 32), “Tu respiri sempre/gioia e dolore./L’ebbro vascello/ti naviga dentro”.

La metafora del vascello, questo bateau ivre, non è il poetare, ma il poeta. Non è un caso il riferimento alle stelle, come riferimento del navigante, con il riferimento alle onde, presenza costante, quasi che le onde fossero, più della terra arsa, il mezzo su cui si muove la poesia di Marcello Buttazzo. Ciò accade perché l’ondeggiare del mare è lo stesso dei prati, ed è lo stesso del vento. E nel movimento della natura, ancora, ritorna il riflesso dei turbamenti dell’animo del poeta, “Come onda/sommuovi/l’aria immota/d’estate./Sveglia/questo giorno stantio,/che ancora ha sete di te./Ritorna/Cuore di donna./ […] Naufrago è il mio mare./Torna,/ti prego torna,/a misurare gli istanti/del tempo caduco”.

Il tempo di “Origami di parole”, è anche il tempo delle stagioni. I colori, i suoni, le specie, i profumi della primavera e dell’estate dominano — nel tempo diurno del racconto — questi versi. Il loro tempo notturno è invece, come ho già anticipato, dominato dalle stelle. “Ho raccolto in un cesto tutte le stelle. Stanotte. […] All’alba, le ho lasciate libere, le ho fatte volare via, perché potessero biancheggiare altri cieli.” (p. 42), scrive Marcello Buttazzo in una delle prose poetiche che fanno da cesura nella soluzione ininterrotta dei testi.

Inizia così, anche se non esplicitata da una tradizionale suddivisione in sezioni, una seconda sezione di “Origami di parole”, alla quale i colori, la terra, la natura, il desiderio, la donna, il tempo, affrontati “matericamente”, lasciano il passo alla luce, alle stelle, al bagliore, all’alba, alle notti. “Il tempo è ragione./ Vertigine e sospiro./ È brillio/del tuo volto/che traluce ancora/ogni notte/nello scuro più fondo” (p. 43), “M’infiammavi/d’un celeste colore/e ogni stella infuocavi/d’un balenante languore./Non era buio/il mio cielo.” (p. 44), “Raggi/d’una luna pienissima/penetrano nella mia stanza.” (p. 46), “S’abbarbica al giorno/il tuo viso di primavera./Sole e stelle/nei tuoi occhi,/astri rotanti d’amore.”. La primavera e l’estate offrono di sicuro un ventaglio di sensazioni più ampio, mentre scorrono rapide le stagioni più fredde, e la sensualità sostituisce con il suo calore quello del tempo, che svanisce, “Settembre finisce,/il mio tempo/s’accalora di te. […] Impavida lottatrice/di sensualità,/trasformi il torpore/in sbigottito stupore.” (p. 54), “S’affaccia l’inverno”, “Corre come un lampo/l’inverno” (p. 47); per poi ritornare, nell’arco dell’anno “poetico”, con prepotenza, il calore, “Una primavera/di sogno,/vorrei” (p. 66), “Le ore del giorno/d’un giugno fanciullo” (p. 67).


Questi che ho scritto fin qui, secondo me, sono alcuni degli elementi che fanno da cornice, nella raccolta “Origami di parole” al dialogo d’amore presente nel testo. L’individuazione delle parole più adatte a descrivere il rapporto della natura e del trascorrere del tempo. Il racconto del rapporto di corpi, del desiderio, che si fa desiderio della natura come donna e della donna nella natura. Il ritorno a una vita di sogno, quella del fanciullo che vede il mondo senza mediazioni, nella bellezza dei suoi profumi, odori, paesaggi, alternarsi di giorni e di notti nella mutevolezza dell’ambiente. Le influenze, gli attraversamenti degli autori e poeti, alcuni dei quali appunto, Umberto Saba, Antonio Verri, Gabriele D’Annunzio, Arthur Rimbaud, ma anche Dino Campana, “Io ti seguo per strade/con passo illanguidito,/da lontano ti scruto./Vado, vado per strade./E ti cerco, ti cerco./Tu,/madonna solitaria/del mio intricato destino”. (p. 40).

Questi elementi, tuttavia, rimarrebbero scollegati, eventuali, se non servissero, in tutta la raccolta, a fare da tessuto e sostegno al tema di “Origami di parole”, il canto d’amore per una donna che è amore e terra allo stesso tempo, “Sangue di donne,/fiume carsico/m’arde dentro” (p. 70).

Tutta la raccolta è un canto teso, di amore, di angoscia, di ansietà, di malinconia, di invocazione, di preghiera, di ringraziamento, di innalzamento, per la donna, che è natura, onda, vento, mare, colore, bagliore, notte, alba, luce, filo del tempo che si riannoda nel presente, speranza per un futuro che si realizza pienamente, nella vicinanza, nella comunanza, nella stretta delle mani e dei corpi, nello sguardo.

Un canto, questo di “Origami di parole”, che conferma la ricerca di uno dei poeti più importanti che operano nel Sud che attraversiamo.

“Origami di parole”, Marcello Buttazzo, Luca Pensa editore, pp. 88, €12, isbn 9788861522169


Marcello Buttazzo è nato a Lecce e vive a Lequile. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni, tra cui segnaliamo: Clandestino d’amore, Serenangelo, E ancora vieni dal mare, E l’alba? Sin dal suo esordio letterario, il suo mezzo espressivo più congeniale è il verso poetico, senza trascurare qualche incursione nella prosa. Ha collaborato e tutt’ora collabora con testate di cultura e di letteratura, cartacee e on-line.


“L’amore perduto della luce”, su “L’alba?”, di Marcello Buttazzo. https://medium.com/@lucianopagano/l-amore-perduto-della-luce-su-l-alba-di-marcello-buttazzo-3266d5c8397b

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