Alla scuola son dolori con i deutsch professori

BERLINO — Una famiglia italiana, meglio due su tre con i figli undicenni che vive in Germania, passa il Natale in apprensione se i risultati scolastici dei propri ragazzi non possono definirsi, come usa dire, ottimali e quindi non quantificabili in termini reali. Insomma per intenderci, il voto cinque mezzo da queste parti non significa né sei né cinque. È cinque e mezzo e basta, ma alla famiglia italiana potrebbe apparire anche come un quattro, oppure un sei con un’alternanza che rasenta il dramma e che quest’anno durerà fino a giovedì 15 di gennaio, il giorno che saranno distribuite le “pagelle”.

Si può progettare quale indirizzo dare al futuro del figlio, si può anche manifestarlo, ma l’ultima parola è del professore e di lui soltanto.

Accade nella Germania a chi vi nasce, e vi frequenta le elementari che sono di sei classi. Eppoi a 11 anni, alla sesta appunto, i docenti gli sentenziano in modo inappellabile — a meno che non si abbiano i soldi per scuole private — se sarà un professionista, un operaio o un idraulico (non si scherza, è così), e poi muori.
In Germania comandano le élite che sono state selezionate dal sistema educativo e nessuno si lamenta. In una società antropologicamente luterana, ciascun individuo è quello che si merita di essere, senza eccezioni. Non si può chiedere aiuto se non lo si merita, quindi lo stato sociale funziona — meglio dell’Italia, va riconosciuto — ma alle condizioni che sono imposte, altrimenti non si ha il diritto di lamentarsi.

I genitori tedeschi nemmeno immaginano il “dramma” dei loro omologhi italiani, poiché non rientra nella cultura del loro granitico sistema di suddivisione gerarchica ed elitaria della società.

Facile da dire, molto meno facile da accettare per gli italiani. I quali continuano a credere in una società libera in cui l’aiuto non è vincolato al giudizio della persona. Ma da queste parti è così, ci sono delle regole precise da rispettare. Naturalmente, si può progettare quale indirizzo dare al futuro del figlio, si può anche manifestarlo, ma l’ultima parola è del professore e di lui soltanto.

Gli italiani che vivono in Germania sanno bene di cosa si parla perché, tutti coloro che hanno dei figli che frequentano la scuola pubblica hanno sperimentato questo passaggio, sempre vissuto come un tormento, una iattura, in uno sgranocchiare di rosari col sottofondo di litanie. Nell’illusione che alla fine si apra una finestra di divina provvidenza per i figli o i carinissimi nipoti.

Di ben altro umore sono invece le famiglie tedesche con i figli che frequentano la sesta classe. Terrorizzati e culturalmente incapaci di gestire gli imprevisti, i genitori tedeschi nemmeno immaginano il “dramma” dei loro omologhi italiani, poiché non rientra nella cultura del loro granitico sistema di suddivisione gerarchica ed elitaria della società. Gli italiani invece fanno fatica a gestire e spesso non ci provano neanche, però sono ineguagliabili nel fantasticare e nello sperare che alla fine tutto si aggiusti.

I tedeschi la pensano all’opposto, sicché — sorrisi a parte — non si sa quanti tra di essi desiderino fantasticare come gli italiani, non essendone capaci, nemmeno se l’imperativo è di battersi per un aggiornamento del sistema di valutazione scolastica. Anche se in gioco è il desidero dei genitori e dei figli di scegliere la strada che di più a loro aggrada.

Nella UE 26 milioni di bambini e di giovani, il 27,9% della popolazione sotto i 18 anni, sono minacciati dalla povertà e dall’esclusione sociale. La situazione è particolarmente grave nei Paesi del Sud Europa.

Malauguratamente da parte italiana non ci sono modelli di successo da proporre. Anzi. Nella sclerotizzata società italiana la scuola ha contribuito di molto all’assenza di massa di un’intera generazione dal lavoro. Una realtà che sta modificando la struttura del modello sociale in modo devastante. La cultura, l’industria, l’imprenditoria mancano di innovazione, e i giovani non sviluppano la carica antagonistica che sempre ha fatto da propellente sul costume, sulla cultura e sulla stessa politica del Belpaese come delle altre nazioni, la Germania per prima.

Per avere una visione ancora più realistica, basta scorrere il dossier dellaBertelsmann Foundation, con sede a Gutersloh, in Germania, la quale ha pubblicato il suo annuale rapporto sullo stato della giustizia sociale nell’Unione Europea. Alcuni dati riguardanti i più giovani colpiscono per la loro durezza. Nella UE 26 milioni di bambini e di giovani, il 27,9% della popolazione sotto i 18 anni, sono minacciati dalla povertà e dall’esclusione sociale. La situazione è particolarmente grave nei Paesi del Sud Europa. In Spagna, Grecia, Portogallo e Italia i bambini e i giovani con meno di 18 anni a rischio povertà ed esclusione sociale sono 1,2 milioni in più, passando complessivamente da 6,4 milioni a 7,6 milioni.

Si tratta di persone che soffrono di gravi privazioni materiali perché vivono in famiglie che percepiscono redditi fino al 60% inferiori a quelli medi della UE. Le prospettive future per altri 5,4 milioni di cittadini europei fra i 20 e i 24 anni che non lavorano e non studiano sono altrettanto tetre.

Dal 2008 quest’ultima categoria di giovani ha registrato una crescita significativa in 25 Stati della UE. Anche in questo caso a distinguersi negativamente sono i Paesi dell’Europa meridionale: in Spagna la quota di giovani di età compresa fra i 20 e i 24 anni che non lavorano e non studiano è salita dal 16,6% al 24,8%, in Italia è passata dal 21,6% al 32%.

Sono realtà che tutti possono verificare, accertare, poiché oggi i social hanno amplificato gli scenari rendendoli visibili a decine di migliaia di persone. Infatti, se prima per coinvolgere dieci persone in un confronto bisognava lavorare su “content is the king”, commentare su altri blog e forum o invitare via email, oggi basta andare in un gruppo Facebook di “italiani in… “ e scrivere “ciao, cosa ne pensi della scuola in Germania?” e bam! Si possono prendere i pop-corn e godersi lo spettacolo.

In Germania i bambini imparano l’inglese e persino il cinese, poi crescono e vanno a studiare all’estero e infine fanno le startup vincenti. Hanno una cultura al passo coi nuovi tempi e noi no, per questo sembrano meglio di noi.

Certo, esistono anche altri modi per spingere le discussioni, ma alla fine il regno incontrastato per questo tipo di confronti sono sempre i social e naturalmente Facebook la fa da padrone. Tra gli argomenti “hot” l’istruzione appunto è uno di questi. Si può come prima impatto sorridere quando si legge di persone che definiscono la Germania “civile”, ma basta pensare a quello che si vede ogni giorno alle casse dei supermarket o la mattina presto quando passano a prendere l’immondizia, per percepire una realtà civile e onesta. Accade non perché siano meglio di noi, bensì perché hanno qualcosa di cui noi italiani oggi siamo deficitari: la Cultura dello stare insieme.

Succede anche che, mentre in Italia si discute sui presepi, sui crocifissi nelle scuole o sul lato B della ministra Elena Boschi, in Germania i bambini imparano l’inglese e persino il cinese, poi crescono e vanno a studiare all’estero e infine fanno le startup vincenti. Hanno una cultura al passo coi nuovi tempi e noi no, per questo sembrano meglio di noi. Sanno che non votare Merkel è sbagliato, ma non vuol dire che condividano la sua apertura ai profughi; accettano le coppie gay perché chiunque che abbia un minimo di cognizione nel rendersi conto che viviamo nel 2015 e non nel 1930 sarebbe favorevole. Questo vale per la Germania, come per l’Olanda o la Norvegia o la Finlandia.

È questa la loro forza. Una forza straordinaria, anche se irregimentata, con gli insegnanti che insegnano ponendo domande. Così come i leader politici più efficaci con le loro domande tracciano i percorsi, che le genti, accettandoli democraticamente, praticano.

Esiste tutto un sistema educativo che stimola a pensare a chi si è veramente, a cosa si crede sul serio, se si è davvero la persona che si pensa di essere. Alla fine resta in ciascun individuo la memoria del docente che, “mi ha insegnato, sollecitato, guidato e mi ha fatto arrivare dove sono ora”. È un ricordo che inseguono con affetto. Se questa è la scuola che i tedeschi amano, si tenga a mente il diritto di ciascuno di pensare in modo diverso. Dopotutto sono a casa a loro.

tw @maddaloniit

fb vincenzo maddaloni

Fonte: pubblicato il 12 dicembre 2015 su Linkiesta

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