Informatica umanistica e Digital Humanities

Luigi Catalani
Feb 19, 2018 · 5 min read

Appunti di inizio corso

Università degli Studi di Salerno: vista dalle aule di Ingegneria, by Andrea Durante, CC BY 3.0, Wikimedia Commons

Inizia oggi la decima edizione del mio corso di Informatica applicata alle scienze filosofiche, obbligatorio per gli studenti del corso di laurea in Filosofia dell’Università di Salerno. Poiché si tratta di una disciplina ancora priva di un’identità precisa e di uno statuto epistemologico ben definito, ho sviluppato la cornice e la fisionomia dei contenuti del corso nel tempo. Ho cambiato i libri di testo quasi ogni anno, cercando sempre di scegliere quelli più funzionali al raggiungimento dei risultati di apprendimento previsti. Gli obiettivi del corso, infatti, sono molteplici, e trenta ore finiscono in un baleno.

Ogni anno provo a sollecitare gli studenti, mediante lo studio di autori, testi, teorie e problemi che sono al contempo informatici e filosofici, a misurarsi con le peculiarità speculative, i risvolti tecnici e le implicazioni sociali della cultura digitale, affinché essi siano in grado di valutare con spirito critico lo spessore filosofico delle principali questioni legate alla rivoluzione digitale e gli stimoli etici ed epistemologici provenienti dall’evoluzione delle tecnologie informatiche. La frequenza (non obbligatoria) del corso consente agli studenti di acquisire gli strumenti adeguati ad un rapporto più critico e maturo con le nuove tecnologie e di apprezzare i risvolti teoretici dei principali fenomeni della società della conoscenza.

Il corso non si svolge in un laboratorio informatico e l’esame si sostiene in maniera (quasi) tradizionale. Conta che lo studente sappia esporre con chiarezza gli argomenti discussi durante il corso, assumendo di volta in volta l’approccio storico, quello teorico e quello tecnico-applicativo, che a mio modo di vedere sono fortemente interrelati e si sostengono reciprocamente. E il ‘quasi’? Il ‘quasi’ si riferisce alla capacità di applicare le conoscenze. Ogni studente avrà più di una possibilità per mostrare di saper applicare l’analisi critica delle ICT all’uso quotidiano degli strumenti informatici e di saper distinguere e utilizzare in maniera efficace i principali strumenti per il recupero di informazioni in rete (information retrieval).

La prima sarà quella di interagire con le storie che di volta in volta pubblicherò qui su Medium (e rilancerò su LinkedIn e Facebook). La seconda consisterà nel partecipare alla discussione in tempo reale che avvierò su Twitter all’inizio di ogni lezione intorno al tema della lezione. La terza, su cui i miei studenti si cimentano già da due anni, sarà quella di contribuire alla redazione di un manuale di Informatica applicata alle scienze filosofiche (o di Filosofia dell’informatica, con un’inversione dei termini che deriva dalla mia estrazione umanistica) su una piattaforma wiki (Wikibooks) sulla base della lettura di fonti autorevoli, cartacee e digitali.

Si parte oggi, dunque, con una discussione aperta sul significato, sui metodi e sullo statuto epistemologico dell’Informatica umanistica (altrimenti detta, con una curvatura semantica e concettuale un po’ diversa, Digital Humanities), al cui interno necessariamente si colloca anche l’Informatica applicata alla filosofia.

L’Informatica umanistica nasce dalla Linguistica computazionale, ossia dal trattamento automatico del linguaggio naturale. Il momento fondativo risale al 1949, quando padre Roberto Busa inizia a produrre l’Index verborum (concordanze) dell’opera omnia di Tommaso d’Aquino. Da lì in avanti, il processo di costruzione dei principi e dei metodi di un’ars intrinsecamente interdisciplinare è stato segnato dalla nascita di associazioni e riviste. Solo per citarne alcune: nel 1966 nasce la rivista “Computers and the Humanities”, nel 1973 nasce l’Association for Literary and Linguistic Computing (ALLC), cinque anni più tardi l’Association for Computer in the Humanities (ACH). Le due associazioni si sono poi federate nella Alliance of Digital Humanities Organizations (ADHO), che ha dato vita alla rivista elettronica “Digital Humanities Quarterly”. Nel 2012 è nata l’Associazione per l’informatica umanistica e la cultura digitale (AIUCD), che ha appena dato vita alla rivista “Umanistica digitale”.

Poche settimane fa ho partecipato ad un panel, coordinato dall’amico e collega Fabio Ciracì, sulle strategie e sugli obiettivi comuni dei Centri di ricerca italiani sulle Digital Humanities, nell’ambito della settima Conferenza annuale dell’AIUCD “Cultural Heritage in the Digital Age. Memory, Humanities and Technologies” organizzata (benissimo) dall’Università di Bari. Un incontro stimolante, al quale ho portato il mio piccolo contributo in qualità di responsabile della Sezione Digital Humanities del Centro FiTMU dell’Università di Salerno. Nei giorni precedenti, sollecitato dalle domande di Marco Alessandro Delrio, studente del corso di laurea di Informatica Umanistica presso l’Università di Pisa, ho espresso alcuni semplici concetti, che in parte riprendo qui perché in tema con questa storia.

Le Digital Humanities possono definirsi un settore di ricerca interdisciplinare basato sull’incrocio tra contenuti e metodi propri delle discipline umanistiche e strumenti e approcci tipici delle nuove tecnologie informatiche. Come lasciavo intendere poco prima, Informatica Umanistica e Digital Humanities non veicolano lo stesso significato. Nel primo caso il soggetto è l’informatica, in una sua declinazione semplificata e mirata per gli umanisti. Nel secondo caso il soggetto sono le discipline umanistiche, ‘costrette’ a fare i conti con metodi e strumenti dell’informatica. La categoria Digital Humanities mi pare dunque più ampia e meno definita dal punto di vista epistemologico.

Le discipline umanistiche che si occupano di Digital Humanities dovrebbero avere una metodologia e degli obiettivi di ricerca comuni, accanto a metodi e obiettivi peculiari, derivanti dallo statuto epistemologico di ciascuna disciplina umanistica tradizionalmente intesa. Le Digital Humanities possono definirsi (secondo la formula resa celebre da Raymond Siemens) una ‘comunità di pratica’ in quanto gli umanisti digitali sperimentano con sempre maggiore consapevolezza modelli formali, metodi computazionali, strumenti digitali, protocolli informatici, nel tentativo di produrre risorse sempre più valide e di stabilire formati standardizzati e interoperabili.

Nessuna disciplina umanistica dovrebbe essere esclusa per principio dall’alveo delle Digital Humanities, poiché ciascuna di esse è portatrice di un approccio peculiare. Noto però che l’approccio squisitamente teorico della Digital Philosophy viene spesso trascurato a favore di un approccio tutto centrato sugli aspetti tecnici. Possiamo parlare di Digital Humanities in presenza di uno sforzo teorico e metodologico serio di sviluppare questo settore interdisciplinare, ovvero di segnare un progresso delle discipline umanistiche per mezzo delle nuove tecnologie, dando origine a qualcosa di nuovo (nuove risorse, nuovi strumenti, nuove metodologie).

Già da molti anni l’Informatica Umanistica è entrata a far parte della didattica di area umanistica: da singoli insegnamenti attivati presso le facoltà di area umanistica ai corsi di laurea triennale in Informatica Umanistica, dai master alle lauree specialistiche o magistrali. Tuttavia nel nostro paese le Digital Humanities devono ancora fare i conti, anche da un punto di vista istituzionale, con un rapporto asimmetrico e una concezione ancillare del digitale, inteso come mero strumento e non come portatore di un nuovo paradigma culturale.

L’Informatica umanistica non è alfabetizzazione informatica. L’aspetto tecnico è funzionale a una riflessione sul senso dell’impiego dell’informatica nelle discipline umanistiche. Come ha sottolineato Fabio Ciracì, l’umanista dell’era informatica deve sapersi avvalere dei nuovi strumenti di indagine messi a disposizione dalle tecnologie informatiche: deve essere un umanista informatico, ossia conoscere bene limiti e opportunità della rete e della digitalizzazione, studiare la rete e conoscere i problemi della libertà di espressione nel web e del diritto d’autore. L’umanista informatico non deve essere né un apocalittico né un integrato: deve sostituire i pregiudizi con lo spirito critico. È quanto proveremo a fare nelle prossime settimane nelle aule del Campus di Fisciano. Alla prossima storia.