La commozione e la rabbia

Guardo da ieri questo fotogramma, che non smette di raccontarmi un sacco di cose.

Quel condominio alto e rossiccio svetta nel centro devastato di Amatrice. Ha resistito ad una scossa di magnitudo 6, ed anche se non si vedono bene i dettagli, si può sicuramente dire che chi abitava in quel palazzo ha avuto molte più possibilità di salvarsi di chi abitava nel resto della cittadina.

Poi, forse, qualcuno è morto perchè gli son caduti i mobili addosso, non so…ma il concetto è che quell’edificio ha resistito.

E allora viene da pensare che la differenza tra la vita e la morte delle persone non è data soltanto dal destino cinico e baro, ma anche da scelte precise degli esseri umani.

Non sono in grado di entrare negli aspetti sismici e geologici del problema, ma questa mappa pubblicata dall’INGV è chiara anche ad un profano come me. Dice che il terremoto è avvenuto esattamente dove lo ce lo si aspettava:

Ieri, a Rainews, ho ascoltato una intervista a Zamberletti, che di fatto fondò la Protezione Civile in Italia. Oltre a lodare l’opera dei soccorritori, evidenziava la necessità di rendere ogni cittadino “consapevole del rischio”, quando vive in una zona dove incombe un pericolo noto.

E poi leggo, oggi, questo articolo della Stampa, che ricorda quanto già noto da tempo: la prevenzione costa sempre molto meno dell’emergenza (al netto delle carogne che si arricchiscono sulle tragedie e ridono al telefono).

«È una questione di scelte. […] Spendere tre miliardi l’anno per i danni post sisma o investire la stessa cifra per la prevenzione?». Secondo l’Ance, l’associazione dei costruttori, dal 1968 a oggi sono stati spesi 180 miliardi (attualizzati) per i disastri causati dai terremoti. Ricostruire un chilometro quadrato costa tra 60 e 200 milioni. Con 100 miliardi si sarebbe rimessa in sesto tutta l’Italia.

E allora, oltre alle lacrime ed all’umana empatia per tutti coloro che sono stati uccisi, feriti, devastati dalla tragedia, mi monta anche un filo di rabbia.

Perché di questo non si riesce mai a parlare.

Durante le tragedie, c’è molto da fare, ed è giusto lasciar perdere le polemiche.

Ma dopo, passati i container, le (non sempre certe nè ragionevoli) ricostruzioni, attenuata l’emotività ed il dolore, questo paese deve iniziare a compiere un serio ragionamento sul futuro del proprio territorio.

Ci sono luoghi che vanno coraggiosamente ripensati. Città intere, direi (penso a Genova, a quando è stata “progettata” ed alla sua incapacità di sopportare le infrastrutture del XXI secolo).

Luoghi che non sono più adatti per viverci : possiamo conservarli come città-museo, se sono antichi e ne vale la pena, o abbattere ciò che, oltre ad essere pericoloso, è anche orrendo, figlio della urbanizzazione spesso selvaggia e di bassa qualità del secondo dopoguerra.

Non possiamo semplicemente restare lì, fermi, in attesa della prossima prevedibile tragedia.