Torino Pride e altre storie…

Le notizie che arrivavano dal mondo venerdì, che narravano di sangue, di morte e di orrore, mi hanno lasciato così depresso che nemmeno la serata al Torino Classical Music Festival mi ha rimesso dell’umore giusto.

(Tra l’altro: sembra che l’assassino venuto dal mare, in Tunisia, abbia agito sulla spiaggia per quasi quaranta minuti — un tempo oggettivamente immenso, ammazzando quasi una persona al minuto, prima di allontanarsi e finire la sua tragica vita tra le strade della località turistica. Ora, siamo d’accordo che di fronte ad atti del genere non è possibile alcuna misura preventiva. Ma da quando il fatto inizia ad accadere, e di certo qualcuno lo avrà segnalato/twittato, come è possibile che nessuno sia intervenuto per ben 40 minuti?)

Ma il sabato pomeriggio a Torino è stato radioso, sorridente e gioioso. Tre aggettivi che servono a ricordare che l’essere umano, capace di immense e mai sazie efferatezze, sa anche emanare gioia, amore ed empatia.

Al Torino Pride eravamo in settantamila. Una straordinaria e colorata fiumana di gente che chiedeva in fondo una cosa molto semplice: lasciateci la libertà di essere quello che siamo.

Quello che le religioni ed i totalitarismi (spesso i due vocaboli coincidono) non possono invece concedere.
L’idea che esista una sola idea di essere umano “giusto”, con pochissime varianti e con immense contraddizioni (il pregiudizio verso i gay è sempre immensamente superiore a quello che si ha verso un tizio in giacca e cravatta che vende armi e morte, per dire), è ancora ben lontana dall’essere eradicata dalla cultura del XXI secolo.

Da un lato il consumismo ti dice come devi vestirti e cosa devi consumare, dall’altro religioni aggressive e stati pavidi non ti riconoscono, in termini di tutele, il diritto di amare chi vuoi (che poi uno lo esercita lo stesso come può, eh, quel diritto: ci mancherebbe!!!)

E’ molto buffo…lamentiamo la scomparsa del “noi”, del senso di appartenza a istanze collettive e collettivistiche a fronte del trionfo dell’individuo, e poi… scopriamo che l’individuo è “libero” soltanto se rimane nell’ambito dei comportamenti che le multinazionali e le religioni hanno definito come “accettabili”.

E allora creiamo un mondo sotterraneo, in cui siamo finalmente e soltanto noi stessi, e ci sottraiamo all’occhio sempre vigile e indagatore di chi ci vuole controllare e indicarci un modo giusto di esistere.

Non ci resta, per salvarci, che creare “immagini” multiple di noi: quelle rassicuranti da dare in pasto a chi ci vuol giudicare, quelle un po’ sceme e leggere con cui ci rappresentiamo sui social…e tenere il vero “noi stessi” altrove, in un posto sicuro in cui far entrare soltanto poche persone fidate, quelle che non ci tradiranno. Tenendo fuori lo Stato, le Chiese e gli Zuckerberg e i Larry Page. Che sapranno pure in ogni istante dove siamo e dove andiamo, ma non sapranno mai veramante chi siamo.

E, in giorni speciali come sabato 27 giugno, ecco finalmente erompere nelle città qualcosa che non si vede quasi mai. Un fiume di persone libere e felici, fuori dagli schemi opprimenti del lavoro salariato o della disoccupazione forzata, dell’obbligo di vestirsi come è richiesto, di esser seri come è richiesto, di essere educati, proni, rassicuranti come è richiesto.

E le strade, le piazze, le vie si riempiono di gioia, di suoni felici e normalmente repressi, di stupendi arcobaleni.

Poi, pian piano, finita la festa, rifluiremo nei nostri sotterranei, lasciando sulle strade delle città le nostre immagini più grigie e silenti: quelle che non fanno preoccupare i poteri che ci opprimono e sono convinti di averci definitivamente in pugno.

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