Il 2015 dei lavoratori. Una fregatura continua

BERLINO. Chiudiamo l’anno parlando di lavoro perché non si perda l’abitudine di interrogarsi su un questo argomento fondamentale che regola i valori che accomunano gli uomini, il senso stesso dell’esistenza. Molto è cambiato o per essere nel vero, è stravoltodal momento che nel mondo postindustriale del XXI secolo non si parla più di divisione dell’occupazione, ma sempre di più di “divisione della disoccupazione”. Significa che la società del lavoro diventa sempre più precaria e che parti sempre più vaste di lavoratori hanno “pseudo posti di lavoro” sempre più insicuri.

Da oltre un ventennio il mutamento strutturale dei sistemi economico-produttivi ci ha mostrato i suoi effetti sulla natura e sulla regolazione del lavoro, così come nei rapporti sociali. Il capitalismo-postfordista poggia su un nuovo modo di intendere il rapporto di lavoro e il lavoro stesso, il flexible capitalism. Così negli Stati Uniti, verso la fine del Novecento, era chiamato — per sintetizzarne le caratteristiche — il nuovo regime di accumulazione basato proprio sulla flessibilizzazione del rapporto di lavoro.

La flessibilità che sta per precarietà in un mondo postindustriale dove da tempo non si parla di divisione del lavoro, ma appunto di “divisione della disoccupazione”, provoca nei lavoratori comuni un senso di fallimento per l’incapacità di rispondere adeguatamente alle nuove sfide, mina alle radici la percezione di continuità dell’esistenza e della tradizione, scollega definitivamente il già mal conciliato tempo di lavoro e tempo di vitacreando così le condizioni di un conflitto tra la personalità e l’ esperienza di vita, appunto.

Inoltre, siccome la democrazia è nata in Europa e negli Usa come ‘democrazia del lavoro’,nel senso che essa si fonda sul lavoro salariato, se questo viene meno si rompe l’alleanza storica tra il capitalismo, stato sociale e democrazia e viene meno anche un certo modo di percepire il lavoro così come fino all’altro ieri eravamo abituati.

Infatti, il dover rimodellare ogni giorno il proprio futuro, mortificando quella tensione creatrice in cui trova la sua articolazione ogni dinamica esistenziale è un’esperienza dura.E’ snervante. E la stanchezza che ne consegue è più che naturale. Se dalle nostre parti è così, non è difficile immaginare il malessere delle genti dell’Europa “allargata”, quelle che fino all’altro ieri, dietro la cortina di ferro, ambivano al benessere occidentale sperando nella fine del comunismo sovietico e che ora si ritrovano prigioniere della povertà, turbate dal crollo delle usanze tradizionali, furenti per le promesse non mantenute dall’Occidente, disperate nel vedere i figli lasciare il Paese, perché si ritrovano in casa la disoccupazione che i loro padri non conoscevano.

Se questo è lo scenario, meglio si capisce quanto sia urgente una “rivoluzione” culturaleche ridia dignità all’organizzazione del lavoro, dal momento che la cultura d’impresa è diventata dominante e ha ridotto il lavoro a una variabile dipendente. La precarietà, inimmaginabile in Europa fino alla caduta del Muro di Berlino, è oramai un elemento di spicco del sistema paese benché i politici si affannino a ripetere che è vero il contrario.

Stando così le cose gli uomini dei media, del mondo accademico, gli intellettualidovrebbero lavorare in sinergia e proporre soluzioni realistiche nuove, adeguate all’èra della globalizzazione, coinvolgendo la società civile e tenendola distante dalle controversie della politica. Perché questo accada sono necessari i “fatti”, un progetto ancorato alla realtà e alternativo al flexible capitalism. Questa è un’esigenza ineludibilesoprattutto per il Paesi del sud Europa, a cominciare dall’Italia. Ma non accade nulla, c’è un silenzio su tutto il fronte. Un vuoto assoluto. Forse sperano che lo riempia il Papa.

tw @maddaloniit

fb vincenzo maddaloni

Fonte: pubblicato su Linkiesta il 31 dicembre 2015

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