Fuocoammare: quando la realtà entra nella finzione

Lampedusa ha una superficie di circa 20,2 km².

Un piccolo neo a un centinaio di chilometri dalla costa africana, a quasi il doppio dalla Sicilia.

La storia inizia con Samuele, un bambino a cui piace costruire fionde per colpire piante e nidi di uccelli. Istruisce l’amico su come fare, gli spiega i trucchi, usando parole di un dialetto stretto. A scuola sta imparando l’inglese, a casa si esercita intonandolo con una cadenza popolare seduto al tavolo di una sala da pranzo mentre una donna ricama alla finestra. Da grande potrebbe fare il pescatore, come tutti sull’isola. Samuele non sa se lo vuole davvero, soffre di mal di mare e forse quella sconosciuta distesa d’acqua gli fa paura. Attorno a lui si ripetono cornici che rievocano un tempo immobile fatto di tradizioni culinarie, abitudini casalinghe, e di vecchie canzoni popolari trasmesse alla radio locale.

A pochi metri dal suo mondo c’è quello dei barconi e dei migranti che li affollano. Ci sono le suppliche e la disperazione nei momenti, spesso notturni, di contatto con la radio della guardia costiera. Ci sono volti tumefatti, corpi privi di vita, uomini e donne provati da sofferenza fisica e morale. C’è il viaggio intrapreso a bordo di imbarcazioni dove l’unico confine tra un essere umano e l’altro è disegnato dall’importo pagato per prima, seconda o terza classe. Per il resto, tutto è ammassato, contratto in uno sputo di sradicati in fuga da una patria che non li vuole.

Dal mare vengono salvati e accolti da istituzioni locali e organizzazioni umanitarie. A un medico è stato concesso il tempo breve di una testimonianza sul contatto tra i due mondi. Un incontro con l’altro che mette in discussione i propri limiti: linguistici, professionali, personali.

Samuele, pur abitando a Lampedusa, non vede tutto questo. La colpa non è dell’occhio sinistro diventato pigro a furia di tenerlo chiuso per prendere la mira e tirare con la fionda o per puntare un fucile immaginario e sparare verso il mare.