Il maggiordomo degli Szekely (Racconto breve)

― Spinga, signorino.

Tigan, maggiordomo in capo della tenuta degli Szekely, rievocò mentalmente il protocollo cui doveva attenersi. Lo conosceva bene, ma le circostanze non gli permettevano di concentrarsi. Sudava, il colletto della sua uniforme stringeva sulla pelle olivastra e attraversata dalle lunghe rughe.
Quanti membri di quella famiglia aveva fatto partorire? La tradizione era chiara, nessun Szekely sarebbe mai nato fuori da quelle mura. Lo sapeva bene, Tigan: lavorava lì da più di un secolo. Era l’oggetto più anziano presente in quella tenuta con centinaia di stanze. Ogni cosa era stata rinnovata, lì dentro: dal grammofono si era passati agli Hi-Fi, dal televisore in bianco e nero al computer, dalla poliomielite alla rigenerazione cellulare. Tigan era frutto di quest’ultimo prodigio. Non potevano fare a meno di lui, era la memoria storica degli Szekely. Solo lui sapeva gestire quel processo, dal quale dipendeva la loro sopravvivenza.

― Ci siamo! Un gagliardo diciottenne come lei non dovrebbe fare queste scene.

In realtà Tigan considerava Piotr un pusillanime, che avrebbe approfittato delle proprie ricchezze per non lavorare. Se solo avesse potuto conoscere il suo antenato, il geniale Gyorg Szekely!
Quell’uomo aveva brevettato il rimedio farmaceutico del secolo. Tigan ripensò ai racconti che Gyorg gli aveva elargito, in quei pomeriggi invernali trascorsi a lavorare sui ruvidi e impenetrabili Karpatok. Il capostipite degli Szekely era un valido tagliaboschi — professione che non aveva mai abbandonato — ma anche un luminare della biologia. Era stato proprio Gyorg a scoprire il modo di rendere immortali gli organismi cellulari, studiando i processi di rigenerazione. Strappò persino dei finanziamenti allo Stato, pur in tempi di incipiente crisi.

Lo “scienziato della montagna”, così lo chiamavano, decise di applicare le sue teorie solo per la cura delle malattie. I risultati furono incredibili e ridiedero speranza a coloro che erano affetti da patologie un tempo incurabili.
Nel suo testamento, scrisse di non aver mai aspirato alla vita eterna. Il grande passo sarebbe stato compiuto dai suoi eredi scientifici, in quanto non intendeva legare il suo nome a qualcosa che avrebbe scatenato una guerra etica. Non riponendo fiducia in Pal e Karola, i suoi due figli, aggiunse a margine che la “cavia” designata per gli esperimenti sarebbe stato proprio il fedele Tigan.
Pal e Karola crebbero viziati, dediti alla cupidigia ereditata dalla madre, che il signor Gyorg dovette sposare per “riparazione”. Quando il Grande Vecchio tirò le cuoia, il maggiordomo temette di essere licenziato e chiese lumi a Karola.
― Ma le pare? Lei fa parte del lascito di nostro padre, è un vessillo di carne che rappresenta i suoi valori. Rimarrà con noi per sempre. ― affermò con ambiguità la donna. Tigan si tranquillizzò, ancora ignaro del suo destino.

Un pomeriggio fu mandato a chiamare da Pal, il figlio maggiore. Lo fece accomodare nel suo studio privato, un evento eccezionale. Il maggiordomo capì dove volessero arrivare, gli ereditieri, con tutta quella premura nei suoi confronti.
― Arrivo subito al dunque: la volontà di mio padre va rispettata. Deve sottoporsi a una cura sperimentale. Se rifiuta, la farò cacciare dalla tenuta. E le assicuro che non troverà modo di reinserirsi nella società, perché la coprirò delle peggiori ingiurie. La mia parola contro la sua. A lei la scelta.
Tigan, già logorato dall’artrite, allargò le braccia manifestando il proprio assenso. Non sarebbe uscito da quella stanza da uomo libero. Infatti, fu sottoposto per un mese a delle strane iniezioni. Venne seguito da un’equipe di medici di fiducia, selezionati da Gyorg Szekely prima di morire.

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― Signorino, ma vuole mollare proprio ora?
Mentre si apprestava a far nascere il primo membro della quarta generazione di Szekely che aveva attraversato, Tigan ripensò a quando divenne un fenomeno da baraccone.
Un uomo immortale si poteva considerare umano? No, aveva sentenziato il prefetto, supportato dal capo della Chiesa. Per questo, il vecchio e scuro Tigan divenne formalmente un oggetto. Decadde ogni diritto e dovere civile. La proprietà sarebbe rimasta, senza discussioni, agli Szekely. E i cristiani del mondo avrebbero dovuto continuare a morire in pace.

― Ci siamo! Dove avete messo le garze pulite?

Istvanna, la fidanzata di Piotr, fingeva eccitazione. Aveva convinto quel rampollo di famiglia a farsi impiantare gli attributi femminili necessari per portare avanti una gravidanza. Quella ragazza temeva di morire di dolore durante il parto, cosa che a rigor di logica sarebbe potuta accadere più facilmente a Piotr. Ma negli alti circoli del paese era malvisto che una ragazza sotto i venticinque anni fosse costretta a deturpare il proprio aspetto per un procreare.
Tanto, nonostante l’etica avesse vietato l’immortalità, gli Szekely continuavano a sottoporsi a quel trattamento che li rendeva invincibili alla morte. Diffusero notizie false in merito alla dipartita dei membri più anziani, che invece continuavano a occupare le stanze della tenuta. Istvanna aveva giurato di non rivelarlo a nessuno, come gli altri membri “acquisiti”.

Il maggiordomo terminò l’operazione, trattenendo i conati. Non aveva mai fatto partorire un uomo. Non avrebbe mai pensato che gli Szekely si sarebbero abbassati a tanto.
Notò subito che qualcosa era andato storto. Il corpicino estratto non emise alcun vagito e Piotr fece intendere di non riuscire a respirare. Un arresto cardiaco. Dopo lunghi decenni, la famiglia riassaporò la morte. Piotr e suo figlio vennero sepolti dopo lunghe esitazioni. La catena di eternità era stata interrotta.

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Tigan entrò nella chiesa di Debrecen per assistere ai funerali privati, in mezzo a decine di persone “decedute” ma in grado di reggersi sulle gambe. Le loro pelli, tirate e grigiastre, lasciavano traspirare delle esalazioni rancide.
Istvanna, la vedova, era circondata da sguardi d’odio. Che miserabile! Avrebbe avuto la sua fetta di ricchezza senza prendersi il disturbo di occuparsi della famiglia.
“Chissà se manterrà il segreto, a patto che abbia ancora senso. ” si chiese il maggiordomo.
Non ebbe più esitazioni. Quella tipa era un’arrivista come tante altre, seppur ventenne. Col tempo sarebbe peggiorata. E nessuno in quella chiesa poteva dirsi realmente vivo, o non-stanco-di-esserlo. Ripensò con nostalgia alle lunghe chiacchierate con Gyorg, che aveva preventivato il cattivo uso che avrebbero fatto delle sue ricerche.
Così fece cadere dalle proprie tasche una fiala, che si svuotò tra le assi del pavimento. Seguì la caduta di un cerino acceso. Poi Tigan uscì e bloccò con una pala da neve le porte di quella chiesuola di legno tra le montagne, a decine di miglia dalla città più vicina. Essa divenne presto una macchia incandescente. Attirò l’attenzione dei primi boscaioli che sfidarono il freddo di quella mattinata. Ma neanche troppo; tirarono dritti, convinti di aver esagerato col distillato preso a colazione per scaldarsi.