Le condizioni (Racconto)

– Non abbiamo altro da dirci, signorina Joensen. Viste le sue condizioni… chiuderemo un occhio, ma la invito a non farci perdere ulteriore tempo. Le indagini sono in una fase di preoccupante stallo, e abbiamo bisogno di tutto tranne che di mitomani come lei.

Il commissario abbassa lo sguardo e solleva una risma di fogli, poi la sbatte sul tavolo per allinearli. Un gesto che mi ricorda quello degli speaker dei telegiornali a fine edizione. Ciò che mi stupisce non è il fatto che non mi creda, lo posso capire: ho un pessimo curriculum, dove spiccano alcuni ricoveri coatti e qualche sciocchezzuola di gioventù. Però, insomma, se adesso a quarantadue anni mi reputano in grado di badare a me stessa, non vedo perché quest’uomo debba alludere alle mie “condizioni”, senza nemmeno riuscire a trovare un aggettivo. Razza di imbecille.

Esco dal commissariato, probabilmente è stata una mattinata persa. La mia deposizione sul caso del primo e unico serial killer della storia della città non è stata nemmeno presa in considerazione. E dire che, tornando ai telegiornali, ho appreso l’intera vicenda guardando i servizi televisivi e ascoltando la radio. Ricordo alla perfezione i nomi e le storie delle (fino ad ora) tre vittime di questo assassino che sembra accanirsi contro le persone di una certa età. Sono convinta che nessun agente ha studiato e vissuto la situazione meglio di me. Ma non mi credono, l’unica “qualifica” che ho (lieve schizofrenia) non mi permette nemmeno di sostenere l’esame per la patente di guida.

Secondo le cronache la prima vittima è stata Eimi Hansen, una donna dal collo taurino. Settantadue anni, vita da nubile irrorata dai pochi soldi della pensione, un passato da infermiera. Capii subito che strangolare a mani nude un soggetto del genere poteva interessare solo ad un pazzo. O che dietro ci fosse qualche storia ignota ai più; in televisione e sui giornali si diede poco peso alla vicenda, alludendo a un fantomatico tentativo di rapina finito male. Ma a chi sarebbe venuto in mente di assassinare una pensionata poco abbiente come lei?

Ancora più singolare fu l’omicidio di Gunnbrit Heinason, vedova Jarnskor: altra signora anziana, ex segretaria oramai incapace persino di camminare autonomamente e assistita spesso da una badante. La vedova Jarnskor, a differenza di Eimi Hansen, nella vita era stata più fortunata e viveva nella zona altolocata della città. Il nesso tra le due uccisioni latita parecchio, non trovate? Eppure la modalità è stata la stessa: la signora venne strozzata e nulla fu toccato o messo in disordine. Pensate quale velo di terrore iniziò ad avvolgere i miei concittadini quando si resero conto che, tra di loro, viveva una mina vagante. Qui dove tutto è ordinario e metodico. Iniziai quasi a provare empatia per l’omicida seriale. Scherzo, ovviamente.

Poi avvenne il terzo episodio; il signor Jens Martin Arge, mite pensionato che viveva in una baracca nella vecchia zona portuale. Dedito solo alla pesca, fu ritrovato con la testa spaccata all’interno della sua piccola barca, ancora attraccata alla riva. Finalmente i mass media riconobbero l’esistenza di un “gerontocida”, come fu scioccamente rinominato.

In fondo, a me cosa dovrebbe importare di una faccenda del genere? Sono ancora lontana dalla terza età. In comune con le vittime forse ho solo la solitudine, anche se la mia è differente: non è causata dall’interruzione di un percorso cronologico, dove ai miei lati a poco a poco tutti i conoscenti cedono il passo al proprio destino di mortali. Sono sola e basta. Volendo vedere il bicchiere mezzo pieno, non ho alcuna distrazione.

In questo periodo dell’anno, fine inverno, non è facile rimettere in sesto i propri sensi, come se il freddo e il buio li avessero irrimediabilmente intorpiditi. Io, l’unica abitudine che ho è quella di percorrere la Frælsivegur nelle seconde ore del mattino, prima di pranzo. Mi piace trovarla completamente vuota, quando tutti sono al lavoro e da quelle parti non passa davvero un cane. Specie in questo periodo dell’anno.

In fondo ci sono buoni motivi per fare due passi in questo largo viale. Ad esempio, passano pochissime automobili e i cassonetti non vengono mai rovesciati. È una zona residenziale ancora da riqualificare, i palazzi sono schermati dall’altezza degli alberi e quel poco che si vede è trascurato, vilipeso dalle intemperie. Alla fine, quando ci si addentra sempre più nell’entroterra collinare, spicca la Barnaárheim. C’è un grosso cartello scrostato e arrugginito, reso pigolante dal vento incessante, che ne indica l’ubicazione. Di lì a pochi metri, oltre un parco oramai divorato dall’incuria, si erge un grosso edificio annerito da un incendio.

Nessuno mi ha mai raccontato la storia di questo luogo. Dal nome (casa dell’infanzia) posso intuire che fosse una scuola o una qualche sorta di ritrovo per minori. La parte superiore non c’è più, ma doveva essere grosso almeno tre o quattro piani. Come si calcolano i piani di un edificio in quelle condizioni? Non saprei, lo immagino e basta, come un déjà vu.

Oggi spira un vento ancora più forte del solito, che scompiglia i miei capelli rossicci. Mi si appiccicano al viso, ogni volta che arrivo qui inizio a sudare, anche se la temperatura è sotto lo zero. Mi appoggio con la schiena al cartello, la casa dell’infanzia sembra interrogarsi in merito alla mia presenza. Esattamente un’ora fa quel commissario dal fiato fetido e i bicchierini di caffè impilati sulla scrivania mi ha invitato a farmi da parte. A non parlare più.

Beh, sono di nuovo nei pressi della Barnaárheim perché cerco conferme. C’è un motivo per il quale sono andato in quel maledetto commissariato, accolta da risolini e sguardi perplessi. Accendo una sigaretta, un soffio gelido mi costringe a sprecare tre fiammiferi. Impreco sottovoce. Sento risalire quell’angoscia serpentina, che solitamente precede un attesa che si protrae troppo a lungo.

Lo vedo, stavolta non devo finire mezzo pacchetto per il nervoso.

È piccolissimo, forse avrà sei anni. Mi chiedo se non sia pericoloso, per lui, stare nell’androne di questo vecchio edificio pericolante. Il suo occhio sinistro scintilla, posso vedere solo metà del suo volto pallido — ma florido — e il vestito logoro, sporco di cenere. Vorrei avvicinarmi ma so che non posso, lui si allontanerebbe subito all’interno. Ci ho già perso la testa troppe volte, nell’ultimo mese.

Mi verrebbe voglia di salutarlo e di parlarci, a quell’età un bambino è già in grado di esprimersi con sufficiente chiarezza. Ne avrebbe di cose da spiegarmi, dannazione!

Il bello è che lui ha cominciato a farsi vedere proprio in concomitanza con la breve scia di uccisioni del gerontocida. Capite, quando due episodi così inusuali si concatenano davanti ai tuoi occhi cerchi anzitutto di razionalizzare — alla faccia di chi mi dice che non ne sono in grado — e in secondo luogo di trovare il bandolo della matassa.

Inizia a piovere grandine. Sento martellare i piccoli frammenti di ghiaccio sulla mia testa. Decido di rispettare la silente volontà del bambino, e me ne vado. Stavolta vorrei razionalizzare meglio, ma il mio livello di confusione è tale da permettermi solo di visualizzare la figura di quel pargoletto che fa capolino dalla porta.

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Eimi Hansen, la vedova Jarnskor e il signor Arge. Perdo ore e ore ricostruendo le loro vite, attraverso le scarne cronache dei due quotidiani nazionali. Stasera ho trovato quello che cercavo, e per la sorpresa ho iniziato a tremare. Sapete, alcune coincidenze in un paese così piccolo passano inosservate; come il fatto che le tre vittime, nella metà degli anni Ottanta, hanno condiviso lo stesso luogo di lavoro.

In fondo in questa città ci conosciamo quasi tutti. Stesse scuole, stessa università — per chi non espatria — e stesse esperienze. Un’infermiera, una segretaria e un addetto alle pulizie. State certi che in qualche modo riusciranno a incrociare le proprie vite, tra ventimila abitanti.

Da quando ho sedici anni, la gente è riluttante a parlare con me. Io molte cose non le so, e quelle che so mi vengono rinfacciate come frutto della mia immaginazione. Vedete cosa succede a una come me, quando va a deporre o testimoniare? Me lo sentivo che c’era un nesso tra le morti e la Barnaárheim. Sarebbe bastato che qualcuno mi avesse avvertito che quel nome è legato a un episodio inenarrabile avvenuto proprio nella metà degli anni Ottanta. Sarebbe bastata un po’ di verità.

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Io non conosco bene i bambini, ma so che spesso si divertono a prenderti in giro per capire fino a che punto possono spingersi. Se non hai autorità — e non sopporti i bambini — vedrai che non potrai relazionarti con loro in alcun modo. Siccome non sarò mai madre, decido di osare e di capire se le mie supposizioni hanno un qualche fondamento. Che poi, quando scopro di aver ragione, è una sensazione piacevole.

Anche stamattina la Frælsivegur è attraversata da pochi segnali di vita umana e molte conseguenze delle ultime intemperie invernali. Incrocio un uomo infagottato in una tuta da meccanico, mi sorride. Evidentemente ha letto in faccia la mia determinazione. Mi allarmo quel tanto che basta, e quando vedo che sale a bordo di un camioncino e se ne va tiro un sospiro di sollievo. Non voglio grane con gli abitanti della zona.

Arrivo davanti al cartello della Barnaárheim e soffio aria calda sulle mie mani intirizzite. Noto che la porta è socchiusa, e lo prendo come un invito a entrare. Non ho alcuna paura: chiaramente sono preoccupata per le sorti del bambino, non per le mie!

All’interno mi fermo per qualche secondo a osservare il cielo; è la prima volta che mi trovo in un edificio scoperchiato, e l’incendio ha parzialmente distrutto la parte posteriore. Sembra di essere in uno di quegli anfiteatri dei film con i gladiatori dell’Antica Roma, in quelle vecchie arene polverose. Alcune aree dei piani superiori sono ancora visibili, abbarbicate lungo ciò che rimane delle pareti. Intravedo una fila di lettini arrugginiti, il vento mi acceca per un attimo con una folata di terriccio umido.

Riapro gli occhi e lo vedo. Corre, ma non fa alcun rumore. I suoi passi non hanno alcun attrito con il lembo di pavimento scampato al crollo della parte superiore della struttura. Sembra che voli, ma i suoi movimenti non sono leggeri. È in preda al panico, per alcuni secondi scorgo il suo visino contorto in un urlo afono. Vorrei aiutarlo, temo che cada, ma arrivare fin lassù mi è impossibile. Le scale non sono agibili, maledizione.

Lo perdo di vista, ma sento il primo rumore che emette quel luogo. Alla mia destra c’è un ufficio, si vede chiaramente nonostante la devastazione. L’interno è stato quasi risparmiato dallo sfacelo, tanto che il bambino dondola tranquillamente sul candelabro appeso al soffitto. Mi sorride e ricambio. A differenza del meccanico in tuta, questo sorriso mi scalda il cuore e mi comunica un messaggio da interpretare.

Non appena poso i miei occhi su un brutto quadro che raffigura un uomo, col volto annerito dall’incendio, il piccolo inizia a piangere. Stavolta posso udirne il lamento, prima disperato e poi sommesso, quasi impalpabile. È troppo, non riesco a rimanere qui dentro un secondo di più. Ma prima do un’occhiata alla targhetta in ottone sotto al quadro. Bergar Knudsen, c’è scritto.

Appena esco, mi imbatto in due agenti di polizia.

– Quante volte le abbiamo detto di stare alla larga da qui? — dice quello più giovane, mentre l’altro sbuffa di noia. Onestamente non ricordo quante volte me l’hanno detto, quindi non gli rispondo e riprendo a percorrere la Frælsivegur.

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“Cronaca locale: L’incendio dell’orfanotrofio comunale Barnaárheim, avvenuto il 22 febbraio del 1974, costò la vita a 18 bambini tra i quattro e i dodici anni e il ferimento di una bambina. La vicenda portò con se degli strascichi giudiziari in merito alle negligenze del personale in servizio quel giorno; tuttavia, sia il direttore che tre inservienti vennero scagionati da ogni accusa. Come è noto, dopo oltre quarant’anni dalla disgrazia il comune non ha ancora provveduto alla completa demolizione della struttura, preferendo costruire un nuovo orfanotrofio nella limitrofa cittadina di Fylgisveinur. Tuttavia, un mese fa il nuovo sindaco Hanna Eliasen ha annunciato di voler sostenere l’onere dell’eliminazione dei resti del Barnaárheim, in vista dell’inaugurazione del nuovo golf club della zona. Oggi, in una conferenza stampa, è avvenuta la conferma del progetto.

– Bisogna lasciarci alle spalle l’assurda decisione di voler lasciare intatte quelle rovine come monumento alla memoria, perché la vita va avanti — ha dichiarato il neo sindaco.”

Non mi piacciono gli internet point, con l’angoscia di dover contare i minuti in monete. Non mi piace lo sguardo del titolare, che ha interrotto ogni attività per osservarmi con la coda dell’occhio. Lo so, oggi sono impresentabile, ma non sono abituata a tutta questa frenesia. Ma sul web le notizie arrivano prima.

A rigor di logica, sono morte tre delle quattro persone che quel giorno si trovavano all’interno dell’orfanotrofio e — come suggerisce il fatto che siano stati indagate — non sono riusciti a trarre in salvo alcun bambino. Trovo inutile tornare al commissariato per avvertire del pericolo imminente che corre Bergar Knudsen, sono certa che non mi crederebbero. Fatico anche io a credere che sia ancora vivo, più che altro perché ha novantacinque anni, e nonostante tutto vive da solo. Si possono conoscere tante informazioni sui miei concittadini semplicemente parlando con i postini e consultando il sito dell’archivio storico del comune.

Penso alle parole del nuovo sindaco: “la vita va avanti”, sostiene.

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Ammetto di non capire, adesso, l’improvvisa attenzione nei miei confronti. La mia foto è in prima pagina su entrambi i quotidiani nazionali. Fa molto freddo in questa stanzetta minuscola, ogni tanto viene a trovarmi un tizio che si presenta come un avvocato e mi dice di stare tranquilla, che nelle mie condizioni usualmente vengono concesse numerose attenuanti.

Continuo a non capire come vengano percepite le mie condizioni agli occhi degli altri. Per certi versi è buffo, sarebbe bello parlarne con i genitori che non ho mai avuto. Esattamente come il bambino della Barnaárheim, perché ora so cosa rappresenta la casa dell’infanzia. Sapete? Adesso ho molto tempo per riflettere e mi rendo conto che quello strano monello vestito, ricoperto di cenere dalla testa ai piedi, mi è piuttosto familiare. Per certi versi, continuo a nutrire una forte empatia nei suoi confronti, anche se temo di non poterlo più rivedere. So già come vanno a finire questi ricoveri.

Il pensiero di questo addio forzato mi rattrista. Per fortuna lui continua a tornarmi ossessivamente in sogno, salutandomi come se ci conoscessimo da sempre e io fossi una sua vecchia compagna di giochi. Sono strani i bambini, ma ho imparato che difficilmente stanno lì a valutare le tue condizioni prima di stringere amicizia.