La conoscenza


Cominci a percepirlo in maniera attenta,

forse già nella prima adolescenza,

e ne hai conferma quando adulti si diventa,

del continuo sforzo a difendere la tua e l’altrui innocenza.


Che poi definirla difesa non è coerenza,

si avvicina di più ad una riverenza,

quel timoroso rispetto per la generale coscienza,

che lentamente e con inprudenza,

mina il fondamento della moderna società: la conoscenza.


È quando si sente la gente parlare di “quel male”,

invece di non aver remore nel pronunciare “tumore”,

nello spiegare al fanciullo ciò che si ritiene spettrale,

o all’adulto ciò che inorridisce con teatrale clamore,

ma che per la scienza non ha nulla di ancestrale,

anzi si deve affrontare con chiarezza e ardore.


È quando si disegna la morte giocare con le macerie,

una volta che i tremori della terra han portato miserie,

invece di esporre alle menti gli eventi naturali in serie,

siccome le zolle mai fermeranno le loro traiettorie,

e le acque dal cielo e dalla terra possono divenire ostili temperie,

o come il vento può portare con sé l’eco delle ingiurie,

e come sarebbe giusto ponderare strutture necessarie,

in armonia con la natura e le sue materie.


È quando si fa girare la testa al ragazzo dall’altra parte,

se lo zingaro porge una rosa o vuol leggere le carte,

scavalcando un barbone che la vita ha posto in disparte,

giudicando la donna sulla strada che pratica la millenaria arte,

inveendo contro l’ubriacone e il suo delirio alla Bonaparte,

non dando le possibili spiegazioni ad arte.


Spiegazioni sul perché l’animo umano arrivi a simili inclinazioni,

o di come la società sia portata a fare di questi soggetti segregazioni.


Come nella presentazione dell’altrui abilmente diverso,

incapaci anche gli adulti di spiegare il suo universo,

ma che forse la fantasia dell’infanzia può rendere meno avverso,

vista l’assenza del pregiudizio nel bambino che sviluppa il suo percorso.


Obiettare è facile facendo perno sulla giovinezza,

lamentando che i bambini devono essere lasciati alla propria frivolezza,

non reputandoli mai maturi per tale concretezza,

sia essa medica o naturale o sociale e portatrice di tristezza,

di fronte al tempo che dovrebbe essere dedicato alla spensieratezza.


Noi stessi sin da piccoli siamo indirizzati verso altri valori,

è vero che dello studio ce ne hanno insegnato gli onori,

ma di questi quanti finalizzati a farci vedere il mondo come indagatori?


Si reputa l’infanzia mai pronta per capire ciò che reputiamo brutto,

ma è altrettanto facile impregnarla con la logica del profitto.


“Ti devi distinguere dagli altri” dicono con convinzione,

acquisendo inconsciamente l’imprinting della competizione,

e allora si ritiene il bambino pronto e maturo senza la sua decisione.


Allo stesso tempo si evita di presentargli ciò che nella vita c’è di male,

come racchiuderlo in una fiaba dall’esito fatale,

nell’ipocrita convinzione che non si ponga mai domande sul reale.


Personalmente sono convinto che sì conoscere è potere,

ma è anche risolvere problemi e situazioni in itinere,

e più il conoscere si sviluppa in età tenere,

più gente sarà stimolata durante la crescita all’operare celere.


Vedo quel bambino tra le macerie privato dei suoi cari,

trasformare quella che con la terra è una lotta impari,

in progetti sostenibili e regolamentari,

lontani dalle logiche dei facili guadagni mobiliari.


Vedo quel bambino schiarire l’idea di quell’oscuro male,

trasformare il nero nel bianco del suo camice abituale,

magari nella figura di un ricercatore professionale,

che sacrifica la sua vita alla battaglia contro il tumore mortale.


Vedo quel bambino capire che lo sguardo girare non deve,

capire le disgrazie umane per porgere assistenza in un tempo breve,

ovunque il bisogno di aiuto diventi greve.


Vedo quel bambino coinvolgere il diverso,

farlo sentire a proprio agio e abbracciarlo nel suo universo,

promuovendolo nella società come risorsa e non come esborso,

restituendo a lui e ai familiari il tempo perso.

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