Scienza e fede: riflessioni su un conflitto che non esiste
Tra i compiti della teologia vi è quello di ascoltare i dibattiti della pubblica piazza di oggi. E sulla piazza si parla spesso di scienza.
Su sempre più giornali si leggono parole come “cultura” (o “scibile”) contrapposte a “cristianità” e “religiosità”, facendone un dibattito che sta acquistando un peso sempre più cruciale nell’opinione pubblica.
Senza andare a ripescare argomentazioni quali, ad esempio, su Galileo Galilei (perché, pur essendo storicamente interessanti, non sono un granché rilevanti per una visione oggettiva del problema che ci si presenta), vorrei esporre il mio punto di vista sulla questione, ovvero che scienza e fede hanno in comune il desiderio di conoscere la verità.
I Cristiani dicono che la sapienza umana è follia agli occhi di Dio. Il motivo di questa affermazione è stato esposto molto più indietro, ed è il fatto di voler fare proseliti solo fra gli incolti e gli sciocchi.
-Celso, Il discorso vero, VI, 12-
È al grido di parole simili che sempre più scienziati rinnegano la fede cristiana.
Non penso che scienziati del calibro di Tanzella-Nitti, Mendel o Lemaître possano, in tutta onestà, essere definiti sciocchi. E l’intelligenza umana è un dono di Dio e, senza di essa, dov’è la scienza?

La ricerca scientifica andrebbe, a parer mio, regolamentata (basti pensare agli studi sui nuovi agenti patogeni altamente infettivi per l’uomo, o le nuove -nonché distruttive- fonti di energia, o, ancora, sulla possibilità di creare forme di vita non esistenti in natura) e il conflitto tra fede e scienza non esiste, bensì c’è quello tra forme di regolamentazione orientate verso una prospettiva cristiana e quelle orientate verso altre correnti filosofiche.
Per concludere, mi rifaccio alle parole di Papa Giovanni Paolo II che, in una lettera a Padre George Coyne, direttore della Specola Vaticana, scrisse:
In modo che la teologia non sconfini in una pseudoscienza e la scienza non diventi inconsciamente teologia.