Quel ristorante dimenticato (Racconto giallo)

Venerdì, 8 luglio

Mi passo una mano sul volto.

Inspiro a pieni polmoni la fresca aria del mezzogiorno invernale, lasciando scivolar via la pressante nausea che mi ha avvolto negli ultimi cinque minuti. Cinque di numero, o forse anche meno. Intendiamoci, sono venticinque anni che presto servizio qui a San Ceferino e di certo non ho più le stesse reazioni di quando ero un semplice novellino dal conato facile. Ma questo odore mi ha fatto perdere il senno, mi ha indotto a cercare riparo all’esterno per riassaporare l’ossigeno polveroso dei paraggi. Sento il cigolio della sedia a rotelle dove, tra i sassi e la terra rossa del cortile, mi sta raggiungendo Bitancort. Anche lui ha un’aria sconvolta.

«Ti capisco, ho temuto che mi venisse un capogiro», esordisce con un filo di voce.

Accendo una sigaretta, mordicchiandone il filtro a causa del nervoso. Tento di rimettere insieme i cocci di quanto, in una folata di sguardi, ho appurato una volta entrato in quel locale. Mi riferisco al Berenjena, un ristorante che chiuse i battenti nel febbraio del 1994, ovvero ventidue anni fa. All’epoca fui il primo a sapere il motivo dell’improvvisa cessazione dell’attività, in quanto purtroppo fui anche il primo a recarmi sul ruolo dell’incidente dove perse la vita il figlio del proprietario del locale.

Fu una vera tragedia, uno dei pochi avvenimenti che scossero le midolla sonnolenti della cittadina. Il ragazzo, che ritrovammo rannicchiato tra le lamiere della portiera, aveva la licenza di guida da pochi giorni. Era di ritorno da una serata di massicce bevute in uno dei casolari semiabbandonati che riempivano gli ampi spazi della campagna. Come fece a uscire di strada e a schiantarsi contro il muro di recinzione di una tenuta, passando per quei percorsi dritti e larghi, non fu un mistero: il suo tasso alcolemico avrebbe steso un manzo. Gli altri passeggeri — un suo amico e pure una prostituta che avevano caricato poco dopo la ripartenza — se la cavarono con trascurabili lesioni.

Fui io a dover comunicare la ferale notizia al padre, in quella nottataccia afosa. Don Espárrago lo conoscevo solo sommariamente, ma era una delle persone più in vista di San Ceferino. A quei tempi era un signore di mezza età, aveva aperto il Berenjena da circa un lustro dopo aver lavorato a lungo come cuoco nelle località costiere. L’idea di mettersi in proprio era stata un successo, qualcuno arrivava persino dalle regioni limitrofe per recarsi in quel luogo e provarne le specialità. Lui accoglieva i clienti sulla soglia, con un ampio sorriso incorniciato da baffetti anacronistici e un taglio di capelli che pareva uscito dalle pellicole hollywoodiane degli anni Cinquanta. Sorridevo pure io, quando lo incrociavo; quella figura barocca, avvolta da un alone circense, metteva una curiosa allegria.

Ammetto che mi trovai in grossa difficoltà, quella notte: come riferire il decesso del giovane a una figura che mai, nella mia esistenza, avevo visto meno che gioviale? Si trattava di una notizia netta, secca, delineata al punto da non richiedere alcun tipo di indagine o approfondimento. Eccezion fatta, sia chiaro, per alcuni banali dettagli che riguardavano le bravate di Jacinto, il suo giovane e annoiato figliolo.

Alla fine don Espárrago non reagì affatto. Mi accolse in braghette, si era appena coricato dopo un’intensa serata di lavoro. Arruffato e gonfio di stanchezza, rimase pietrificato e i suoi sospiri vennero subissati dalle grida della moglie, che aveva udito le mie balbettanti e confuse parole scendendo dalle scale del piano di sopra. La donna resistette al dolore solo quattro giorni, prima di imbottirsi di tranquillanti e raggiungere il suo unico figlio nell’altro mondo. Di don Espárrago, poi, non si seppe praticamente più nulla. Il Berenejena non venne mai riaperto; nessun baccanale, nessun matrimonio e nessuna cena goliardica di qualche classe di studenti vivacizzò più le mura giallo ocra del ristorante.

Si sa che le tragedie passano, il loro eco occupa le colonne dei quotidiani quel tanto che basta per riempire il vuoto prima che avvenga qualcos’altro; in quell’anno, per esempio, dovetti occuparmi di una pericolosa faida tra due famiglie di contadini che si contendevano l’accesso a una falda acquifera. Un tema che attirò l’attenzione della stampa locale come una calamita, piantando un manto d’oblio sul resto. Del Berenjena e del suo proprietario si parlò sempre meno, tanto che quel luogo divenne una specie di reliquia protetta dagli stessi abitanti di San Ceferino, i quali — anche per mera scaramanzia — non fecero pazzie per assicurarsi la proprietà del terreno in questione.

Torno con la coscienza alla realtà.

Bitancort si guarda intorno, non ha alcuna intenzione di tornare là dentro. Siamo finiti nel Berenjena dopo una telefonata anonima giunta nella notte, che ha informato il piantone del commissariato di alcuni forti rumori uditi all’interno del vecchio ristorante. Li conosco i miei agenti. Sicuramente avranno preso con le molle una faccenda del genere; la fantasia di un monello poteva aver ispirato una bravata di poco conto, e da queste parti i visionari troppo suggestionabili sono sempre pronti ad allertare le autorità. Ma stamattina, quando ho saputo della chiamata, mi sono deciso a venire per dare un’occhiata di persona. Forse solo per godere dei primi, timidi raggi di sole al termine di una settimana cupa e ventosa.

Poco fa, giunti sul posto, io e Bitancort avevamo notato che il terriccio di fronte all’ingresso era stato violato da alcune impronte. Un dettaglio che già costituiva un fatto inusuale; negli anni non si era mai registrato un tentativo di introdursi all’interno del Berenjena. La porta dell’ingresso era però semichiusa, e guardandoci negli occhi decidemmo che non avremmo potuto esimerci da effettuare un’ispezione.

Mai, nella mia vita, avrei pensato di metter piede nel vecchio locale di don Espárrago.

Il fortissimo odore di chiuso ha reso difficoltosa la respirazione. I tavoli del locale erano ancora apparecchiati, coperti da uno spesso manto di polvere e ragnatele. Alcune ceste, che un tempo dovevano contenere frutta o qualche altro materiale organico, erano piene di una poltiglia nera che emanava rancido. Nella fioca luce che penetrava dalle finestre, si scorgevano persino delle forme di pane annerito e forato dall’azione degli insetti. Nella penombra, inoltre, si intravedeva un grosso acquario ricolmo di acqua stagnante.

Passato lo shock della “profanazione”, lo vedemmo.

Giaceva sul fianco, con le gambe leggermente piegate in direzione della cassa, alla sinistra dell’ingresso. Indossava un giacchetto nero e logoro, dei pantaloni jeans e delle scarpe di tela da quattro soldi. Il viso era stato maciullato da un oggetto contundente, ancora non rinvenuto, allo scopo di rendere il cadavere irriconoscibile. Intento che era riuscito in pieno. Cinque minuti erano passati dal nostro ingresso, e tossendo mi ero già diretto verso l’uscita di quel purgatorio abbandonato, dove qualcuno sembrava aver messo in pausa il proiettore che ne susseguiva le scene quotidiane.

-

Ecco la scientifica.

Se la sono presa con calma, la vettura del medico legale fa capolino dopo le due del pomeriggio. Noi ci siamo mossi solo per andare a pranzare in una trattoria vicina, anche per fare qualche domanda agli abitanti della zona. Nessuno ha riferito di movimenti sospetti nella notte, e tendo a crederci: il sincero stupore per l’assurda vicenda è stato percepibile in ogni loro espressione.

Il dottor Revelez scende dall’automobile, ci saluta con un’alzata di mento e si dirige all’interno del Berenjena a capo chino, seguito da tre figuri in giacca e cravatta. Come sono diventati teatrali. Tuttavia non ci vuole un indovino per stabilire le cause della morte, semmai ci sono da fissare alcune circostanze contingenti. Il medico esce dopo pochi minuti, ed essendo chiamato in causa in tutti gli omicidi della prefettura ha uno stomaco più forte del mio. La sua faccia non lascia trasparire alcuna emozione.

«Mi pare evidente, l’hanno ammazzato stanotte. Nel portafogli ci sono i documenti, l’assassino si è tanto adoperato per cancellargli i connotati ma si è scordato di rovistargli nelle tasche. Non c’è altro, commissario», afferma tirando su col naso a causa di un incipiente raffreddore.

Alzo il pollice in direzione di Bitancort, il caso sembra avere un punto di partenza. Abbandono il capannello degli assistenti del medico legale e mi affaccio — senza rientrare, per l’amor di Dio — a una delle finestre laterali del ristorante. A chi può essere saltato in mente di utilizzare questo posto come scenario di un delitto? Isolato dal centro com’è, in effetti sarebbe il luogo ideale per nascondere un corpo scomodo; ma se il fracasso della colluttazione ha indotto qualcuno dei vicini e dei passanti a contattare la polizia, significa che non c’è stata l’impellenza di passare inosservati. Difficilmente scopriremo chi ha chiamato: sembra incredibile, ma da queste parti sono ancora attive alcune vetuste cabine telefoniche.

Tornato in commissariato, attendo che mi vengano recapitate le generalità della vittima. La mia curiosità è pari solo alla voglia di fare giustizia, d’altronde il tasso di omicidi di San Ceferino è quasi nullo.

Bitancort entra nell’ufficio con una fotocopia, che poggia sulla scrivania senza fare commenti. Il corpo nel ristorante è quello di Gustavo Acevedo, un quarantunenne che risulta essere residente a Torre de Carnero; disoccupato, nella foto del documento s’indovina la stessa trasandatezza che caratterizza il suo abbigliamento. Torre de Carnero si trova a due ore e mezza di viaggio in auto da qui, si tratta di uno dei tanti poli portuali fagocitati dalla modernità e ora meta dei turisti in cerca di un alloggio economico e tranquillo. Acevedo però è nato proprio qui a San Ceferino, e chiedo a Bitancort di verificare quando aveva lasciato la sua città natia per trasferirsi a Torre de Carnero.

«Forse non è necessaria una ricerca, commissario. Poco fa ha telefonato quel giornalista e ha lasciato intendere di avere alcune informazioni da darle. Arriverà in tarda serata», mi risponde.

In tarda serata? Figuriamoci. Non ho alcuna intenzione di attenderlo e per questo compongo il numero “di quel giornalista”, come lo chiama Bitancort. Si tratta di un vecchio reporter del quotidiano locale, memoria storica del paese. Quando non si incaponisce a mettere i bastoni tra le ruote con la propria invadenza è in grado di fornire qualche indicazione utile, permettendomi di penetrare l’omertà della popolazione locale.

Il giornalista mi risponde subito.

«Salve. Mi vorrebbe dire che non ricorda nulla?» chiede con tono sornione. Gli piace sapere di avere un minimo potere sulle sorti delle indagini.

«Eh no. Vada al sodo», replico asciutto, tentando di celare l’irritazione.

«Quell’Acevedo era il compare del figlio del proprietario del Berenjena. L’amico che è uscito quasi illeso dall’incidente. Ha presente?»

Ha ragione. Inizio a perdere colpi? Fatto sta che quel nome, nell’immediato, non mi aveva acceso alcun campanello. Certo, bisogna dire che anche questo Acevedo aveva fatto perdere le proprie tracce dopo l’incidente del 1994. Ricordo che si limitò a deporre la sua versione dei fatti, ovvero che quella notte Espárrago junior si era scolato birre e acquavite come se non ci fosse un domani e aveva rifiutato di rimanere a dormire presso il casolare abbandonato, assieme agli altri compagni di baldoria. Acevedo, con notevole incoscienza, si era premurato di salire in macchina con lui in quanto non voleva lasciarlo solo in quelle condizioni; precisò anche che fosse stato proprio l’amico a fermarsi e a decidere di accettare gli inviti di una prostituta intravista sul ciglio della strada.

L’ormai defunto compare di Jacinto Espárrago ammise di non ricordare molto dei minuti successivi, a causa delle conseguenze dell’impatto. Non aggiunse altro e non venne incriminato di nulla, rimase lontano dai guai al punto che oggi nemmeno sono stato in grado di ricordare le sue generalità. Decido di approfittare del “database mentale” del giornalista per saperne di più.

«Ascolti, Torre de Carnero è nei suoi radar?»

«In che senso?»

«Sa cosa faceva Acevedo da quelle parti?»

Ecco fatto. Sento di nuovo il risolino del giornalista, che ora pretenderà quanto meno un costante aggiornamento sugli sviluppi dell’indagine. Questo tipo è stato capace di far dimettere un sindaco e almeno cinque assessori comunali, è una volpe in piena regola.

«Un mio collega del posto ha riportato la notizia della sua morte sul sito del suo quotidiano. Pare che Acevedo fosse uno sbandato, senza fissa dimora, e che campasse con piccoli lavori di manutenzione presso gli stabilimenti balneari. A onor del vero, non è stato mai pizzicato a fare qualcosa di illecito.»

Le sue parole non mi colpiscono molto, sto già rimuginando su altro. Non può essere una coincidenza: quell’uomo è morto nel locale del padre del ragazzo col quale aveva condiviso una terribile esperienza. Dev’esserci un nesso logico, e bisogna anche chiarire i motivi che lo hanno riportato a San Ceferino. Congedo con un grugnito il giornalista e chiudo la comunicazione.

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Questa sera la notizia dell’omicidio è l’argomento principale dei media locali.

Ha trovato spazio persino nel telegiornale nazionale, dove si precisa a più riprese che a morire è stato un povero clochard. Le cose non stanno esattamente così e il dettaglio dell’incidente del 1994 non viene nemmeno sfiorato dallo speaker. Insomma, il caso potrebbe rimanere nei confini locali: le beghe del nuovo governo, la recessione e il grande scandalo bancario indignano già a sufficienza le ridotte risorse di cognizione della nazione.

Come ogni venerdì, mi reco a cena da Bitancort. Rimasto con le gambe paralizzate a seguito di ictus che lo ha colpito a soli ventinove anni, vive da solo in un’anonima palazzina di periferia. Nato nella capitale, ha ottenuto i migliori risultati dell’accademia di polizia ma a causa del suo stato di salute non ha mai ricevuto il distintivo, venendo comunque inserito come consulente per le indagini. In teoria è qui a fare la gavetta, ma ho come l’impressione che lo abbiano parcheggiato e dimenticato. Non è certo la prospettiva ideale per Bitancort, che deve fare buon viso a cattivo gioco e approfittare del tiro di dadi del destino per attingere dalla mia esperienza. Lo ammetto, da quando me lo hanno mandato l’ho preso sotto la mia ala protettrice e negli ultimi tempi nutro una certa preoccupazione nei suoi confronti. Lo vedo sempre più malinconico, alle prese con l’opprimente solitudine amplificata dalla sensazione di trovarsi in questo crocevia di diecimila anime privo di attrattive.

Le cene del venerdì, da un anno a quella parte, sono divenute un classico irrinunciabile. D’altronde anche io sono solo, e questo giovane collega è una via di fuga perfetta dalle serate a base di vecchi telefilm, partite di calcio e lunghe consulenze telefoniche con altri commissari della regione. Porto una bottiglia di Tannat e due pizze, le nostre cene si basano su quello. Ho smesso di fare battute sui piaceri di una vita senza complicazioni sentimentali, comincio a non crederci più nemmeno io. Mangiamo in silenzio nella scarna sala da pranzo dell’abitazione, che per ovvi motivi è sita al piano terra. Come immaginavo, è Bitancort a palesare la necessità di parlare dell’omicidio del Berenjena. Il suo cervello è sempre calibrato in ottica lavorativa.

«Ti sei fatto qualche idea? Per certi versi è un fatto inquietante.»

Affiora in me un pensiero che forse con l’indagine c’entra poco.

«Trovo inquietante che a nessuno interessi molto, questo omicidio. Non ho ricevuto comunicazioni dalla prefettura, e nemmeno dal commissariato di Torre de Carnero.»

Lui annuisce, stupito dalla mia risposta.

«Che fine ha fatto il proprietario del Berenjena?» mi chiede.

Bella domanda.

Adesso percepisco ancora di più il peso del tempo che è passato e la croce che è stata messa su quella faccenda. Don Espárrago, perso un figlio e la moglie, non aveva più lasciato tracce ufficiali della propria esistenza: nessuna multa, nessun ricovero, niente del genere. Si sapeva che non viveva più nella sua abitazione, che a differenza del ristorante era stata venduta in un baleno. Sforzandomi di ricordare, mi torna in mente qualche discussione con dei miei conoscenti, che anni fa mi dissero che don Espárrago era tornato a vivere a Gaviota, località dove era nato.

«Secondo me, dovremmo informarlo di quanto è avvenuto nel suo vecchio ristorante», asserisce Bitancort.

«Senz’altro, è la prassi. Ma ho come l’impressione che sia meglio recarsi da lui personalmente», replico di getto.

Il mio collega aggrotta le sopracciglia. Vorrei esprimere un concetto che mi resta intrappolato in gola, ovvero che non me la sento di comunicare a don Espárrago quanto è accaduto oggi via telefono. Tanto tempo fa trovai il coraggio di andare da lui nel cuore della notte per dargli la notizia più brutta della sua vita, e ora affrontare quell’uomo attraverso un freddo mezzo della tecnologia mi appare fuori luogo.

«Non guardarmi così, Bitancort. Affronteremo questo caso alla vecchia maniera e ce la sbrigheremo io e te. Da quando sei qui, l’episodio più grave che è successo è stato il furto al distributore automatico di patatine.»

Sabato, 9 luglio

Secondo il Comune di Gaviota, don Héctor Espárrago non esiste.

O meglio: nel 1997 risulta che abbia affittato un vecchio rifugio di pescatori a pochi metri dal mare, ma che le utenze del gas, dell’energia elettrica e del telefono gli siano state staccate nel giro di pochi mesi. La sua esistenza è stata messa in mora. Apprendo queste informazioni direttamente dalle autorità. Sono qui di fronte al commissario locale, è ora di pranzo e dal suo atteggiamento capisco che non averlo avvisato del nostro arrivo è stata una pessima idea. Tento di eludere la sua cortina di ostilità, temendo che possa mordermi.

«Possibile che sia irreperibile?»

Mi guarda stranito.

«Certo che è possibile! In quella zona della costa ci sono un centinaio di baracche, dove bivacca un numero imprecisato di sfaccendati.»

Nel riferirmelo, pare che cerchi di instaurare una linea di complicità. Il suo modo di fare mi indispettisce, vuole trasmettermi che non vale la pena di affondare le mani nelle beghe della popolazione più povera. Ho già capito che tipo è, il commissario di Gaviota.

«Tuttavia, non esiste un elenco con gli abitanti del porto e dei proprietari di quei bugigattoli. Ormai è passato il tempo del traffico dei marinai, e non abbiamo alcuna intenzione di ficcare il naso nelle faccende di quei poveracci. Non vogliamo spezzare l’equilibrio, mettiamola così», conclude sibillino, aprendo i palmi delle mani.

Senza dubbio ignora il passato della persona che sto cercando. Saluto l’esimio collega e mi avvio verso il porto, con Bitancort che mi segue con aria perplessa.

Gaviota ha l’aspetto di una nobile decaduta. Gli eleganti edifici del centro, di stampo coloniale, sono malridotti e necessiterebbero di una radicale restaurazione. Alcuni luoghi di nuova costruzione, come gli alberghi e il centro commerciale, stridono con l’appassimento che si scorge muovendosi verso la zona portuale. La spiaggia è deserta, la stagione delle vacanze è ben lontana. Non è difficile individuare le baracche citate dal commissario, ma immagino sarà ben più arduo trovare don Espárrago.

I vecchi rifugi dei pescatori circondano il molo principale, dove sono attraccate appena una decina di logore imbarcazioni. Bitancort, con i ricci gonfiati dalla brezza, mi indica le prime forme di vita che si aggirano tra le abitazioni. Come ci aveva informati il commissario del posto, si tratta di persone che vivono alla giornata. A me non pare che si tratti di delinquenti, come pareva volesse farmi credere; secondo me sono persone che, a causa della progressiva scomparsa delle attività portuali, hanno perso il lavoro e si ritrovano con un pugno di mosche in mano. Anche Gaviota si è convertita in un distretto amministrativo, dove pochi funzionari e burocrati vivono nell’agio mentre il resto della “corte” deve accontentarsi delle briciole.

Cerco di attirare l’attenzione di due giovani che stanno trafficando con un motorino in una specie di officina improvvisata tra le baracche, ma non mi degnano di uno sguardo. Capisco che per loro gli intrusi sono sinonimo di poliziotti o altri guai. È una reazione più fiera che arrabbiata, immagino siano abituati a non avere grane e a non crearne.

Dopo un’ora che giro sembrerebbe che nessuno abbia voglia di parlare, hanno fiutato l’odore dello sbirro che non posso di certo celare. Ma ho ancora una possibilità, me lo sono tenuta alla fine. Durante il mio giro di domande, ho notato che un anziano seduto fuori da una baracca grigia mi ha seguito con lo sguardo. Indossa un basco, e sotto di esso si delinea un profilo rugoso e dal naso imponente. Avrà superato gli ottanta, e spero che almeno lui non abbia nulla da nascondere. Mentre ci avviciniamo, vedo che un sorriso obliquo attraversa il suo volto.

«Salve. Sono il commissario Zumaran e questo è il mio assistente, il dottor Bitancort.»

Decido di partire a carte scoperte, oramai l’intera Gaviota sa che due strani forestieri stanno facendo domande. L’anziano mi guarda, annuisce e orienta il proprio corpo in direzione del mare. Mette le mani a piramide sotto al naso e inspira profondamente.

«Perché lo state cercando?»

Ha già capito. La sua voce, profonda e calma, sembra chiamare a rapporto un folto gruppo di gabbiani che gli si avvicina. Forse hanno scambiato quelle parole per un invito a pranzo, e a scanso di equivoci il vecchio estrae dalla giacca una busta di carta dalla quale estrae piccoli pezzi di pane raffermo.

La sua domanda è più che lecita, e so bene che tirare fuori il distintivo in questi casi non serve a nulla.

«Si tratta di una faccenda che riguarda il passato», lo informo.

Lui scuote il capo, senza smettere di nutrire i volatili.

«Allora no, sono desolato. Vi invito ad andarvene.»

La sua reazione non mi stupisce. In fondo, se udendo da lontano alcuni brevi scambi di battute ha capito che stiamo cercando don Espárrago, significa che deve conoscerlo piuttosto bene. Al punto da sapere che quell’uomo potrebbe non avere alcuna intenzione di rivangare storie risalenti alla propria precedente esistenza, oramai disintegrata.

«Sono qui in vesti informali, capisce? Ieri stato rinvenuto un cadavere all’interno del vecchio ristorante…» provo a insistere.

L’anziano si alza, costringendomi a interrompere lo sproloquio.

«Posso garantire che ieri lui non si è mosso da qui. Anzi, credo che siano più di vent’anni che non torna a San Ceferino», afferma senza enfasi.

«Infatti non abbiamo intenzione di accusarlo di omicidio. Il nesso tra lui e questa faccenda riguarda la vittima e il luogo dove è avvenuto il fatto. Soltanto don Espárrago può darci delle indicazioni, perché il morto era amico di suo figlio.»

Alle mie parole, stavolta il vecchio scatta. La sua schiena si raddrizza, gli occhi si vivacizzano al punto che posso togliere almeno dieci anni alla mia impressione anagrafica iniziale.

«Sono lunghi anni che Héctor attende giustizia. In tutto questo tempo, nessun cane si è interessato alle sue condizioni.»

Héctor.

Lo ha chiamato col nome di battesimo, che io stesso ignoravo fino al momento in cui mi erano state fornite le sue generalità dal commissario di Gaviota. Non mi sbagliavo, i due si conoscono alla perfezione. Ora mi chiedo cosa intenda quest’uomo con la sua richiesta di giustizia.

«Ne sono consapevole. Ma sa bene che don Espárrago, dopo la morte del figlio, non…»

«Scuse, solo scuse!» mi interrompe di nuovo.

Bitancort si volta per non vedere l’umiliazione che sto subendo. In condizioni normali, se fossi un poliziotto senza tempo da perdere, potrei consegnare questo ottuagenario al commissariato per interrogarlo. Ma ho bisogno di un confronto da uomo a uomo, in quanto stanno emergendo dettagli che non mi sarei mai aspettato. E poi, costringere la gente a parlare non rientra nel mio modus operandi.

Mi avvicino all’anziano, che ha perso ogni interesse nei miei confronti. Scruta il molo, forse ripensando ai tempi in cui a Gaviota c’era più movimento e i punti nevralgici del porto pulsavano di vita. Io invece sto riflettendo su cosa possa esserci sfuggito, in quel febbraio del 1994. Don Espárrago non era un cittadino qualunque, e non riesco a capire in quale direzione avremmo dovuto muoverci. All’epoca ero meno esperto, ma forse anche col senno di oggi avrei archiviato quell’incidente per quello che sembrava: una disgrazia causata dalla sbronza di un irresponsabile.

Mi rivolgo a lui per un’ultima volta.

«Qualsiasi cosa accadrà, non potrò riportare in vita quel ragazzo. Ma non è mai tardi per fare chiarezza, se necessario. Mi faccia parlare con don Espárrago. È giusto che sia lui a decidere.»

Attendo speranzoso. Quest’uomo ha il potere di farmi tornare bambino. In teoria potrebbe essere mio padre, tanto è anziano. Per fortuna si gira e, con fare indulgente, mi fa cenno di seguirlo.

-

L’odore del cherosene copre quello del mare.

Le baracche sono disposte su un’unica fila, ma dietro di esse ne è stata eretta parallelamente un’altra decina. Il vecchio mi scorta fino a quella più remota, che si differenzia dalle altre per la presenza di un grosso arnese per grigliare a pochi metri dalla porta d’ingresso. Le pareti presentano delle “toppe” di metallo ondulato rozzamente inchiodate.

«Questo è il suo nuovo ristorante. Cucina per noi, cucina quello che riusciamo a portargli. Sia chiaro, non possiamo pagargli nulla, l’unica ricompensa che accetta è il cibo stesso che gli chiediamo di preparare.»

In poche parole, appuro che il Berenjena si è trasferito clandestinamente a Gaviota ed effettua un servizio-mensa per i poveri del paese. In fondo ci sta che un uomo distrutto dal dolore possa prendere una decisione del genere. Nella mia testa riecheggiano le parole dell’anziano: “nemmeno un cane, in tutti questi anni, si è interessato alle sue condizioni.”

Bitancort stamattina era piuttosto scettico, ma ora lo vedo più vigile. Mi ha seguito perché non poteva fare altrimenti, ma in cuor suo non nutriva alcuna speranza di trovare realmente don Espárrago. Adesso mi guarda ammirato, forse persino emozionato al pensiero di vedere quest’uomo scomparso da anni.

Il vecchio bussa alla porta.

«Héctor! Qualcuno ti vuole parlare.»

«Molto bene! Sono arrivate altre acciughe, vero?»

La porta si apre e in quel momento mi preoccupo della sua reazione, esattamente come in quella notte di ventidue anni fa. Quasi mi rammarico di non avere acciughe con me. Lui è comprensibilmente malmesso: indossa una camicia azzurrina e dei pantaloni marroni che gli fanno le borse alle ginocchia. Porta dei mocassini tutt’altro che invernali e ho l’impressione che abbia trovato un curioso compromesso tra la miseria e la necessità di non perdere l’antico stile che lo contraddistingueva. I suoi occhi sono affossati in un’ombra di stanchezza. Non c’è alcun sorriso possibile. Il suo collo flaccido sembra non possa sostenere il peso della sua testa, leggermente inclinata verso sinistra e forse contratta da una forma di cervicale.

«Cosa volete, commissario?»

Mi ha riconosciuto, il che significa che è ancora lucido nonostante l’aspetto dimesso. Lo informo dell’accaduto, soppesando le parole al fine di non lasciargli sorgere il dubbio che voglia accusarlo della morte di Gustavo Acevedo. Anche questa volta don Espárrago non reagisce, ma noto che sta perdendo l’equilibrio.

«Le sue ossa sono a pezzi», sospira sottovoce l’anziano.

Don Espárrago si appoggia alla carrozzina di Bitancort, come se volesse condurlo da qualche parte. Nonostante il fresco, noto che sta iniziando a sudare.

«Sia maledetto quell’Acevedo!» inizia a ripetere.

«Ancora mi tocca sentir parlare di lui», aggiunge dopo qualche minuto. Sotto al cielo plumbeo di Gaviota il tempo sembra scorrere molto lentamente, tanto che le lunghe pause di Don Espárrago non costituiscono un elemento di disturbo. Non che San Ceferino sia più animata, s’intende; ma forse, qui la presenza del mare e delle storie dei marinai ha conferito al patrimonio genetico degli abitanti una lentezza e una capacità di ascoltare piuttosto peculiari.

Don Espárrago è nato qui. Si capisce che a Gaviota si sente maggiormente a suo agio; davanti al Berenjena, pareva il presentatore di un freak show. Ora me lo ritrovo con la pelle imbiancata dalla salsedine e le mani annerite dalla carbonella.

«Quell’animale è sopravvissuto, il mio Jacinto no.»

«Se la sente di raccontarci dettagli maggiori su quella notte? Ha idea di chi possa aver ucciso Acevedo?» chiede Bitancort in tono conciliante, per metterlo a suo agio.

L’uomo fa segno all’anziano di allontanarsi, il quale obbedisce e se ne va salutandoci con un accenno di alzata di basco. Héctor Espárrago ci invita dentro la sua baracca, dove una lampada a olio funge da fonte di illuminazione e non vedo altro che un tavolo, tre sedie, un mazzo di carte, una vecchia brandina e una pila di vestiti ammucchiati in una cesta.

Si siede e si versa del mate, senza offrircelo.

«Premetto che non ho idea di come quel verme sia finito nel mio vecchio locale, né del perché lo abbiano ucciso.»

“Peccato”, penso subito. Attendo che prosegua.

«Ma si sa, le maledizioni tornano. Dopo la morte di mia moglie, non ero più padrone delle mie azioni. Avrei potuto farlo fuori io, non avevo nulla da perdere, ma decisi di abbandonare quel proposito e andarmene. Non avrei saputo elaborare un lutto del genere rinchiuso dentro a una cella.»

«Non ci ha ancora spiegato il motivo del suo astio verso Acevedo», lo interrompe Bitancort.

L’uomo stringe forte la tazza di mate, facendola vibrare tra le assi del tavolo.

«Mio figlio non era tipo da ubriacarsi in quel modo. Avevo cresciuto Jacinto nel timore di Dio, figuriamoci se si sarebbe mai fermato ad abbordare donne di strada. E so con certezza che poco prima di morire aveva… diciamo una simpatia, peraltro ricambiata, con la figlia di Elduayén, quello che aveva il negozio di cartoleria sull’Avenida de Bronce.»

Sorseggia la bevanda alcolica per farsi coraggio.

«Avevo proibito a mio figlio di frequentare Acevedo. Era un suo compagno di classe, e non mi piaceva affatto. Volevo tenere lontano Jacinto dalla solita vita dei ragazzi della città, che si abbrutiscono in quel modo…»

Singhiozza, sta per iniziare a piangere. Ma quando percepisce che sto per dargli una pacca sul braccio, mi fissa con durezza e riprende a parlare ad alta voce.

«Non era lui al volante quella notte. Non è stato Jacinto a schiantarsi contro quel muro.»

È un’affermazione forte, oramai impossibile da appurare. Mi sembra anche poco plausibile, in quanto vidi con i miei occhi che il corpo del giovane era incastrato tra la portiera e il cruscotto. Forse don Espárrago sta vaneggiando, il dolore ha compromesso i suoi ricordi e il suo modo di ragionare.

«Purtroppo devo contraddirla, non ci sono dubbi sul fatto che il responsabile dell’incidente sia stato suo figlio.»

«Davvero? Ma Jacinto era in uno stato di tale alterazione da non essere in sé. È stato indotto a bere fino a ubriacarsi e causare quella disgrazia. Il vero Jacinto non si sarebbe mai ridotto in quelle condizioni. Ma lei, questo, non lo può capire.»

In effetti, non capisco. Per quale motivo qualcuno avrebbe voluto causare un fatto del genere? Men che meno Acevedo, il quale si offrì volontariamente di accompagnarlo a casa.

Bitancort tossicchia, vuole attirare la mia attenzione. Scuote il capo guardando la piccola finestra quadrata che dà sulla stradina, è chiaro che per lui questa discussione è un vicolo cieco dove si sono imbottigliati un testone e un uomo fuori dal mondo. In fondo, ammesso che le sue parole siano vere, non saprei dove andare a parare. Acevedo all’epoca dichiarò di non ricordare dove si trovasse esattamente il casolare dove si svolse la festa, e dei nomi dei partecipanti neanche a parlarne. Prima di ringraziare e andar via, provo a chiedere un’ultima cosa.

«Don Espárrago, davvero lei non ha idea di come ieri sera Acevedo possa essere finito nel suo ristorante?»

«No, commissario. E, in tutta franchezza, non me importa assolutamente nulla.»

Martedì, 12 luglio

Riaggancio il ricevitore con un senso di rabbia insopprimibile.

Il prefetto mi ha tenuto mezz’ora alla cornetta solo per chiedermi per quale ragione fossi andato a Gaviota per — tra le righe — rompere le scatole al commissario locale.

«Zumaran, sarebbe bastato telefonargli. Quel suo collega si è lamentato del suo tono fermo, quasi minaccioso. È questa la maniera di fare?»

Sono basito. Se il commissario di Gaviota si lascia intimidire da una richiesta formale, immagino che i malavitosi di quel centro abitato stiano vivendo una cuccagna perenne. Ma le lacune di quel tizio non mi interessano, a indispettirmi è stato il fatto che il prefetto non mi abbia domandato nulla riguardo il caso Acevedo. In altre parole, l’indagine andrà avanti solo se sarò io a insistere. Cosa che intendo fare, chiaro.

È ora di pranzo, oggi Bitancort è di riposo e si prospettano un paio d’ore di noia. Qualche agente è fuori dalla centrale, pare che a don Bergara abbiano di nuovo tentato di dar fuoco alle stalle dove tiene i suoi preziosi cavalli da corsa. Chissà, forse prima o poi don Bergara capirà che il losco mondo delle corse non è adatto a un ex bancario in pensione, e che dovrebbe godersi il crepuscolo della vita badando ai nipotini e non agli equini. La faccenda del Berenjena, invece, sembra già destinata all’archiviazione dopo pochi giorni. Nessuno ha reclamato la salma, nessuno si è fatto vivo per testimoniare qualcosa. Ormai sono destinato a muovermi sul filo della memoria, e sono consapevole che per sbloccare la situazione mi tocca fare un passo che avrei preferito evitare.

Sono stato nominato commissario di San Ceferino nel marzo del 1991, dopo undici anni di servizio nella capitale. Mi aspettavo un trasferimento, ero sempre stato convinto che senza alcuna protezione politica mi avrebbero relegato in una città periferica. Tuttavia, si trattava pur sempre di una promozione. Tra le prime persone che conobbi qui posso citare padre Douksas. Pochi giorni dopo il mio insediamento inviò un telegramma in commissariato, facendomi i complimenti per la nomina e affermando che gli avrebbe fatto piacere incontrarmi. Accettai e decisi di andarlo a trovare presso la sua parrocchia di competenza, che peraltro è la principale di San Ceferino ed è tuttora gestita da lui.

Padre Douksas all’epoca non mi fece una grande impressione. Minuto, scuro di capelli e stempiato, pareva un modesto impiegato che per Carnevale aveva deciso di indossare l’abito talare. Tentò di farmi un discorso sull’importanza del mio ruolo e sulle scarse prospettive che la città offriva, inducendo molti a rifugiarsi nei vizi e nella depressione. Lo trattai con sufficienza, tagliando corto e dileguandomi il prima possibile. Chissà perché, dopo quel telegramma mi ero fatto l’idea che si trattasse di un “prete da trincea” su cui fare affidamento, ma accantonai presto l’ipotesi. Da quel giorno ci siamo solo scambiati freddi convenevoli e una volta, intervistato da “quel giornalista”, lui affermò di reputarmi un commissario di poco polso.

Insomma, io e questo uomo di fede ci siamo sempre stati formalmente antipatici. Senza contare che la mia repulsione per l’incenso e le funzioni ecclesiastiche non si è ancora affievolita. Ma lui è nato e ha sempre vissuto qui, e don Espárrago mi ha confidato di aver cresciuto suo figlio Jacinto nel “timore di Dio”. Ergo, di avergli fatto frequentare la Chiesa, e una famiglia in vista come la loro probabilmente rendeva omaggio all’Onnipotente proprio nella parrocchia più importante.

Raramente sono entrato nella Iglesia de San Guillermo. A vederla da fuori nemmeno sembra un luogo di culto, ma una fabbrica in disuso sulla quale hanno dipinto qualche immagine sacra. Dentro invece si avvicina molto di più all’immaginario di una chiesa, con le statue dei santi, una reliquia e i suoi bei banchi di legno lucido e immacolato. Lì dentro c’è anche padre Douksas, che ha appena finito la messa di mezzodì. Attendo pazientemente che i fedeli si allontanino ed entro, intravedo il parroco che sta discutendo amabilmente con due anziane signore. Non lo vedo da un po’, noto che a parte un ingrigimento delle tempie non si direbbe che sta per essere mandato in pensione. A me è rimasta solo una corona di capelli bianchi, e senza dubbio sembro più anziano di lui. Aldilà di questi dettagli, studio il suo comportamento quando si rende conto della mia presenza. Caccia fuori un sorriso preoccupato, mi viene da ridere al pensiero che abbia qualche peso sulla coscienza e che tema di finire nei pasticci.

«Salve padre, avrei bisogno di parlarle di una certa questione che…»

«Aspetti! Si tratta di un equivoco, commissario! Non creda alle malelingue!»

La sua reazione va oltre le mie più ridicole aspettative.

«Malelingue? Cosa c’entrano? Io mi riferisco all’omicidio del Berenjena.»

Il prete riprende colore, sospira profondamente e congeda i suoi fedeli con fugaci strette di mano, informandoli che le confessioni sarebbero iniziate più tardi del previsto o forse addirittura l’indomani. Sarei tentato di chiedergli qualcosa a proposito di quelle malelingue, ma per il momento tengo a freno la curiosità. Mi invita a seguirlo nel suo “backstage”. Appena accediamo chiede al sagrestano di allontanarsi. Si siede, apre un armadio di metallo e prende una bottiglietta d’acqua con la quale si disseta.

«Sa che molti non conoscono la storia di quel ristorante? Sembra incredibile. La scaramanzia di queste persone è talmente forte da non averne più parlato. Lo hanno come dimenticato», mi dice per rompere il silenzio.

«Lo so. Volevo sapere se la famiglia Espárrago frequentava questa parrocchia.»

Padre Douksas allarga le braccia con fare ecumenico.

«Certo. Erano molto devoti, commissario. Nel loro albero genealogico c’è un antenato in attesa del processo di beatificazione. Conoscevo don Héctor molto bene, è stato uno dei maggiori finanziatori del restauro di questa chiesa. In un certo senso, sentiva di voler espiare le proprie colpe in quel modo…»

«Quali colpe?» lo interrompo.

«Credeva di vivere nel peccato perché, diceva, nella sua vita c’era spazio solo per la cupidigia. Ma io lo rassicuravo, non credo che Nostro Signore abbia mai avuto qualcosa contro i ristoratori. Il mio ruolo impone anche di disporre i precetti di Nostro Signore Gesù Cristo nella giusta prospettiva, non crede? Diciamo che don Espárrago tendeva a esagerare.»

“E per dirlo un prete, doveva trattarsi di un vero fanatico”, mi sorprendo a pensare.

Padre Douksas è nervoso. Capisco che vorrebbe esprimersi e riaprire questa vecchia storia, ma sente l’esigenza di dover rispettare alcuni segreti che la sua lunga esperienza di sacerdote ha accumulato.

«Vada avanti. Sono certo che si è fatto un’idea, un’impressione.»

Noto che giocherella col tappo della bottiglia. La sua resistenza vacilla.

«Jacinto, suo figlio, era un gran bravo ragazzo. Studioso, responsabile, molto assennato. Il classico figlio modello. Un pomeriggio, circa due settimane prima dell’incidente, venne qui con gli occhi lucidi e un atteggiamento strano. Pretese che lo confessassi subito.»

«E cosa le disse?»

Sgrana gli occhi, e finalmente sputa il rospo.

«Sa che non dovrei riferirle cose del genere. Tuttavia, Jacinto quel giorno mi disse di provare un’attrazione verso un suo amico. Temeva però di commettere un peccato, qualcosa che avrebbe fatto infuriare la sua famiglia. Io gli risposi che avrebbe dovuto pensarci bene, ma alla fine non sarebbe riuscito a tradire la propria natura. Sa commissario, non so come lei la pensa, ma francamente non sono mai riuscito a trattare… quelli come Jacinto intendo… con severità. A cosa serve?»

Ho l’impressione che essermi perso venticinque anni di potenziale amicizia con don Douksas sia stato un imperdonabile errore.

«Devo informarla di una cosa. Don Espárrago, qualche giorno fa, mi ha detto che suo figlio in quel periodo aveva una fidanzata. Come se lo spiega?»

«Tutte cazzate», replica lui, arrossendo per essersi fatto scappare un’espressione colorita. Poi riprende.

«Vede commissario, molto probabilmente Jacinto era un ragazzo confuso. Non sapremo mai cosa gli passava per la testa e come avrebbe affrontato la vita, non ne ha avuto la possibilità. Come amministratore della volontà celeste, non potevo far altro che tenerlo vicino alla luce del Signore.»

Quando don Douksas se ne esce con queste frasi a effetto, è più finto degli imbonitori delle televendite. Ma glielo posso perdonare, in qualche modo deve alimentare il suo carente physique du rôle.

«Padre, conosceva la vittima? Era lui l’amico del quale Jacinto si era invaghito?»

Questa domanda lo mette in difficoltà.

«Non ne ho idea. Di certo quei due giravano sempre insieme e don Espárrago voleva separarli. Ma io ricordo che Acevedo, quand’era bambino e frequentava la parrocchia, non era né meglio né peggio degli altri. I suoi genitori erano degli arricchiti, parecchio arroganti, e lui tendeva a emulare il carattere del padre. Per certi versi, Jacinto e Gustavo fecero amicizia perché la loro estrazione sociale era molto simile.»

Credo che la mia visita nella sagrestia della Iglesia de San Guillermo sia terminata. Ho ottenuto dei dettagli sulla vita di Jacinto Espárrago, materiale che non mi sarà molto utile. A nulla è servito violare il segreto sacro del parroco; cambia poco il fatto che i due defunti, da ragazzi, forse avessero un liaison malvista dall’arretrata mentalità dei cittadini di San Ceferino. Ancora siamo lungi dallo scoprire come mai Acevedo sia stato ucciso nel Berenjena.

Saluto il prete con una pacca sulla spalla e giro i tacchi. Ma la sua mano mi pressa un fianco.

«Aspetti un momento. Lei davvero ha rivisto don Espárrago? Come sta?»

Gli espongo un breve riepilogo del mio incontro con l’uomo, e le mie parole scatenano la sua commozione.

«L’importante è che stia bene, in fondo è sempre stato di gran cuore.»

Ecco di nuovo il padre Douksas imbonitore. Decido, repentinamente, di troncare il suo idillio.

«Un’ultima cosa, padre. Se quelle malelingue nei suoi confronti sono vere, forse ci rivedremo presto e in quell’occasione avrò con me un mandato di perquisizione.»

Il mio è un bluff, a malapena trattengo le risa. Lui torna di nuovo bianco e suda, i suoi occhi sembrano uscire dalle orbite. Tira fuori il solito sorriso di circostanza.

«Ma andiamo! Un mandato di perquisizione, addirittura? Facciamo una cosa: venga con me, l’accompagno nella mia abitazione. Non ha bisogno di alcun mandato, perché io non ho nulla da nascondere. Vedrà con i suoi occhi.»

Sono basito, ma faccio finta di essere al corrente di una situazione che ignoro completamente. Non posso tirarmi indietro ed è pur sempre una buona occasione per passare del tempo con lui, che magari nella memoria ha ancora qualche frammento utile al caso del Berenjena.

-

Il prete abita lontano dalla Iglesia de San Guillermo.

Vive in una curiosa villetta celeste che, data la sua posizione, sancisce il confine tra le basse palazzine del quartiere residenziale e l’inizio della campagna. Ha insistito affinché andassimo con la sua automobile, una vecchia Fiat che da rossa è diventata rosa salmone. Noto che i suoi polsi tremano, per un attimo nella mia mente aleggia l’idea che nella sua abitazione possa trovare un sicario pronto a crivellarmi. Invece, una volta entrati veniamo accolti da una donna di mezza età. I suoi capelli sono di un appariscente biondo platino, è piuttosto giovanile ma il suo volto è segnato da un’incipiente malinconia. Nel vedermi si allarma, ma il prete le sorride e poi mi fa accomodare su uno scarno divano di pelle marrone.

«Il mio segreto è questo, commissario. Si chiama Pilar. Questa donna ha praticato la prostituzione per buona parte della sua vita. Un mese fa si è presentata a messa, ha chiesto di confessarsi e non solo. Intende smettere, una sua socia in affari le ha rubato i soldi e lasciata per strada. Dal canto mio, una volta udita questa storia ho deciso di ospitarla finché non troverà una sistemazione adeguata.»

La donna abbassa gli occhi, non ha ancora proferito parola.

«Adesso circolano le malelingue: Il parroco va a puttane, il parroco convive con una donnaccia… lei è libero di credere a quello che vuole.»

«Già. Ma non mi interessa.»

Lo fermo bruscamente, lasciandolo allibito, e poi mi rivolgo alla donna.

«Se posso chiedere, lei è di San Ceferino?»

Pilar sembra incuriosita da questa domanda, forse teme ripercussioni penali di qualche genere.

«Non si preoccupi, risponda.»

«No, ma ho frequentato questo posto a più riprese. E da molto tempo.»

«Da prima del 1994?»

«Credo di si.»

Padre Douksas ha già capito dove voglio arrivare. Apre la bocca, issa un dito ma rimane in silenzio. Mi invita a proseguire.

«Ricorda un incidente stradale del 1994, che coinvolse anche un’altra donna che faceva il suo stesso mestiere?»

Lentamente, Pilar si siede su un divano più piccolo posto alla nostra destra. Non credo che sia molto contenta di parlare del passato, sento quasi cigolare i suoi pensieri. Si massaggia le tempie con i polpastrelli.

«Si, certo. Lei era una di quelle storiche, all’epoca era meglio non incrociarla o volavano botte, non sopportava la concorrenza delle più giovani. Era senza protettori, se non ricordo male. Puntava soprattutto i ragazzotti della borghesia, c’era una specie di rituale secondo il quale la… la prima volta dovevano “passare da lei”.»

Allo stato attuale, questa antica rivale di Pilar è l’ultimo anello di congiunzione con l’omicidio del Berenjena. Difficile capire come fosse finita nell’autovettura di due diciottenni che, si presume, stavano scoprendo di non avere interesse per le donne.

«Sa il suo nome?»

«Remedios, ma era un nome finto come il mio.»

Il parroco si inalbera.

«Come sarebbe a dire!»

Gli faccio cenno di contenersi, adesso non è il momento per questo genere di recriminazioni.

«Avrei bisogno di ulteriori informazioni su questa Remedios, se permette.»

«Sono a disposizione», risponde Pilar.

Mercoledì, 13 luglio

Bitancort entra nel mio ufficio armeggiando con un tablet. È appassionato di queste diavolerie, mentre io se non ho un riscontro cartaceo fatico a credere a ciò che vedo.

«Avanti, riferiscimi.»

«Secondo le informazioni che ti ha dato quella donna, il profilo di Remedios corrisponde a più della metà delle prostitute schedate a San Ceferino per oltraggio al pudore e reati simili. Per ora ho preso in esame quelle inserite tra il 1991 e il 2001.»

«Bene, ci toccherà rintracciarle tutte. Prendi gli uomini che ti servono e…»

«No commissario, non ci siamo capiti. Sono almeno diciotto donne. Tre di loro risultato decedute e le altre chissà, potrebbero essere ovunque..»

Il mio assistente ha ragione, a conti fatti è impossibile chiamarle in causa. Non vorrei convocare Pilar in commissariato, pertanto decido di stampare le foto segnaletiche di quelle che risultano ancora in vita e fare di nuovo visita a padre Douksas. È stato lui a ribadirmi di essere “sempre a disposizione”, e farò tesoro di questo proposito.

La giornata di lavoro è molto lunga e faticosa, intervallata da un fumoso convegno in prefettura sulle misure di sicurezza contro il proliferare del terrorismo su scala mondiale. Fortunatamente, credo che San Ceferino sia fuori dall’orbita d’interesse dei jihadisti. Alle ore sette e mezza mi presento di fronte alla villetta azzurra del prete; il mercoledì non è prevista una messa serale. Non l’ho avvertito, preferisco interrompere le persone nella loro quotidianità naturale; in questo modo, mi illudo di trovarle più spontanee.

La luce è accesa, suono. Nessuna risposta. Effettuo una decina di tentativi poi mi decido a scavalcare un muro di cinta laterale, non troppo alto. Mi avvicino all’abitazione e sento la voce dello speaker del telegiornale. Forse il parroco è un po’ duro d’orecchio?

Lo individuo attraverso la finestra.

È seduto sul divano, ha la testa infossata nelle gambe. Potrebbe aver avuto un malore, mi prendo la libertà di rompere il vetro; ma come sente il rumore dei miei — vani — tentativi di introdurmi a casa sua, padre Douksas si desta e mi fa cenno di aspettare davanti all’ingresso.

«Immaginavo fosse lei, per questo non le ho aperto», mi dice spalancando la porta dell’abitazione.

«Non capisco.»

«Pilar è fuggita. Ha preso un orologio e alcuni ammennicoli di poco valore. Non volevo denunciarne la scomparsa, ma oramai temo che dovrò arrendermi all’evidenza.»

Con tutto il rispetto per l’abito che indossa, afferro padre Douksas per il bavero.

«Finiamola con questo teatro.»

«D’accordo. Parliamone dentro.»

Il sacerdote mi fa entrare, chiedendomi di attendere qualche minuto. Torna vestito in abiti casalinghi, consistenti in una maglia bianca a maniche lunghe e dei pantaloni acetati di color blu.

«Mi perdoni, ma almeno la sera vorrei stare comodo. Soffro di reumatismi, d’inverno.»

«Non divaghiamo. Chi era Pilar?»

«Quello che le avevo detto, commissario. Ma ieri pomeriggio, dopo che lei è andato via, ho notato che il suo atteggiamento era cambiato. Anzitutto ha finto di ricevere una telefonata sul suo cellulare…»

«Finto?»

«Si, ne sono sicuro. Poco dopo ha affermato di aver ricevuto una chiamata da una sua amica, dicendo che era disposta ad ospitarla in una città vicina. Io l’ho dissuasa, ero convinto che si sarebbe messa nei guai. Ero perplesso.»

«E Pilar come ha reagito?»

«Era contrariata, ma non ha aggiunto altro.»

Padre Douksas sembra colto da un’illuminazione.

«Commissario, e se Remedios fosse proprio lei?»

Il suo dubbio è interessante, ma non verificabile. La donna è scappata. Forse, essendo informata sui fatti, ha ritenuto che fosse meglio divincolarsi evitando di trovarsi in una posizione scomoda. A me ieri era parso strano che ricordasse tutti quei dettagli fisici sulla fantomatica Remedios, tanto da supporre che le sue informazioni fossero poco esatte. Ha tentato di depistarci?

Padre Douksas china il capo, con aria da cane bastonato. Se avesse non dico denunciato, ma perlomeno segnalato l’improvvisa sparizione della donna, a quest’ora non ci ritroveremmo in un vicolo cieco.

«Come le è passato per la testa di tenere nascosta la fuga di Pilar? Risponda sinceramente.»

Si chiude a riccio, fissando cupamente il televisore. È un uomo, qualcosa mi dice che non la stesse ospitando solo per buon samaritanesimo. Respira affannosamente, poi mi guarda come per invocare una silente pietà. Immagino che nei suoi lunghi trascorsi a San Ceferino abbia cercato di essere la miglior persona possibile, altrimenti non si preoccuperebbe così tanto per la propria reputazione. Gli do una pacca sulla spalla, capisco che l’ipocrisia che attraversa questo paese possa sfiancare anche un prete.

Telefono a Bitancort, gli descrivo brevemente le ultime novità e gli ordino di mandare perlomeno una volante a cercare la donna. Suppongo che sia come trovare un ago in un pagliaio, e decido di contribuire anche io. Esco dall’abitazione di padre Douksas e salgo in macchina, dirigendomi subito verso il capolinea degli autobus. Probabilmente Pilar sta cercando di lasciare San Ceferino; a meno che non abbia un’autovettura, per andarsene di qua dovrà prendere un mezzo. Per quale motivo dovrebbe scappare? Semplice: secondo me è coinvolta nell’omicidio di Acevedo. Forse addirittura è lei stessa l’assassina, ma il movente per ora si perde nell’abisso delle ipotesi. Se davvero quella donna è Remedios, negli ultimi giorni a San Ceferino erano contemporaneamente presenti i due superstiti dell’incidente dove perse la vita Jacinto Espárrago; e dopo aver parlato con il prete, ormai sono convinto che quella morte — oltre ad aver rovinato la vita di quella famiglia — abbia generato un’eco di conseguenze ancora ignote.

Mancano pochi minuti alle ultime corse e circa mezz’ora alla partenza dell’ultimo treno che porta nella capitale. Nell’ampio spiazzo asfaltato dove sono parcheggiati gli autobus, vedo solo un capannello di persone in attesa. Non riconosco nessuno, nemmeno buttando un occhio nel piccolo punto di ristoro a fianco della biglietteria, dove vegeta solo uno sparuto gruppetto di muratori brilli. Faccio inversione di marcia, la stazione dei treni è a dieci minuti di percorso e dovrei farcela. Chiamo — e per fortuna trovo pronto a rispondermi — uno dei due agenti della polizia ferroviaria di San Ceferino e gli intimo di non far partire le vetture prima del mio arrivo. Gli chiedo di restare collegato, inserisco il viva voce. A pochi metri dalla stazione, sento delle grida provenire dall’apparecchio.

«Cosa succede?» chiedo a più riprese.

«Commissario, è in linea?» riaffiora poco dopo l’agente.

Oramai sto parcheggiando, sua voce è un sottofondo.

«Ad ogni modo, quando l’altoparlante ha annunciato che il treno sarebbe partito in ritardo per motivi di sicurezza…»

«Cosa? Ma siete matti? Come avete potuto fare una cosa così idiota?» sbraito scendendo dall’automobile.

«… beh, insomma commissario, una donna è scesa dal treno per allontanarsi. È bionda come quella che mi diceva poc’anzi.»

Non so se ridere o piangere. Mi ritrovo davanti questo giovane e timido poliziotto che tiene ferma per un braccio la fantomatica Pilar. Sorride sarcastica e non oppone alcuna resistenza.

-

La porto in commissariato, direttamente nel mio ufficio.

In teoria non ho alcun motivo per tenerla qui, a parte il fatto che non possiede alcun documento e seguita a rifiutarsi di comunicare il vero nome. Si è seduta e continua a non dare cenni di preoccupazione. Ma è stravolta, il suo viso porta i segni di una vita da dimenticare e numerose notti insonne ancora da recuperare.

«Insomma, sei tu Remedios?»

«Si. Sono io.»

Uno a zero.

«Bene, almeno questo lo abbiamo appurato. Ora torniamo a quel maledetto febbraio del 1994. Cos’è successo quella sera? Avanti, si ricordi che da quello che mi dice potrebbero uscire fuori delle attenuanti.»

Contro ogni mia aspettativa inizia a ridere.

«Attenuanti? Cosa intende?»

La smetto di apparire conciliante.

«In questo momento lei è la prima e l’unica sospettata per l’omicidio di Gustavo Acevedo. Un testimone l’ha vista aggirarsi nei pressi del Berenjena poco prima che avvenisse l’aggressione. Ha ancora voglia di prendermi in giro?»

Ovviamente il testimone non esiste, voglio solo metterle pressione e capire se davvero ha a che fare con la vicenda.

«Davvero? Che jella», sospira.

«Allora, ne vogliamo parlare? Partiamo da molto lontano…» le dico sottovoce.

«E va bene, commissario. In quegli anni non me la passavo così male, almeno rispetto alle altre mie colleghe.»

«Si spieghi meglio.»

«In quel periodo i ragazzi del paese avevano scoperto un paio di casali abbandonati, quelli sulla strada regionale. Nel corso di quell’estate non fecero altro che organizzare nottate intere lontane da occhi indiscreti. Quando mi è arrivata questa voce, ho iniziato a bazzicarli: figuriamoci, tra figli dei terratenientes e liceali nessuno di loro era a corto di soldi. Per me era tutto guadagno rapido e indolore.»

«E così quella notte venne abbordata da Espárrago e Acevedo…»

«La situazione fu particolare. Il ragazzino che doveva guidare era ubriaco fradicio, ricordo bene. Il suo amico iniziò a insultarlo, a fare allusioni sul fatto che non fosse un uomo. Io ero lì fuori, stavo per andar via, quando a un certo punto questo Acevedo mi indicò. In modo confuso, mi chiese di “svezzare” il figlio di Espárrago e poi di soddisfare anche lui. Disse che aveva casa libera a disposizione. Inizialmente rifiutai, non volevo salire in macchina con due ragazzini sbronzi fino al midollo ma…»

Si interruppe, soppesando le parole prima di continuare.

«Acevedo prese il portafogli di Jacinto Espárrago, mi fece vedere un mazzetto di pesos impressionante. Se avessi accettato, sarebbero stati miei. Pretesi il pagamento in anticipo, era una cifra che equivaleva a tre giorni di lavoro. Quei due erano completamente rimbambiti dall’alcool.»

Le offro una sigaretta, la prende senza battere ciglio. Ha un tono strano, inusualmente leggero per una che rischia di non uscire da donna libera da questo commissariato.

«Salimmo in auto, ma dopo pochi metri i due iniziarono a discutere. Io mi misi a pregare, la vettura sbandava a destra e a manca. A un certo punto Jacinto diede di matto, volle i soldi indietro perché erano del padre e non aveva alcuna intenzione di… di venire con me. Ripresero gli insulti da una parte e dall’altra, fino a che lui si girò verso Acevedo e gli farfugliò una specie di dichiarazione d’amore.»

Inizia a ridere, tossicchiando il fumo. Ma si ricompone, capisce che sta esagerando.

«Acevedo, per tutta reazione, gli tirò uno schiaffo. Jacinto non reagì e quell’altro continuò a malmenarlo. Prima schiaffi, poi pugni sul volto. Era fuori di sé. Tentai di mettermi in mezzo e… il resto è oblio. Perse il controllo dell’auto, ci schiantammo e quel poveraccio ci rimise le penne.»

Credo alle sue parole. La ricostruzione di quella maledetta serata sembra completa.

«Molto bene Remedios. Ma non credo che la storia sia finita lì.»

«Beh, no. Io ebbi la fortuna di restare illesa e di non essere schedata come prostituta. Un suo agente mi liquidò in fretta e mi consigliò solo di farmi vedere da una guardia medica. In seguito rintracciai Acevedo e seppi che aveva dichiarato di non ricordare nulla dell’incidente. Ci credo, lo aveva causato proprio lui con quella reazione da pazzo.»

«E lei non ha sporto denuncia? Cos’ha fatto, lo ha ricontattato?»

Si volta e sorride, mostrando dei denti felini e leggermente ingialliti dalla nicotina.

«Si, e l’ho ricattato per ventidue anni. L’ho obbligato a farmi recapitare una somma mensile. Quando mi sono trasferita per qualche anno in Argentina, ho aperto un conto corrente apposito. Acevedo era una gallina dalle uova d’oro.»

«Ventidue anni di ricatti! Quell’Acevedo avrebbe fatto meglio a costituirsi per omicidio colposo, se la sarebbe cavata con meno», commento acidamente.

«Cosa dirle? Temeva così tanto che la verità venisse a galla, al punto che ha finito per trasferirsi in un’altra città.»

La sua sigaretta è finita, la spegne provocatoriamente sotto al tavolo senza chiedermi un posacenere.

«Poi cosa è avvenuto? Perché è andata da padre Douksas?»

«Ero davvero rimasta al verde e senza casa. Che prospettive ha una prostituta di cinquantaquattro anni, commissario? Avevo deciso di tornare a San Ceferino e di guardarmi un po’ attorno. Di certo non avrei potuto vivere a casa di un prete troppo a lungo, ieri aveva iniziato pure ad allungare le mani. Allora ho ricontattato Acevedo, chiedendogli di darmi trecentomila pesos e in cambio sarei sparita per sempre dalla sua vita.»

Remedios adesso non mi convince.

«Cosa le ha fatto pensare che un povero Cristo come lui avesse questa somma?»

«Ma lui non era povero, commissario. Era impazzito per il rimorso, ma aveva ereditato persino delle proprietà. Comunque, l’accordo mi pareva ragionevole.»

“Da che punto di vista?” pensai.

«Il nocciolo della questione è questo: per quale motivo vi siete incontrati al Berenjena?»
 «Oh, è stata una sua fissa. Diceva che oramai non era più pratico di San Ceferino, e che quel ristorante rappresentava parte dei suoi ricordi. Capisco, apparteneva al padre di Jacinto. Aggiunse, se non sbaglio, qualcosa sul fatto che la sua redenzione doveva passare per quel luogo dimenticato, simbolo del suo passato di errori, perché era lui che ne aveva causato la chiusura. Un sermone in piena regola, roba che nemmeno padre Douksas.»

«Non faccia ironia. Vada al punto.»

«Ci incontrammo alle undici di sera. Arrivò in auto e non si presentò da solo, con lui c’era un tizio enorme e sgraziato. Indossava un basco e una giacca a quadri marrone. Era buio, ma ricordo che aveva un occhio completamente bianco, senza pupilla. Ha presente? Acevedo mi mostrò la borsa con all’interno la somma, senza battere ciglio. Mi redarguì freddamente, annunciandomi che se avessi mancato alla parola data sarei stata maledetta da Dio. Onestamente, temetti che quel bufalo del suo amico mi volesse aggredire. Io avevo un cacciavite nella tasca, ma contro quello lì non avrei potuto far nulla.»

«Allora come ha fatto a uccidere Acevedo?»

«Non sono stata io, commissario. È stato il suo compare.»

Smetto di passeggiare per la stanza e appoggio le mani sul tavolo, fissandola e invitandola a proseguire.

«Appena Acevedo mi porse il denaro, lui lo aggredì per prendere la borsa e iniziò una colluttazione. Io mi sono allontanata e mi sono fermata solo una volta, osservando quell’energumeno che stava portando il corpo dentro al cortile del Berenjena. Si capisce, il cancello era divorato dalla ruggine.»

Remedios punta i suoi fari neri verso di me.

«Attraverso la mia descrizione, vi basterà contattare le autorità di Torre del Carnero per trovare l’assassino. Credete che uno così non abbia precedenti o non sia schedato?»

Giovedì, 21 luglio

Padre Douksas è nel mio ufficio.

Sembra tornato tranquillo, ma negli ultimi giorni è finito su tutti i giornali per aver ospitato Pilar/Remedios. Forse verrà congedato dalla sua missione prima del previsto, e un sorriso amaro attraversa il suo viso.

«Tanti anni di onorata carriera ecclesiastica e verrò ricordato solo per…»

«Questo no, padre», replico io e lo penso davvero. Non credo che ci siano molti abitanti di San Ceferino che possano guardare padre Douksas dall’alto in basso. Ci stringiamo forte la mano; la nostra collaborazione è nata molto tardi, ma era proprio destino che prima o poi incrociassimo le nostre strade.

Ricevo una e-mail, è la conferma della notizia che aspettavo. Stavolta mi accontento di consultarla sullo schermo, senza chiedere a Bitancort di stamparla. La leggo con attenzione: l’omicida di Gustavo Acevedo è stato rintracciato dalle autorità di Torre del Carnero, dove senza dubbio opera un collega più capace di quello di Gaviota. L’autore del delitto è tale Julio Sosa, pare che fosse una sorta di discepolo di Acevedo, il quale negli ultimi anni s’era messo a fare proselitismo per conto di una setta locale. Remedios aveva ragione, viveva divorato dai sensi di colpa. Sosa si era offerto di accompagnarlo a San Ceferino per risolvergli problemi in caso di brutte sorprese durante l’incontro con la ricattatrice, ma purtroppo era lui ad avere in mente qualcosa di illecito. Senza dubbio l’assassino era al corrente della grossa somma che la sua “guida spirituale” avrebbe portato con sé per l’incontro con Remedios, e il momento migliore per sottrargliela sarebbe stato proprio il momento dello scambio davanti al Berenjena. Poi non poté far altro che farlo fuori e tentare di cancellarne i connotati sperando — male che andava — che nessuno ricordasse il nesso tra Acevedo e quel ristorante.

Per quanto riguarda Remedios, mi limiterò a riferire al giudice quello che è emerso dall’interrogatorio. Non so perché, ma mi auguro che la giustizia non calchi troppo la mano, con lei.

Bitancort richiama la mia attenzione con i soliti, fastidiosi colpi di tosse.

«Commissario, mi chiedevo se torneremo da don Espárrago per comunicargli…»

«No, non è necessario.»

Non ho intenzione di tediare ancora quell’uomo. Sembra aver trovato una parvenza di equilibrio con quel suo frugale ristorante che rende meno dura la vita della popolazione portuale della sua cittadina. In fondo, il Berenjena clandestino a due passi dal mare è l’unico frutto non marcio di questa vicenda.

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