La ricerca costante di migliorare se stessi, insieme alla ricerca della felicità, costringono il mio cervello a irrompere raramente in momenti di silenzio.

Le domande esistenziali arrivano ad una certa età.

E non ti lasciano. Sei lì, o qui, seduto su una panchina in un parco di montagna a farti massaggiare il volto dal sole, e ti accorgi che i tuoi pensieri vagano sulle cose che potresti e vorresti fare.

Guardo la cima di una montagna, le nuvole che la stringono avvolgendola come un pacchetto regalo. La vorrei raggiungere e scoprire cosa si vede da lì o come lei immagina me sulla panchina.

È questa ricerca costante di punti di vista diversi, di nuove cose da fare, di pensieri più alti e puliti che incastra il mio cervello.

La sensazione ubriacante di poter viaggiare, scoprire, conoscere, si contrappone alla routine quotidiana: domani è lunedì e si torna a lavorare.

Queste montagne rimarranno qui, certo, ma non queste nuvole. E lo scenario sarà diverso. La sua bellezza risiede nella sua mutevolezza, ovvio. Siamo sicuri di poter fare domani — un domani generico — quel che non abbiamo fatto oggi.

Ed è proprio questa certezza che vorrei abbandonare. Questa formamentis che mi porta a pensare che il mondo fuori sia lì ad aspettare noi, i nostri pensieri, le nostre scelte ed azioni, senza mutare.

Non è così e dobbiamo farcene una ragione. Domani altre nuvole intorno a questa montagna incanteranno i miei occhi, ma non saranno più le nuvole di oggi.