Un’inspiegabile proliferazione di arieti (Racconto breve)

Non so proprio dire perché mi abbiano ficcato in questa stanzetta dalle pareti mezze scrostate. Non si sta poi così male, forse l’unico problema è il condizionatore, che ha degli strani sbalzi. Ogni tanto inizia a vibrare, per poi abbassare drasticamente la temperatura con dei getti d’aria fredda simili a singhiozzi. Potrei formalmente sollecitarne la sostituzione, a patto che abbia diritto di fare qualcosa, qui dentro.

Sono sdraiato sulla brandina, provo a muovermi ma m’infastidisce lo scricchiolìo del mio sudore cristallizzato sul lenzuolo. Non vedo anima viva da almeno dodici ore. Il calcolo del tempo è approssimativo, perché le mie capacità di indovinarlo senza alcun supporto analogico o digitale sono ancora molto basse. In fondo, sono qui dentro da… un centinaio giorni, o forse meno.

Tempo fa avevo deciso di cambiare vita. Lo so, se mi vedeste tutto potreste pensare tranne che io sia il tipo capace di cambiare vita, forse addirittura di averne una degna di questo nome. Un uomo di mezza di età, con pochi capelli graziati dalla calvizie e pennellati qua e là da sfumature candide. Un viso liscio, tondo, parzialmente schermato da un paio di occhiali dalla montatura marrone. E poi un corpo esile, quasi completamente glabro, leggermente appesantito sui fianchi a causa della mia riluttanza verso le attività sportive.

Ho lavorato per quindici anni come ingegnere presso uno studio abbastanza prestigioso (ma non mio), svolgendo tuttavia incarichi di secondaria o terziaria importanza. Quella mattina mi alzai più presto del solito, l’umidità mi impediva di dormire. Osservai il formicaio umano che iniziava a scorrere sotto il mio appartamento, al quarto piano di una città italiana del nord. Provai un sottile brivido di compiacimento nel sorprendermi a pensare che, tutto sommato, una follia avrebbe potuto allontanarmi per sempre da quel copione già scritto.

Uscii da casa mia quasi saltellando, perché non mi sentivo più un uomo formica.

Sapevo tutto riguardo alle procedure di licenziamento. Avrei dovuto presentare una formale richiesta di dimissioni almeno due settimane prima, ma confidai nel mio status di lavoratore di lunga data per potermi considerare libero già da quel giorno.

La signorina Longhi, giovane segretaria assunta da pochi mesi, mi squadrò con un’aria perplessa. Da neolaureata, cresciuta in un clima di terrorismo mediatico sulle conseguenze della crisi, tutto si aspettava tranne che un tranquillo uomo di mezza età come me chiedesse il modulo per presentare formali dimissioni. Tuttavia, dopo aver sbuffato leggermente, diffondendo nell’aria un odore di yogurt alla fragola, stampò il modulo senza fare commenti.

Dopo pochi minuti venni convocato dal mio capo, o responsabile, o come vi pare. L’ingegnere capo Vicedomini mi accolse con uno sguardo da soap opera. Lui è davvero un’ipocrita, dalla testa ai piedi. Un orango ben vestito, dai modi ineccepibili e affascinanti, un arrivista effettivamente arrivato. Mi ha sempre trattato come un cretino, nonostante fosse arrivato in questo studio da molto meno tempo di me.

«Ma… Angiulli, Domenico mio, ma davvero le abbia intenzione di licenziarsi?», mi chiese con falsa concitazione. Non so come faccia a fare l’ignegnere se non sa nemmeno parlare l’italiano.

«Si. Ho dei nuovi progetti che…»

«Ah davvero? Allora in bocca al lupo per la sua nuova vita! A me mi piacciono le persone intraprensive come lei.»

Mi interruppe, l’ignegner Vicedomini interrompe sempre quando parla, come se sapesse già tutto di te. In quel caso però azzeccò l’espressione: la mia nuova vita.

Chiariamolo subito, io detesto internet, non sono bravo a navigare. So utilizzare bene soltanto i programmi che mi servono per lavorare. Nei due anni precedenti alla mia drastica decisione, avevo però iniziato ad esplorare quel mondo che parte dal motore di ricerca e finisce… ovunque! Avrete senz’altro sentito parlare della Repubblica di Morkov, quel piccolo territorio che si affaccia sul Mar Caspio, rivolto al Kazakistan. Dalle notizie di cronaca avrete saputo di certo che due anni fa, quella zona ben poco popolare ha ottenuto la piena indipendenza dalla Russia dopo una breve contesa bellica debellata dalla Comunità Internazionale (o chi per lei) prima che peggiorassero le cose. Oddio, devo dirvi la verità: tuttora ho una conoscenza molto limitata della storia della Repubblica di Morkov. Non ho idea, ad esempio, del perché di punto in bianco la Russia e il Kazakistan da una parte e gli Stati Uniti e la Georgia dall’altra si siano messe contro per un territorio così piccolo. Non ho idea delle origini della popolazione autoctona, so soltanto che culturalmente si sentono occidentali, strizzano l’occhio all’Europa.

Comunque nel 2008 dimenticai di pagare il canone RAI, e dal 2011 non posseggo più alcun mezzo audiovisivo nella mia casa in Italia. Per informarmi, di conseguenza, non potevo far altro che andare su internet durante le ore di lavoro, ed è in quelle circostanze che venni a conoscenza della Repubblica di Morkov.

Amore a prima vista, amici miei! Una zona stupenda, definita dagli esperti come “un potenziale turistico fino ad ora poco sfruttato”, o addirittura “una micro-economia che, con l’indipendenza, potrebbe decollare vertiginosamente, a patto che mantenga i buoni rapporti con gli Stati Uniti”. Non ci capisco niente di politica, ma… dai, il fascino di una nuova nazione sulla terra era proprio incontestabile!

A un anno dall’indipendenza mi informai sulle procedure di trasferimento in quel paese. Non era facile, occorrevano un sacco di visti, documenti di certificazione e compagnia bella. L’Italia, per fortuna, è tra i paesi amici della Repubblica di Morkov, e inoltre alcune formalità burocratiche posso essere svolte facilmente presso l’ambasciata americana.

Tornando al giorno delle mie dimissioni, avrete ormai ben capito in cosa consisteva (e tuttora consiste?) il progetto della mia nuova vita. Uscito dal mio ex-ufficio, entrai in un internet point. Prenotai immediatamente un volo per Tsukkinigorod, la capitale della Repubblica di Morkov. Pagai tramite la mia carta di credito, esattamente 2.788 euro, volo di sola andata per la settimana dopo. Nemmeno lessi il nome della compagnia aerea. Iniziai a sudare copiosamente, scosso da irrefrenabili brividi di eccitazione.

Ricordo ancora i sorrisi delle hostess sul velivolo.

«Mister Anzuli, any coffee?» mi chiamavano col loro piacevolissimo accento misto tra il georgiano e l’inglese. Appena misi piede sul suolo dell’Aeroporto di Tsukkinigorod, sentii crescere dentro di me una sensazione di incredibile ottimismo.

Il cielo era limpido, celeste e nitido come appena pennellato. Bastarono pochi minuti alla dogana prima di ricevere l’assenso ad uscire dalla struttura, accolto dai sorrisi degli agenti locali. Erano tutti giovani, perfettamente rasati e profumati. I loro occhi, scuri e pentranti, mi infondevano una fiducia mai provata prima.

Guardando di sfuggita la mia immagine riflessa nelle vetrate dell’ingresso principale apparivo disteso, forse persino ringiovanito. In pochi minuti la Repubblica di Morkov aveva fatto il miracolo, l’ufficio che avevo lasciato in Italia ormai era un granello di sabbia perso nella stratosfera. Vicedomini poteva andarsene affanculo, scusate il francesismo incontenibile.

Per il primo mese decisi di prenotare una pensione, una delle più centrali disponibili. La capitale era di media grandezza rispetto agli standard delle città italiane. Tutto sembrava nuovo, scintillante. Solo i mezzi di trasporto forse erano un po’ vecchiotti, ma rispettavano gli orari in maniera pressoché impeccabile. L’entusiasmo per l’indipendenza appena raggiunta ancora aleggiava, come il rumore di fondo dell’universo dovuto al Big Bang (così si dice su Focus).

La pensione si chiam Dom Berri, si erge su un vialone parallelo alla via principale della città, la Doroga Kartofelya. Ci arrivai in taxi, pregai il conducente di aiutarmi a portare i miei bagagli all’interno ed egli acconsentì, in cambio di una consistente mancia. Ma ci stava tutta, avevo decisamente bisogno di aiuto.

L’addetta alla receptionist sembrò molto felice della mia presenza.

«Tu, primo italiano in nostro pensione», mi informò tentando di esprimersi nella mia lingua. Ne fui lusingato e le sorrisi a denti stretti.

«Lei studia italiano?» le chiesi, istintivamente.

La vidi arrossire. Percepivo che aveva circa dodici o quindici anni meno di me, ma in quel frangente me ne fregai. Era una bella ragazza dai capelli rossi, prosperosa e forse sufficientemente poco attraente dal poter essere interessata ad uno come me.

«Io… studiava», mi rispose abbassando lo sguardo.

«Se vuole potremmo passare del tempo insieme questa sera. Avrei bisogno di conoscere meglio questa città e in cambio potrei permetterle di fare pratica con la mia lingua.»

La ragazza annuì.

«Mi chiamo Bedisa», si limitò a rispondere.

La ragazza si rivelò una eccellente guida. Mi fece vedere i principali siti turistici di Tsukkinigorod, promettendomi che mi avrebbe accompagnato al museo nazionale durante l’orario di apertura al pubblico. La scortai fin sotto la sua abitazione, ci salutammo con affetto e tornai sorridente verso la pensione.

Fu in quell’occasione che ebbi il primo incontro con uno di loro. Mi tremano le mani, solo a ricordarlo. Quella sera, non appena lasciai la Doroga Kartofelya per immettermi nel vialone parallelo, provai una forte angoscia. La via principale era ben illuminata, piena di vetrine, mentre invece la parte posteriore appariva abbastanza buia, poco frequentata.

Ero a circa cento passi dall’albergo quando, da un portone semichiuso, uscì il primo di loro. Basso, tozzo, dai corti capelli ricci e la pelle talmente chiara da infastidire gli occhi, mi fissò per pochi secondi con uno sguardo corvino e carico di disperazione. Era a torso nudo, il suo corpo era prevalentemente ricoperto da una folta peluria che partiva dalla base del collo e proseguiva rigogliosa lungo il torace e le braccia. Aveva le mani legate dietro la schiena, così si indovinava dalla sua posizione ricurva, in avanti.

Indossava solo una calzamaglia marrone, molto sottile, di quelle che solitamente usano le donne. Essa era legata rozzamente alla vita da una vecchia cordicella. Emanava un forte tanfo di sudore ed esalazioni salmastre.

Muggì due volte, poi partì alla carica, a testa bassa. Mi sorprese del tutto e mi rifilò una testata allo stomaco. Intendiamoci, avrebbe potuto farmi molto più male, ma si accontentò di spingermi a terra. Poi fuggì rapidissimo verso l’altro lato della strada, senza lasciare traccia.

“Un matto”, pensai.

Non mi lasciai demoralizzare da quella strana disavventura e, ricomponendomi più sorpreso che impaurito, mi diressi verso la pensione.

Il giorno dopo mi presentai all’ufficio di collocamento, con tutti i documenti impeccabilmente rilegati dentro ad una cartellina scura. L’addetto, un signore dai capelli grigi che si presentò come Shota, mi invitò a compilare un modulo su un tablet, e poi fissò i miei dati per alcuni minuti. Infine, sorrise.

«Signor Angiulli, con la sua esperienza non avrà alcun problema ad inserirsi nel nostro paese. Le nostre aziende sono costantemente a caccia di personale altamente qualificato. Credo che nel giro i pochi giorni sarò già in grado di contattarla per proporle qualche offerta di lavoro», aggiunse nel suo inglese da manuale.

Ci stringemmo la mano ed uscii dall’ufficio quasi danzando. Festeggiai bevendo del buon brandy in un bar vicino, nonostante fossero solo le undici del mattino.

Passai la giornata con Bedisa. Attesi la fine del suo turno di lavoro e nel pomeriggio visitammo il museo nazionale e quello delle scienze, nonché l’università, nuova di zecca. Cenammo assieme in un elegante ristorante di Tsukkinigorod e la riaccompagnai di nuovo a casa. Provai a baciarla, si scostò. Ma mi lasciò intendere che le avrebbe fatto piacere rivedermi. Ne fui lieto e soddisfatto.

Perso nei miei pensieri carichi di sentimento verso di lei, non mi accorsi di aver imboccato il solito vicolo semibuio per raggiungere la pensione. Udii un muggito, molto lieve, provenire da dietro una macchina parcheggiata. Anche in quel momento non ripensai allo scontro della sera prima.

Poi sentii un rumore di passi veloci alle mie spalle. Mi girai e ne vidi un altro, quasi identico ma dai lineamenti leggermente differenti.

L’ariete umana emise un rantolo soffocato, e mi colpì alla schiena con la testa. Caddi al suolo, e non pago mi rifilò un goffo calcio sulla caviglia destra, prendendomi solo di striscio. Egli barcollò e cadde, poi si rialzò e sparì all’orizzonte.

Eh no, lì non potei far finta di nulla. La città era chiaramente vittima di episodi di bieco teppismo, forse a causa di un gruppo di sfaccendati, drogati e ubriachi, che si divertivano a molestare i turisti.

Il giorno dopo andai alla polizia per sporgere formale denuncia, e per la prima volta mi trovai a disagio tra i confini della Repubblica di Morkov. Raccontai tutti e due gli scontri ad un agente, che sembrò cadere dalle nubi.

«Non è mai stato riportato un caso simile. Lei è sicuro che ieri sera era nel pieno delle sue facoltà mentali…»

«Cosa diavolo sta insinuando!» urlai. «Sono un uomo di sani principi, io!» aggiunsi a denti stretti.

L’agente mi guardò perplesso, e aggiunse controvoglia la mia deposizione al computer del suo ufficio.

Quella sera non ebbi voglia di uscire con Bedisa, mi rintanai nella mia stanza in preda a pensieri vuoti.

La mattina dopo, dalle finestre intravidi una forte pioggia. Mi piace la pioggia, mi svegliai carico di aspettative positive, sicuro di lasciarmi la storia degli uomini ariete alle spalle. Ricevetti via e-mail alcune proposte di lavoro, non inerenti all’ufficio di collocamento. Chissà come, alcune aziende avevano già preso visione del mio curriculum vitae.

Una di esse mi propose un contratto a tempo indeterminato del valore equivalente a quattromila euro al mese. Decisi di prendermi la giornata per pensarci, perché forse dall’ufficio di collocamento sarebbero potute arrivare offerte migliori.

Andai a camminare in centro, lungo un viale alberato che faceva da contorno ad un lago artificiale. Aveva smesso di piovere ed il tempo era nuvoloso, pesante e cupo. In giro, nonostante fossero le due del pomeriggio, non c’era nessuno.

Appoggiai il peso del mio corpo sulla bassa palizzata di legno scuro che circondava il lago. Alcune foglie secche battevano contro il mio viso, ma pochi istanti dopo venni investito da ben altro tipo di impatto. Ricevetti un colpetto sul piede, e mi girai.

Erano due. Due! Praticamente uguali, come gemelli. Entrambi tozzi, vestiti solo di logore calzamaglie marroni legate alla vita con delle brutte cordicelle. Puzzavano terribilmente di sporcizia e scarsa igiene, come cassonetti dell’umido lasciati al sole. Uno di loro sorrideva, l’altro aveva la solita espressione ostile.

Quello sorridente era meno peloso, e sul corpo aveva cosparso una crema bianca, simile a quelle solari.

«Chi siete?» chiesi.

Invece di rispondere essi indietreggiarono, così tanto che mi aspettai di verderli scappare da un momento all’altro. Che il loro modus operandi prevedesse solo agguati notturni? E mi chiesi: ma come fanno questi tizi a girare indisturbati persino in pieno giorno? Nessuno controlla, vigila, pone veti in nome del buon costume? Ma in che diavolo di paese sono finito?

Senza alcun preavviso partirono alla carica, io ero paralizzato dalla paura. L’impatto fu tremendo, le loro teste affondarono nella mia carne, il mio cappotto non attutì un fico.

Mi ribaltai lungo la palizzata e finii in acqua. Il livello era basso, in piedi risultavo emerso dal petto in su. Appena alzai lo sguardo vidi i due uomini ariete lanciarsi in acqua con un potente muggito. Uno dei due atterrò sul mio petto a gambe larghe, e mi ritrovai col viso affondato del suo pube.

Finii sott’acqua, e quando tornai a galla non li vidi più. Ciò che dovetti affrontare fu lo sguardo di una poliziotta, che mi fissava dalla palizzata.

Angiulli Domenico, nato a Rovigo il quindici giugno del millenovecentosettanta, celibe, disoccupato, senza fissa dimora, non registrato presso alcun domicilio della Repubblica di Morkov. Il soggetto si introduceva fraudolentemente nelle acque del Vypechka Sody attorno alle ore 14:21 del giorno 28 settembre de 2015. Il soggetto asserisce di aver subito l’aggressione di due uomini descritti in maniera alquanto confusionaria e paragonati ad “arieti”. Il soggetto, sebbene sia in possesso di buone referenze relative al suo precedente soggiorno nel suo paese natio, appare incapace di intendere e di volere e/o sotto l’effetto di sostanze intossicanti. Pertanto, visti e considerati gli art. 6 (4/2014), 14 (4/2014), 229 e 341 (5/2014), 301 e 410 (2/2015) del Codice Penale e coi poteri conferitomi dalla Prefettura di Tsukkinigorod, dispongo che

  • Angiulli Domenico venga trasferito in misura cautelare presso l’Istituto di Igiene Mentale del Dipartimento di Criminologia dell’Accademia Sperimentale dei Sottoufficiali di II Livello del Comando Superiore del IV Corpo della Polizia Municipale di Tsukkinigorod;
  • Angiulli Domenico rimanga nella struttura sopracitata fino a che ciò farà piacere al nostro Presidente (art. 191 della Costituzione) dato che non esiste attualmente una legislazione in merito alla detenzione dei cittadini stranieri.

Si prenda visione che

  • il soggetto non detiene alcun rapporto con familiari in Italia, pertanto non è necessario avvisare alcuna ambasciata del suo temporaneo dislocamento presso la struttura sopracitata;
  • in virtù della scarsa importanza del reato, dispongo che non venga disturbata la persona del nostro Presidente.

Riletto e firmato

Cap. Temuri Silagadze

Ebbene si, sono qui con questa letterina tra le mani da qualche giorno. Non servì a nulla urlare, protestare, arrabbiarmi. Nessuno mi capiva, sebbene mi esprimessi in un inglese perfetto. Maledizione! Possibile ero l’unico sventurato ad essersi imbattuto con quelle strane creature?

Ho un ultimo frammento della mia vita all’aria aperta, chiamiamola così. Ero chiuso nella macchina della polizia, in attesa del trasferimento presso questo dannato istituto. I poliziotti mi lasciarono lì per una mezz’ora mentre, fumando nel cortile della caserma, attendevano delle disposizioni.

Il cortile della caserma si trovava dirimpetto ad un cortile privato. Una bella donna bionda si affacciò alla finestra della villetta, io diressi il mio sguardo verso di lei. Indossava una vestaglia molto elegante, che metteva in risalto il suo fisico snello e giovanile.

Poco dopo tornò dentro, e nel giro di cinque minuti ricomparve vestita di tutto punto e pronta per uscire. La porta dell’ingresso si aprì, e la donna si allontanò con passo svelto. Mi incuriosì il fatto che lasciò la porta aperta, ma il mistero fu velocemente svelato.

Uno di quei maledetti (maledetti!) uomini ariete accese la luce interna dall’abitazione e uscì nel cortile, chiudendo con cautela la porta. Fece un giretto d’ispezione, poi si sedette sui gradini di fronte all’ingresso ed iniziò a fumare, carezzandosi i peli delle spalle. Improvvisamente incrociai il suo sguardo, ed in un baleno si inferocì. Ma non appena iniziò a correre verso di me i poliziotti accesero il motore del veicolo per partire.

«Uno di loro, cazzo! È stato uno di loro ad aggredirmi!» urlai agli agenti, indicando con la testa quella creatura che stava seguendo la macchina a testa bassa.

Il poliziotto alla guida rallentò. Scese, lasciò sfilare l’uomo ariete, visibilmente tranquillizzato alla vista dell’agente, lungo il perimetro della macchina, finché questi decise di tornare indietro, verso l’abitazione dalla quale era partito. Prima di dare le spalle al poliziotto gli indirizzò un sorriso, un gentile grugnito ed un goffo inchino, reso difficoltoso dalle solite mani legate dietro alla schiena.

«Io non vedo nulla di strano», disse l’agente ricambiando il saluto.

«La stranezza sta nel gettarsi nei laghi artificiali. Al tuo paese fai così?» aggiunse l’altro, rivolgendosi a me.

Il primo poliziotto poi si rimise al posto di guida, e mi squadrò con aria sarcastica.

«Cosa pensavi, di venire qui a fare il cazzo che ti pareva?» concluse con tono roco, aggiustandosi il cappello di taglio militare.

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